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Giallo senza fine

Tutta la verità sull'omicidio di Marta Russo: giustizia non è stata fatta

Giovanni Scattone e Marta Russo

No, levatevelo dalla testa. Sul caso Scattone, sul caso Marta Russo non è stata fatta giustizia. A meno che, in questo Paese alla deriva e sempre più incattivito dall’assenza di memoria, per giustizia si intenda ormai la prassi quotidiana del vomitevole verdetto internettiano emesso a colpi di click, di like, di belluina e fiera ignoranza. E non mi riferisco solo all’agguato mediatico che ancora una volta è scattato contro Giovanni Scattone (condannato per omicidio colposo come un Beppe Grillo qualsiasi), costringendolo a rinunciare al sacrosanto diritto ricosciutogli dalla sentenza: quello di poter svolgere con serenità e grande competenza il proprio lavoro. Soffro soprattutto l’ingiustizia di voler ancora negare a chi non c’era o che nel frattempo tutto ha preferito dimenticare il racconto accurato di un’inchiesta giudiziaria che 18 anni or sono venne condotta a senso unico dalla Procura e che ha portato alla condanna di due studiosi al termine di un processo meramente indiziario, a tratti violento, ricco di momenti imbarazzanti per l’accusa.

E mi ribello all’idea di dover subire senza alcuna reazione il campione del giornalismo d’inchiesta Marco Travaglio, che sulla prima pagina del suo Fatto ha titolato che Scattone avrebbe «ucciso a fucilate Marta Russo». Nessuno che gli abbia chiesto conto di quest’orrore professionale che scava un abisso tra la verità e la cosiddetta informazione. Mancando ormai l’esercizio alla memoria, perché infatti scandalizzarsene?

Sono ormai tre anni che studio a fondo questa storia incredibile, oscura e sfuggente ma anche rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura, di un certo tipo di Università, di un certo tipo di giornalismo. Analizzando riga per riga gli incidenti probatori (in alcuni casi scoprendo nelle parole di alcuni super testimoni delle contraddizioni che all’epoca erano sfuggite agli avvocati difensori), leggendo ogni intercettazione ambientale e telefonica, esaminando le numerose perizie balistiche (tutte comunque concordi nell’impossibilità di definire la traiettoria di quel maledetto proiettile e quindi il punto esatto da cui è stato esploso), studiando i resoconti stenografici di ciascuna udienza.

Soprattutto disseppellendo nelle emeroteche qualcosa come circa 9mila tra articoli ed editoriali sul caso, così collezionando molte sciocchezze: «È stato un folle, armato dalla vittoria delle destre» (Franco Ferrarotti, Corriere della sera del 10 maggio 1997), «Marta, il bersaglio casuale, poteva centrarla alla tempia quando voleva. Ma lui, Scattone, aspettò che la ragazza si avvicinasse all’impianto dell’aria condizionata. Un tiro più complicato, in diagonale, partito dall’aula 6 di Filosofia del diritto. E compiuto in presenza di due testimoni oculari, per rendere tutto più difficile ed eccitante» (Fabrizio Roncone, l’Unità del 21 giugno 1997), «Credo che abbiano agito in maniera cretina come quelli che lanciano i sassi sull’autostrada. Si credevano superuomini: figli di papà, abituati ad avere tutto con facilità, influenzati dalle televisioni che fanno desiderare sempre più beni materiali» (Margherita Hack, Il Tempo del 2 luglio 1997), «La difesa sembra armata dalle peggiori intenzioni» (Cristiana Mangani e Fiorenza Sarzanini, Il Messaggero del 10 gennaio 1998), e via blaterando.

