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L'etologo

Ama orripilanti creature striscianti: "Vivo con gli insetti, meglio degli uomini"

Ama orripilanti creature striscianti: "Vivo con gli insetti, meglio degli uomini"

Questa intervista è difficilissima.
"Perché?"

Perché odio gli insetti.
"Io li amo tutti invece, compresi gli scarafaggi". La sfida comincia su due poltrone di una biblioteca emiliana che trasuda libri, insetti e sapiente follia. Protagonista indiscusso un etologo di nome Roberto Marchesini dall' avvolgente accento bolognese e l' aria di chi il mondo lo guarda, lo studia e lo seziona in tre parti: testa-torace-addome, come il corpo di un insetto. I suoi amici sono gli animali «a prescindere». La sua passione, orripilanti creature striscianti e volanti. Da bambino s' infilava negli angoli della scuola per studiare le ragnatele impolverate, e gli scarafaggi nell' ora della pennica. Poi è cresciuto e ha deciso di andare nelle campagne a inseguire calabroni. Solo che i calabroni non c' erano.

Finché un giorno… "Vagavo sulle rive di un fiumiciattolo con la mia vecchia macchina fotografica. Ero uno studente universitario sedotto dai calabroni ma irrimediabilmente persuaso che fossero solo un bellissimo sogno. D' altronde vivevo nel centro di Bologna e il mio raggio d' azione erano i portici lì attorno. A un tratto, vicino a un casolare, ho visto lui…". Il calabrone? "L' ho visto librarsi a pelo d' acqua, in una sorta di danza magica. E sono rimasto soggiogato, avvinto, una specie di colpo al cuore. È stato il mio serendipity".

Il momento perfetto. Ma perché non è fuggito come tutti i comuni mortali?
"Perché per me gli insetti sono fonte di meraviglia e stupore. Guardo e ammiro il loro micromondo e resto incantato. Con gli insetti è difficile antropomorfizzare, proiettare su di loro il modo di sentire e vedere degli umani. Hanno una dimensione magica e se riesci a vedere con i loro occhi, finisce che ti ibridi e ti trasformi. È come se fossero un' annunciazione di una realtà aliena. Non è un caso che gli ufo vengano raffigurati con le antenne e la testa triangolare, tipica della mantide. E poi, sulla trasformazione uomo-insetto, c' è una vasta letteratura".

Per esempio?
"L' ha mai letto Il Ciondolino di Vamba, l' autore di Giamburrasca? È la storia di un bimbo birichino che piuttosto che studiare vorrebbe essere una formica. Il suo desiderio viene esaudito, e impara a conoscere il fascino e le abitudini delle formiche. Ha un forte potere educativo quel libro. Un po' come i manga giapponesi, che ci hanno fatto innamorare dell' ape Maya e del suo micromondo. O Kafka, l' uomo che nel suo essere insetto ripugnante raffigura l' emarginazione alla quale il diverso viene condannato in società. Gli animali, e gli insetti in modo particolare, sono il nostro abbecedario. E ben si sa che tante delle danze primitive o tribali imitano il loro rituale di corteggiamento".

Cosa hanno di diverso gli insetti?
"Sono maestri di una costruzione esistenziale nuova. Bisogna lasciarsi trascinare, osservarli e capire".

E lei prova affetto per loro?
"Mi affascinano molto".

Ma perché il calabrone?
"Perché ha una società molto complessa e una vita breve di lavoro frenetico e disperato. Vive un anno, uno soltanto. E quell' anno lo passa a costruire il nido per la regina che depone le uova. Se leggiamo Darwin capiamo che nel mondo animale gli egoisti si riproducono, gli altruisti no. Ed è esattamente quello che succede coi calabroni, sono insetti che si dedicano alla comunità e possono rinunciare alla riproduzione per il bene di un altro. Nel nido ci sono tutte femmine operaie sterili, che lavorano come forsennate per le larve, arrivando persino a rinfrescare le celle con l' acqua fresca se fa troppo caldo. Ma poi, quando arriva l' autunno, muoiono tutte, anche la regina. Le uniche che restano in vita sono le giovani femmine nate in quel periodo che verranno fecondate e creeranno una nuova colonia. È un universo che ha una precarietà incredibile".

