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Altroché spending review: ecco quanto ci costano gli enti inutili

Altroché spending review: ecco quanto ci costano gli enti inutili

Il paradosso - diciamo- della buona volontà risale al 1998. Quando il Parlamento, fomentato dall allora Robin Hood civico Raffaele Costa, individuò prima 500 e poi 1000 Enti inutili da cancellare. Per farlo, si istituì un apposito Ente. Inutile, naturalmente. Qualche anno dopo - al momento di lasciare l' incarico- l' ex ministro dell' Economia Giulio Tremonti estrasse dalle grandi fauci della burocrazia le «carte»: tra «eletti» (parlamento, regioni, province, comuni, municipi e circoscrizioni) nominati alla presidenza di Enti ed aziende pubbliche, in Italia si raggiunge la cifra stratosferica di un milione e duecentomila persone.

Solo in stipendi circa 20 miliardi l'anno. Di questi, 10 miliardi potrebbero essere tranquillamente tagliati; lo ventilò Milena Gabanelli in un memorabile Report, in inedita complicità col leghista Borghezio. Nel decennio successivo, governo Berlusconi, fu l' allora ministro della Semplificazione Roberto Calderoli a individuare 1.612 enti da eliminare perché «dannosi». Ma li individuò e basta, dopodiché Calderoli fu narcotizzato. Vivono ancora, infatti, i Tribunali delle acque, i Bacini imbriferi montani, gli Ato e i 138 enti parco regionali oltre alla flotta dei consorzi di bonifica. Perché tagliarli, gli enti, è impresa oltre l' umano. Sembra un racconto claustrofobico di Lovecraft, spuntano dal profondo. La prima legge per distruggerli risale al '56, ma venne inghiottita da decreti e circolari interpretative, mentre gli enti inutili si moltiplicavano. Mentre si discute di riforma Senato (un doppione, quindi inutile, infatti non sarà soppresso …), gira ora un libello, Enti inutili - la rapina agli italiani di cui si parla poco e si sa troppo poco di Antonio Parisi (Imprimatur) che pare da qualche tempo sia diventato, in modo occulto, per molti dell' entourage del dominus della spending review Yoram Gutgeld, una sorta di Vangelo laico e Lonely Planet del revisore di spesa. Gutgeld, come i predecessori Cottarelli e Bondi, da mesi è alla ricerca disperata di municipalizzate, comitati, consigli, fondazioni, partecipate, comunità montane - inutili- da estirpare. Finora non esisteva uno studio articolato e divulgativo del settore; oggi, nel libro di Parisi, questa gigantesca mappa -regione per regione- di organismi immortali dà l' idea di un mondo inesplorato.

Sono più di 200 pagine solo di crudi elenchi, tra i nomi degli organismi appartenenti allo Stato o alle sue propaggini territoriali. E c' è di tutto. Si va, in generale, «dagli enti sottoposti al controllo della ragioneria generale dello Stato (aggiornato al 2005) alle aziende controllate dal ministero dell' Economia fino agli organismi e alle società di tutte le regioni italiane». Poi si affonda più nello specifico. Il primo girone infernale è quello degli «enti sottoposti alla Tesoreria unica», cui seguono quelli «soggetti alle misure di razionalizzazione». Poi gli «enti pubblici ed economici» e quindi quelli «pubblici sottoposti al controllo della Corte dei Conti». Dopodiché, ecco gli enti i cui bilanci «vanno annessi agli stati di previsione della spesa dei ministeri» e quindi di quelli allegati «alle leggi di bilancio e di stabilità». Segue elenco sterminato di tutte le amministrazioni pubbliche, enti nazionali di previdenza e assistenza sociale, le società partecipate e controllate dal ministero dell' Economia e regioni. Insomma, un magma vischiosissimo: l' esatto contrario dello spirito con cui Alberto Beneduce, ministro del Lavoro già mussoliniano, creò il primo ente pubblico, l' Iri del «miracolo italiano».