Ho scoperto che per gli esperti le due particelle di bario e di antimonio trovate sulla finestra della Sala assistenti non erano ad esempio residui di polvere da sparo ma molto probabilmente residui di frenatura d’auto. Che gli inquirenti sequestrarono a casa di Scattone e del suo complice Salvatore Ferraro appunti e scritti che testimoniavano chiaramente le loro pulsioni omicide: erano brani di canzoni, citazioni di Premi Nobel e filosofi. Che arrestarono il professor Bruno Romano (poi assolto) perché convinti che avesse imposto un clima omertoso a tutto l’Istituto di Filosofia del diritto. Che sostennero a lungo che il movente dell’omicidio era stato appunto l’assenza di un qualsiasi movente, fantasticando persino di un seminario che gli imputati avrebbero tenuto sul delitto perfetto. Che incalzarono la fragile dottoranda Maria Chiara Lipari affinché si rivelasse finalmente testimone oculare, tanto che lei così commentò al telefono con un amico: «E questi fino alle cinque di mattina hanno voluto assolutamente che dal subconscio... dall’ano proprio del cervello, mi venisse in mente qualche faccia, qualche immagine. Insomma un casino guarda, una cosa di un doloroso... Questo diceva: sputtano lei, sputtano suo padre!».

Ho soprattutto rivisto il video dell’interrogatorio che scioccò il Paese (compreso il premier Romano Prodi e parlamentari di tutti i partiti) dopo la sua trasmissione nei Tg della sera. A lungo “dimenticato” nell’Ufficio reperti della Squadra mobile, venne fuori nel corso del processo per iniziativa delle difese e ha come protagonista la “super testimone” Gabriella Alletto, le cui parole sorreggeranno fino alla fine la fragile impalcatura dell’accusa.

Per 14 interrogatori ha negato disperatamente di aver mai assistito al delitto, lo ha giurato sulla testa dei figli. Poi ci ha finalmente ripensato, facendo scattare gli arresti di Scattone e Ferraro. È stato sufficiente che il procuratore aggiunto Italo Ormanni le dicesse a muso duro: «Signora Alletto, io posso capire che lei può voler coprire qualcuno, ma se lei insiste in questa situazione non sta coprendo qualcuno, sta coprendo se stessa! Significa che l’omicidio l’ha fatto lei! La prenderemo per omicida!». E intanto il cognato Di Mauro, ispettore di polizia, le sussurrava: «Questi qua... ti posso... ti possono mettere dentro per favoreggiamento senza che tu l’hai fatto, eh! Poi magari ti possono venire a pigliare, eh! ...È meglio farcelo fare agli altri il reato!».

Vorrei continuare, e mi piacerebbe farlo con un libro-inchiesta che sto terminando di scrivere ma che finora nessuna casa editrice nazionale sembra interessata a pubblicare: «Non reggerebbe il mercato», «Tratta un caso troppo specifico», «È molto bello ma questa storia non interessa più nessuno». Hanno sicuramente ragione loro.

D’altronde, si sa, la gente fa la fila in libreria per acquistare roba più fresca (tipo la 321esima biografia di Hitler e Mussolini) o comunque più utile ai fatti propri, come il best seller «L’intestino felice». Peccato che io, questa assenza di verità sul caso Marta Russo, non riesca comunque a digerirla.

di Vittorio Pezzuto

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Commenti all'articolo

  • stefano.bright

    18 Settembre 2015 - 17:05

    La Chiarelettere ha pubblicato un libro su Gulotta e Alkamar, quindi è una scusa (degli stessi responsabili) quella del "non trattiamo casi troppi specifici", probabilmente Scattone non sta simpatico a uno dei "capi"/amici della casa editrice, cioè (suppongo) Travaglio, che se Scattone fosse assolto non potrebbe scrivere i suoi pezzi sulle "fucilate". Forse la Kaos Edizioni potrebbe interessarsi.

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  • stefano.bright

    18 Settembre 2015 - 13:01

    Ottimo articolo, finalmente qualcuno dice la verità. Aggiungo una frase del cognato carabiniere della cosiddetta "testimone", evidentemente condizionata psicologicamente ad un falso ricordo, non coincidente con la verità dei dati reali: "Non è importante che tu l'hai visto materialmente, ma tu magari hai sentito." Non è importante che l'ha visto, secondo lui, eh... se lavorano tutti così, allora

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  • gigi0000

    16 Settembre 2015 - 15:03

    Nemmeno io riesco a digerire questa assenza di verità, sia nel caso di Marta Russo, che in decine di altri processi mediatici che hanno portato alla condanna di qualcuno senza prove certe, ma solo sulla base di ipotesi opinabilissime dei magistrati ed appunto, su testimonianze estorte. Il libro, forse, non reggerebbe il mercato, ma sarebbe una giusta testimonianza della quotidiana ingiustizia.

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