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A Parigi

Antonio Moresco: "I miei libri nascono da dolore e solitudine"

Antonio Moresco: "I miei libri nascono da dolore e solitudine"

Antonio Moresco è uno dei più importanti scrittori italiani contemporanei. La sua opera ruota intorno alla “Trilogia dell’increato” (Gli esordi, Canti del caos, Gli increati, pubblicati da Mondadori): dopo oltre vent’anni di continui rifiuti da parte delle principali case editrici italiane (“Mi sentivo come un sepolto vivo”, confesserà anni dopo in Lettere a nessuno) oggi le sue opere han suscitato l’attenzione  nazionale e internazionale. I prossimi 19 e 20 luglio, non a caso, la Sorbona di Parigi ha indetto un convegno incentrato sulla sua attività di scrittore (“Antonio Moresco, une écriture visionnaire”).

Dopo l’uscita de Gli increati (marzo 2015) ha dichiarato che il suo desiderio è quello di scomparire, di “tornare sottoterra”. È la fine dello scrittore Antonio Moresco?
Non sto tirando i remi in barca. È solo che, dopo il giro di boa e il salto di dimensioni e di piani degli Increati, non posso andare avanti come se niente fosse. Adesso sono anch’io dentro quel magnete e anche il resto della mia vita è da conquistare, inventare e increare. Non posso sapere adesso cosa succederà.

Cosa vorrebbe fare negli anni che la separano dalla morte?
Vorrei, nella solitudine, conquistare un’ulteriore libertà, vorrei  fare come quei pittori e quei musicisti del passato che, dopo avere messo al mondo il grosso della loro opera, hanno strappato ancora qualcosa di mai visto prima alla prigione e al buio della vita e del mondo, per inquietudine, per lacerazione, per ardimento personale e segreto: pittura che non riesce più a stare dentro se stessa, musica da camera estrema. Ecco, questo è ciò che penso in questo momento e che mi sento di dire. E pazienza se qualcuno si scandalizzerà e si straccerà le vesti. Che se le stracci pure!

Ha scritto opere monolitiche di oltre 1000 pagine e romanzi veloci di un centinaio di pagine, con la stessa disinvoltura. Come si spiega queste due attitudini apparentemente antitetiche di scrittura?
Non lo so. Si vede che certe volte ho bisogno dell’immersione lunga, certe altre dello scatto, della sortita. A me sembra che la velocità e la lentezza non siano in contraddizione tra loro ma che siano tutte e due dentro qualcosa d’altro. Ci sono romanzi come Canti del caos che ho scritto in quattordici anni e altri come La lucina che ho scritto in quattordici giorni. Ma, se sei dentro questo qualcosa d’altro, il tempo si ferma, non c’è più, e quattordici anni e quattordici giorni sono la stessa identica cosa.

Nel 2013 ha scritto di getto un romanzo breve intitolato La lucina che ha commosso molti lettori (conquistano il pubblico francese). Secondo lei perché ha catturato i cuori?
Forse perché tocca qualcosa di molto profondo che c’è dentro di noi, perché tutti noi ci portiamo dentro il bambino che eravamo e che abbiamo ammazzato per poter far vivere l’adulto, perché il mondo ci ha detto che solo così avremmo potuto crescere e diventare adulti. Questo piccolo romanzo racconta il viaggio estremo che occorre fare per poter incontrare quel bambino e poterci ricongiungere con lui.

Tutta la sua opera è permeata da un grande senso di solitudine e sofferenza. Van Gogh diceva: “Sia nella figura che nel paesaggio vorrei esprimere non una malinconia sentimentale, ma il dolore vero”. Anche lei crede che il dolore e la solitudine siano il cuore profondo dell’esistenza?
Mi riconosco molto nelle parole di Van Gogh, che mi è stato vicino durante i miei lunghi anni di solitudine e rigetto da parte dell’editoria e mi ha dato la forza e la luce per non arrendermi. Mi viene da confrontare queste parole con le convinzioni tipiche di questa epoca e frutto della sua visione superficiale e terminale, e cioè che il dolore è una cosa da evitare e da eliminare, che il dolore è sterile, che quello che conta è vivere a lungo e senza pensieri, tirare a campare. Invece a volte è proprio lì che dobbiamo scendere per incontrare il cuore del mondo e per incontrare noi stessi.

