Cerca

La sentenza che fa giurisprudenza

Rai, risarcimenti ai giornalisti demansionati

Rai, risarcimenti ai giornalisti demansionati

Non senza una certa ironia in Rai si sussurra che uno dei passatempi preferiti dei dipendenti, sia dirigenti, semplici impiegati e giornalisti, sia far causa all’azienda per la quale lavorano. Soprattutto per questioni di demansionamento o «sorpassi» nella carriera. In pratica un dipendente su dieci, pur di vedere riconosciuti i propri diritti, ha usato il grimaldello legale. E così il nuovo direttore generale, Antonio Campo dall’Orto, ha ereditato dal suo predecessore qualcosa come 1.300 cause, fra grandi e piccole, che rischiano di svenare le casse dell’azienda. Soprattutto ora che la Cassazione ha battuto un colpo.

I magistrati della Suprema corte hanno stabilito la legittimità del risarcimento per «danno professionale» in favore di quei giornalisti nominati dalla Rai in ruoli apicali senza però l’effettivo incarico per svolgere il lavoro per il quale hanno ricevuto la promozione. Lo ha stabilito la Cassazione che ha respinto un ricorso dell’azienda di Viale Mazzini contro la decisione con la quale la Corte d’appello di Roma aveva stabilito il diritto al risarcimento dei danni professionali subiti in favore di Sandro Testi nominato condirettore di Rai International ma, di fatto, parcheggiato «senza mansioni». Circa 170 mila euro, più interessi e rivalutazione, è la cifra che la Rai dovrà pagare al giornalista lasciato in «protratta inattività» per circa dieci anni. Il danno è stato calcolato nella misura del 30% dello stipendio di Sandro Testi pari a circa 11 mila euro al mese, per ogni mese di «parcheggio».

La vicenda di Testi non è l’unica e la sentenza della Cassazione potrebbe aprire un fronte particolarmente oneroso per la Rai. Fra i casi più eclatanti, legati anche alla vicenda del tetto dello stipendio a 240 mila euro fissato per legge, applicato, disapplicato e ora di nuovo oggetto di discussione, ci sono i giornalisti e volti noti come Fabrizio Maffei, Andrea Lorusso Caputi, Massimo Liofreddi, Mauro Mazza e Antonio Preziosi, «parcheggiati» dall’azienda. Sempre la Cassazione ha riconosciuto a Oliviero Beha il diretto di criticare pubblicamente l’azienda. Nel frattempo a mettere ulteriormente in difficoltà la Rai ci ha pensato la commissione di Vigilanza che ha stabilito, all’unanimità, che la tv pubblica debba inserire nel proprio statuto il «limite massimo agli stipendi del personale e degli amministratori», fissato a 24 mila euro.

di Enrico Paoli

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • frabelli

    12 Novembre 2015 - 12:12

    Non discuto dei giornalisti ma, se non sbaglio, un dirigente di un'azienda, con la dovuta liquidazione, possono da sempre essere licenziati. Alla Rai non si ouò?

    Report

    Rispondi

  • gege47

    12 Novembre 2015 - 11:11

    ma tanto che gli fraga sono soldi nostri.

    Report

    Rispondi

blog