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La mamma di Giorgio Grena

La storia miracolo: "Una foto al giorno e mai una lacrima, così ho risvegliato mio figlio dopo 5 anni di coma"

La storia miracolo:

Giorgio ha 27 anni e negli ultimi cinque è stato in coma. Quello pesante che ti dicono «non c’è più niente da fare», quello che dormi profondamente senza più contatti con il mondo. Quello che sei in uno «stato vegetativo senza alcuna interazione con l’ambiente circostante». Giorgio per cinque anni non è stato più Giorgio per colpa di uno schianto in autostrada - era il 15 maggio 2010 - tra Seriate e Bergamo e per molti medici era inutile accanirsi. Inutile aspettare. Inutile curare. Non per i neurologi Giorgio Maggioni (della Fondazione Maugeri di Pavia) e Giampietro Salvi (clinica Quarenghi di San Pellegrino Terme: «È la dimostrazione che con la cura e l’assistenza giusta si può arrivare anche all’autoriparazione cerebrale») che l’hanno seguito in coppia fin dall’inizio, però. E, soprattutto, non per mamma Rosa, papà Gianluigi e il fratello Germano che l’hanno messo al centro della famiglia. Solo così, grazie alla perseveranza e alla capacità di questi due specialisti e alla determinazione dei parenti, si è arrivati al miracolo. Sì, perché Giorgio è rinato. Si è risvegliato lo scorso 31 marzo. Ed è tornato Giorgio Grena. Che lotta per migliorare giorno dopo giorno e vivere una vita più normale possibile. Che sorride. Che parla e che scherza. In particolare con mamma Rosa.

Signora, l’ultima cosa che le ha detto oggi Giorgio? 
«“Sei una rompicoglioni”».  
Scusi? 
«Adora prendermi in giro e fare battute. Questa mattina, all’infermiera, ha detto indicandomi: “Salvatemi, portatemela via!”». 
Beh, scherzare significa essere positivi e star bene insieme. 
«Molto. Questi ultimi cinque anni io li ho passati con lui 24 ore su 24. Come fossimo una persona unica. E l’ho gestito sempre da sola, anche quando aveva 44 di febbre per un’infezione alle vie urinarie. Sono diventata una specie di medico». 
Già, perché voi vi siete sempre rifiutati di mandare Giorgio in istituto. 
«Ce l’hanno proposto e abbiamo detto no. Per noi era importante coinvolgerlo nella nostra vita, nei nostri discorsi». 
Una scelta di grande amore. Ma anche impegnativa: avete dovuto adattare la casa alle sue esigenze? 
«Stavamo al secondo piano senza ascensore, impossibile. Ne abbiamo comprata una nuova e l’abbiamo sistemata. Bagno, porte, gradini. Tutto a nostre spese. E poi il letto. Se aspettavo quelli dell’Asl ne avrei avuto uno del dopoguerra». 
Parliamone.  
«Trovo vergognoso che si debbano compilare scartoffie, quasi a chiedere l’elemosina, per avere beni, visite, cure per queste creature che non hanno la più elementare autonomia per chiedere aiuto. Ho già pronta una lettera di protesta che nei prossimi giorni invierò al Presidente della Repubblica, al ministro Lorenzin e a Maroni». 
La cosa che l’ha più infastidita? 
«L’Asl mi ha dato un modello da compilare. Prima domanda: “È cambiata la sua vita?”. Vedete voi... E poi...». 
Dica.  
«Non volevano passarmi un determinato attrezzo per la fisioterapia anche se mi spettava. Telefono e chiedo: “Perché non si può?”. Risposta: “Lo dicono dall’alto”. E io: “Mi dia il nome di chi l’ha detto”. “Non si può per la privacy”. “Bene, allora mi presento da voi con i carabinieri”. Dopo mezzora mi chiama un funzionario dall’alto scusandosi: “Non ero al corrente del suo caso, ora sistemiamo tutto”. Capito? Bisogna lottare, sempre. Combattere. Io questa forza ce l’ho, ma mi chiedo come fa chi è più anziano o meno determinato di me». 
Rosa, domanda diretta ma inevitabile. Quanto avete speso in questi anni? 
«Giorgio è stato per 17 mesi a Pavia e ci è costato 120 mila euro: non potevo dormire con lui e mi sono dovuta trovare un appartamento. Poi, a casa, 4 mila euro al mese per cure varie. A San Pellegrino ora ho preso in affitto una casa. E in più ci metta i 300 mila euro della casa nuova di Foresto Sparso, il nostro paese, adattata alle esigenze di mio figlio. Più di mezzo milione di euro, abbiamo dovuto aprire un mutuo». 
Lei è decisa. Coraggiosa. Forte. Mai avuto un momento di debolezza? 
«Io in questi 5 anni non ho mai pianto. Mai una lacrima. Sa cosa ho fatto, invece, quotidianamente?». 
Cosa? 
«Una fotografia a Giorgio. Sempre, tutti i giorni, ogni giorno». 
Perché?  
«Perché fin dall’inizio io sono stata convinta che l’avrei tirato fuori da quella situazione». 
Questione di fede? 
«Anche, ma soprattutto me lo sentivo dentro. Questo è un miracolo, ma i miracoli avvengono perché ci sono la fede e l’amore». 
Rosa, voi siete stati fortunati ad incontrare due specialisti fiduciosi e positivi come Maggioni e Salvi. In tanti casi simili a questo, invece, c’è chi convince la famiglia a staccare la spina. Perché questa smorfia? 
«Ne ho incontrati anche io di medici così. Un primario mi ha ripetuto per sette volte, a sfinimento: “Suo figlio è gravissimo. Gravissimo. Gravissimo. Gravissimo. Gravissimo. Gravissimo. Gravissimo. Non c’è più niente da fare”. Un altro cui avevo chiesto un parere per un’operazione mi ha detto: “Assolutamente no, perché con il tempo a Giorgio si sgretoleranno le ossa”». 
E lei? 
«Ho risposto: “Se fosse vero, domani lo porterei direttamente in Svizzera: eutanasia. Ma io non ci credo». 
E ha avuto ragione.  
«Ha vinto Giorgio». 
Cosa ricorda del risveglio del 31 marzo? 
«Prime parole emesse a fatica. Poi sempre più capibili. Emozionante il momento in cui la cugina gli ha chiesto: “Mico, come stai?”. E lui: “Bene”».  
Ora, secondo i medici, Giorgio - cui non sono mai stati somministrate cure a base di farmaci stimolanti - è un «paziente vigile e discretamente collaborante, con confermata ripresa di coscienza ed eloquio».  
«La salita però è ancora lunga. Il prossimo obiettivo è riuscire a utilizzare le mani».  
Rosa, ha fatto qualche voto per il risveglio di suo figlio? 
«No. Mi sono solo detta, da sempre, che io e Giorgio, a guarigione avvenuta, saremmo andati a pregare per tutti coloro - anche sconosciuti - che hanno pregato per lui in questi mesi. Ci stiamo organizzando».

di Alessandro Dell'Orto

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