Oggi lei è uno dei pochi scrittori che porta avanti un’idea di letteratura svincolata da logiche di mercato, rifiutando l’idea di target e di genere letterario. Crede che il suo modo di agire la ripagherà, in futuro?
Non lo so e non è questa la motivazione del mio agire. Faccio quello che sento di dover fare e che non posso non fare. Non per eroismo ma perché sono una persona che arde. L’unica cosa che desidererei, ben più del riconoscimento di quanto sto facendo e cose simili, è di arrivare con la mia fiamma a quella che c’è anche al centro delle altre vite e delle vite di quelli che mi leggono e leggeranno, per ardere insieme in una sola fiamma. È questo il sogno profondo della letteratura.

Lei sostiene, come Cervantes, che realtà e immaginazione non siano nettamente separate, ma intrinsecamente connesse. Può spiegare questo concetto?
Come si fa a tenere separati questi due piani che sono invece così compenetrati l’uno nell’altro? Come si fa a dire che il mondo è tutto dentro uno specchio e che solo ciò che si vede dentro lo specchio è il mondo? Lo si può fare, certo, ma solo a prezzo di un’amputazione profonda sia della realtà che dell’immaginazione e della vita stessa. Realtà e immaginazione sono dentro la stessa cosa e sconfinano continuamente l’una nell’altra moltiplicandosi. Tenere astrattamente separati questi due piani è tipico di questa epoca e dell’idea orizzontale che ha della vita e anche della letteratura intesa solo come riporto e residuo di ciò che si vede nello specchio separato della cosiddetta realtà.

Nella sua opera è tornato alla concezione omerica di “arti unite”, di compenetrazione di verso, prosa, musicalità. Come mai ha deciso di optare per questa scelta così ambiziosa?
Non è una scelta, non si è mai presentata come una scelta. Semplicemente non ho più voluto stare dentro la prigione che per secoli tutte le figure normalizzatrici, compresi i loro ultimi epigoni senza fede, hanno allestito per gli scrittori e i poeti e per la letteratura. Non ce la facevo più a stare là dentro e ho segato le sbarre. D’altronde non è quello che hanno sempre fatto gli scrittori, fin dall’inizio? Non solo in Omero o in Dante c’è contemporaneamente  poesia, narrazione, romanzo, visione della vita e del mondo, pensiero…ma anche in romanzieri come Cervantes, Melville, Dostoevskij, Kafka… nelle loro opere vivono in modo radicalmente connesso e moltiplicatorio espansione romanzesca, sentimento, pensiero, poesia, canto… per questo la loro visione è più profonda e completa. In loro non c’è solo una concatenazione astratta e separata di pensieri o un’immagine altrettanto separata e fissata della realtà, o meglio dello specchio della realtà in cui bisognerebbe accettare di stare come in una prigione e dove bisognerebbe imprigionare anche gli altri.

Spesso ha dichiarato che il suo ruolo di scrittore è quello di “tramite”, attraversato e mosso da una forza più grande di lui. È il ritorno delle antiche muse che ispirarono poeti del passato come Esiodo o questa forza è un “qualcosa d’altro”?
Lo so che qualcuno ritiene che queste cose non si possono più dire, che la letteratura si esaurirebbe nella sola dimensione dell’artigianato dove gli scrittori possono solo lavorare su materiali pregressi come gli orologiai con le loro rotelline… È questo il bon ton di questa epoca, a cui si vorrebbero uniformare tutti e tutto. Ma le cose non stanno così. Io sento di non essere solo predeterminazione ma di essere anche un tramite di qualcosa di più grande di me che mi contiene e che può moltiplicarmi, oltrepassarmi e spiazzarmi, tanto che mi sono paragonato a un povero asino che trascina un carretto che non sa cosa porta. Gli antichi, parlando della Musa che li ispirava, si esprimevano in modo ingenuo che magari adesso può essere facile compatire e deridere da parte di chi crede di saperne di più. Però, attraverso questa loro presunta ingenuità, ci stavano invece dicendo una cosa profonda e vera: che loro non erano tutto, che il loro cervellino separato non era tutto, che erano un tramite anche di qualcosa d’altro che li oltrepassava, che attraverso di loro stava parlando anche un’altra voce.

Lei dice che il periodo migliore per scrivere è “quando sei con le spalle al muro”. Perché?
Perché se sei con le spalle al muro non puoi arretrare. Perché puoi solo spostarti in avanti.