Oggi, invece, il cammino della crescita viene percorso dai carrozzoni dei partiti. Qualche misero esempio. L' Istituto di beneficenza Vittorio Emanuele III, varato nel 1907; o l' Ente per il patronato pro-ciechi Regina Margherita e l' Istituto nazionali dei ciechi Vittorio Emanuele II; o l' Opera nazionale dei figli degli aviatori, l' Opera nazionale per la maternità e l' infanzia dei fanciulli, l' Opera nazionale combattenti, l' Ente nazionale per i lavoratori rimpatriati e i profughi. Decine sono gli Enti pubblici che si occupano di formazione: «Ente nazionale per l' addestramento dei lavoratori del commercio» (Enalc); e l' Istituto nazionale per l' addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell' industria (Inapli). Eppoi gli enti che difendono i mille campanili: in Veneto svetta l' Istituto per la conservazione della gondola e la tutela del gondoliere.

Nel Trentino Alto Adige i ladini hanno l' Istituto storico per l' identità della lingua. In Piemonte brilla il Centro piemontese per studi africani,in Campania l' Ente per lo studio dei materiali plastici per i poteri di difesa dalla corrosione (?). Decine le Fondazioni. Ricevono, ogni anno, dallo Stato, centinaia di migliaia di euro. Si occupano di storia, arte, cultura, religione, difesa, sicurezza, commercio, musica e arte, perfino start up tecnologiche. Il Codacons recensì gli organismi più pittoreschi: dall' Unione italiana Tiro a Segno fino al Centro piemontese di studi africani, all' Istituto di sviluppo ippico per la Sicilia. Sopravvive anche l' Istituto Regionale per le Ville Tuscolane aperto solo poche volte l' anno e su appuntamento.

Spesso queste mostruosità hanno dignità e bilanci nascosti. Paradossalmente, non possono essere uccise. Come l' Unione Nazionale per la Lotta contro l' Analfabetismo, l' Istituto per lo sviluppo agroalimentare, l' Istituto per il commercio estero soppresso ma subito trasformato in agenzia. L' Ente nazionale per il Microcredito fondato da Mario Baccini fu chiuso ma poi riaperto grazie ad un emendamento in zona Ncd. Il paradosso-enti crea anche casi umani. Straziata l' autodenuncia di Donato De Carolis commissario straordinario dell' Ente autonomo Fiera dell' Ascensione di Francavilla Fontana, Brindisi: «Il mio incarico era per sei mesi è durato sei anni e sono ancora qui. I dipendenti sono tutti in pensione, ma il patrimonio resta ed è inutilizzato. Va chiuso, non ha più ragione di vita». Come non ci sarebbe ragione di vita per il Cnel, che è ancora lì, con i vertici rinnovati; o l' Enit che il ministro Franceschini ha resuscitato dopo il commissariamento. A proposito di cultura. Non è vero che con la cultura non si mangia.

Prendete l' Arcus, la Società per lo sviluppo dell' arte, della cultura e dello spettacolo nata nel 2004. Con l' Arcus si mangia. Il suo bilancio del 2014 fa registrare, alla voce «uscite generali», una cifrona: 38 milioni e 800mila euro. Tra le «spese correnti» , 417mila euro per le retribuzioni lorde e 850mila per l'«acquisto di servizi non sanitari». Ben 26 milioni e mezzo sono i «trasferimenti correnti ad amministrazioni pubbliche». Quanto ai compensi: se l' amministratore unico, Ludovico Ortona, nel 2014 ha ricevuto 24mila euro lordi, la retribuzione del direttore generale, Ettore Pietrabissa, è stata di 190mila nel 2013. Quella del direttore centrale: 127mila nel 2013. Cottarelli aveva ovviamente inserito l' Arcus negli «enti inutili», Monti lo soppresse. Ma durante il governo Letta la solita manina/emendamento -sostenuta sia da centrodestra che centrosinistra- ne decretò la solita resurrezione. Ammazzare il Kraken/ente inutile è quasi impossibile. Anche Prodi ci provò, ordinando che entro sei mesi dall' inizio di ogni esercizio finanziario, dovessero essere individuati ed eliminati i comitati inutili.

Chiusi 21 comitati ne spuntarono 90. Sospirava la Gabanelli: «liberarsi di un ente inutile è più complicato quando i crediti da recuperare sono legati a illeciti penali commessi da ex dipendenti». «Complicato» significa -statisticamente- che per chiuderlo davvero ci impieghi in media 15/20 anni. Auguri, professor Gutgeld…

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • yuva05

    14 Luglio 2016 - 17:05

    GRAN BELL'ARTICOLO!! Dovrebbe fare in continuazione il giro di tutti gli organi d'informazione.

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