Lei crede che la letteratura sia la stessa cosa che ha animato i canti degli aedi, dei poeti antichi e che – passando da Dante e dai moderni – sia giunta fino ai giorni nostri? O esistono tante letterature, ciascuna di esse espressione del proprio tempo?
Oggi viviamo nell’epoca delle specializzazioni e delle vivisezioni, e tutto sembra esaminato a pezzi, come si esamina una parte di corpo amputato durante le autopsie. Avviene questo anche per la letteratura. Ma non bisogna esaurire tutto nella sua storicizzazione e periodizzazione e nelle tabelle delle cosiddette poetiche, per di più riciclate come quella di “realismo” adesso tanto in voga. È anche questo frutto di un’idea astratta e inerte non solo della letteratura ma anche della vita e del tempo, in cui si esprimono volontà di disinnescare l’incontrollato e l’ignoto, ignoranza e paura, anche rispetto a ciò che ci stanno dicendo da tempo gli antropologi, i fisici e gli astrofisici.

Lei ha affermato di cercare un lettore affamato e assetato, un lettore che non sia appagato. Crede che esista ancora questo genere di lettore?
Se non esistesse più questo tipo di lettore, ma anche di essere umano, allora per noi e per la nostra specie tutto è perduto.

I fisici ci dicono che della nostra vita e della materia conosciamo una parte piccolissima, il 5 percento. Lei crede di essere riuscito a fare luce almeno su una piccola parte dell’ignoto tramite la sua opera?
L’unica cosa che posso dire per tentare di rispondere a questa domanda è che mi pare di non aver mai accettato gli artificiali confini, di essermi sempre spinto al limite, soprattutto nelle ultime cose che ho scritto, di aver sempre cercato di forzare e sfondare le pareti della prigione in cui sono segregati i nostri cuori, le nostre menti, i nostri saperi e la nostra vita. Se poi ci sono riuscito o meno, non sta a me dirlo.

La sua opera è emersa anche grazie all’apporto e al sostegno attivo di lettori giovani, ventenni che ne parlavano in maniera entusiastica dentro i meandri del web e scrivevano tesi di laurea. Come si spiega questo fenomeno?
Forse perché le persone giovani hanno un orizzonte d’attesa ancora aperto, un angolo visuale molto largo. Si aspettano ancora qualcosa dalla vita, e anche dalla letteratura. In loro realtà e immaginazione sono ancora una cosa sola. Speriamo che continuino a esserlo, speriamo che non si facciano fottere, che non si arrendano, che non accettino l’idea che quello che abbiamo di fronte sia l’unico possibile modo di vivere su questo piccolo pianeta sperduto tra le galassie che, andando avanti così le cose, non sopporterà più a lungo la presenza della nostra specie folle, ottusa e rapace.

Le sue opere stanno cominciando a essere tradotte all’estero, in paesi come Francia, Germania, Spagna e all’inizio del nuovo anno anche negli Stati Uniti. Come hanno reagito e come pensa che reagiranno in futuro i lettori di altre nazioni alla sua opera?
Quello che per il momento posso dire è che, mentre in Italia ho avuto l’accoglienza che ho avuto, all’estero le cose stanno andando in tutt’altro modo. Il mio primo libro uscito un po’ di tempo fa in Germania (Gli esordi) è stato premiato come migliore traduzione dell’anno, il mio primo libro uscito in Francia l’anno scorso (La lucina) è stato accolto con grande calore e stupore da librai e lettori ed è stato finalista al premio Medicìs. Inoltre è stata aperta pochi mesi fa a Parigi una libreria che ha scelto come nome il titolo di questo mio piccolo libro, e questo ottobre la Sorbona organizzerà un convegno dedicato alla mia opera… Perché succede questo? Perché in Italia sono stato tenuto così a lungo sotto terra e poi, quando sono emerso, sono stato trattato per lo più come una specie di intruso che non doveva nascere? Provo dispiacere a dire queste cose, perché io amo profondamente il mio Paese e ancora di più la sua lingua.

Antonio Moresco e la sua opera hanno polarizzato la critica, ufficiale e non. Da una parte c’è chi la considera un vittimista, autoproclamatosi scrittore di culto. Dall’altra c’è chi è pronto a scommettere tutto sul suo indiscutibile valore di scrittore. Nessuno resta indifferente. Come interpreta queste due reazioni opposte?
Non lo so… c’è stato un momento in cui mi si è persino imputata come una colpa il fatto che ci fossero lettori e anche qualche raro studioso e critico che credevano molto nel mio lavoro di scrittore e che non avevano paura a dirlo pubblicamente. Come se così il gioco non fosse valido, come se, per essere valido, dovessero esserci solo quelli che mi sparavano addosso, visto che le regole del gioco le avevano stabilite loro… Ci sono ancora adesso persone che vanno in furore appena sentono il mio nome, come il toro quando vede il rosso, come il cane di Pavlov.  Allora scattano piccole battute, offese gratuite, sarcasmi, secondo il peggior costume italiano. Il tutto per un’idea preconcetta, per il trascinarsi di cliché, di luoghi comuni che vengono ripetuti per inerzia e che non hanno niente a che vedere con me e con i miei libri. O forse perché -anche se non mi conoscono veramente come scrittore e hanno al massimo “compulsato” i miei libri senza capirli- colgono comunque una diversità che è per loro evidentemente intollerabile. D’altronde non è la prima volta che i critici non si accorgono di quello che hanno sotto il naso e che ci arrivano prima i lettori e gli altri scrittori.      

All’interno dei suoi libri  vengono spesso rappresentate masse di persone (vive e morte) che compiono lunghe migrazioni, alla ricerca di un loro posto nel mondo. Cosa pensa del fenomeno dei migranti, al centro del dibattito internazionale per via della delicata situazione in paesi come Libia e Siria?
Durante un lungo periodo della mia vita sono stato anch’io uno che ha dovuto vivere come un vagabondo e che ha conosciuto la povertà e il bisogno, perciò non ho la puzza sotto il naso e capisco le tremende ragioni della disperazione, della miseria e della fame. Anche la mia famiglia ha conosciuto miseria, dolore e diaspore, come racconto in un libro intitolato I randagi. E per di più in questi anni, dopo una serie di lunghi cammini a piedi attraverso l’Italia e l’Europa, ho dato vita con altri a una piccola “Repubblica nomade”. Perciò può capire come la penso. Io non sono vissuto al caldo, con le spalle e il culo coperti, ho dovuto soffrire e combattere. Perciò capisco chi deve combattere duramente per cercare un proprio spazio nel mondo ed è disposto persino ad affrontare la morte per cercare fortuna e salvezza. È un problema epocale, che crescerà sempre più nel futuro, anche in seguito alle mutazioni climatiche e ambientali che rimetteranno drammaticamente in movimento i nostri rassicuranti schemi fissi su stanzialità e nomadismo così come si sono configurati in questa epoca e in questa parte del mondo e che ci costringerà, volenti o nolenti, a cambiare le nostre prospettive e visioni se vorremo inventarci un nuovo futuro, perché siamo tutti migranti e naufraghi nello spazio. Le battute e gli slogan xenofobi più o meno mascherati servono a poco, se non a raggranellare qualche voto tirando fuori la parte peggiore delle persone e la loro paura.

Che cosa occorre fare per fronteggiare il problema?
Occorrono invece, insieme alla concretezza e alla capacità di discernimento, coraggio di fronte alle nuove sfide che ci attendono, capacità di invenzione e visione. Mi fa orrore questo clima di ottusità e intolleranza che viene alimentato per ragioni di breve respiro. E –parlando sinceramente e fuori dai denti – mi da il voltastomaco questa destra piccolo borghese incattivita e frustrata che crede che mettendo la testa sotto la sabbia si possano affrontare i giganteschi problemi ma anche le gigantesche opportunità che abbiamo di fronte, che delega le proprie frustrazioni e paure a chi millanta soluzioni tanto facili quanto impossibili. In cui non è rimasto assolutamente più nulla di una concezione del mondo che potevano avere certe forme antiche di destra, nutrite di una visione drammatica, elettiva ed eroica della vita e che riuscivano a comprendere anche l’altro combattente e persino il nemico. Aristocratica in senso forte, che vuole dire essere severi con se stessi e indulgenti con gli altri. Mentre questi qui sono invece indulgenti con se stessi e severi con gli altri.

Andrea Emmanuele Cappelli

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Commenti all'articolo

  • geompiniliberoi

    12 Ottobre 2015 - 12:12

    il voltastomaco me lo fate venire voi due, si l'autore dell'articolo e lo pseudoscrittore, altro che cdx , andate a c....................re , poeticamente parlando , non lo pubblicherete ma sapete comunque quello che penso io di voi due

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