Ho letto di nidi enormi.
"Hanno la forma di ovoni e sono strutturati come palazzi di 5 o 6 piani.
Per realizzarli il calabrone usa la corteccia verde e tenera delle piante e la impasta con la saliva. È stato lui a insegnarci a fare la carta".

Il calabrone è un killer però.
"Potentissimo. E molto pericoloso perché ha una quantità di veleno incredibile. Una sola puntura può essere mortale. Ho visto cose pazzesche durante i miei studi".

Cose che noi umani… "Non scherzo, un giorno fotografavo un' argiope fasciata catturare un' ape nella sua ragnatela. Di colpo è entrato un calabrone e l' argiope, che è un ragnone giallo e nero, è schizzata via come se avesse visto la morte in faccia. L' ape era avvolta dal bozzolo della ragnatela, il calabrone l' ha aperto e l' ha tirata fuori. Pareva che fosse lì per salvarla e invece le ha staccato la testa. Il mondo degli insetti può essere violentissimo".

E lei come ha fatto a penetrarlo?
"Ho cominciato osservandoli dietro un vetro e a poco a poco sono arrivato a farmi accettare. La distanza di sicurezza tra un uomo e un calabrone è di 5 metri. Io sono riuscito a mettere le mani sul loro nido, lo sentivo tremare sotto i miei polpastrelli, come se il gran lavorio che avveniva lì sotto si ripercuotesse sulle pareti. È stato il momento e la gioia più grande".

Per riuscirci avrà fatto un patto col diavolo.
"Ho lavorato sui feromoni, che sono le sostanze biochimiche sprigionate da ogni essere vivente. Vedevo che i calabroni sceglievano sempre le stesse foglie. Ho provato a sfregarmele addosso e loro si sono posati sulle mie mani".

Tutto qui?
"No, è una storia molto più complessa. Camminavo nella campagna tra Bologna e San Lazzaro, munito della mia solita macchina fotografica. E vedevo questi calabroni che infestavano le piante piene di afidi e gli afidi, si sa, fanno impazzire gli insetti per via della loro cacca che è una melata dolce e zuccherosa. Io ero a valle e loro si dirigevano verso la cima della collina, non immaginavo che ci fosse un nido là sopra, ma li ho seguiti e mentre camminavo mi strofinavo le foglie sulle mani. Poi in cima ho visto questa porcilaia e dentro c' era un nido enorme, con 200, 300 calabroni. Erano dappertutto, mi venivano addosso e mi sbattevano contro, io non avevo protezioni, non le uso mai. I contadini lì fuori mi guardavano terrorizzati, come fossi un pazzo. Io invece ero tranquillo perché vedevo che mi lasciavano avvicinare, che le sentinelle all' ingresso del nido non attaccavano".

Quali sentinelle?
"Ogni nido è costruito in un luogo protetto, che può essere un' intercapedine di una finestra o la cavità di un albero. Ma ha sempre una finestra dove tre calabroni, tutte femmine sterili come quelle che lavorano nel nido, fanno le sentinelle e si danno il cambio. E quando si avvicina qualcuno sbattono le ali e alzano l' addome in segno di intimidazione".

Delle perfette bodyguard.
"Una specie, solo che con me erano tranquille".

Perché le femmine?
"Perché i maschi non servono a nulla. Sfarfallano, fecondano e poi muoiono".

Piano, piano... Che significa "sfarfallano"?
"Il calabrone regina depone le uova dentro il nido in coni a sezione esagonale. Quando la larva nasce occupa una piccola parte del cono ma piano piano cresce e si costruisce una cupola bianca sulla sommità all' interno della quale compie la metamorfosi.
Dopodiché vola via e questo si chiama sfarfallamento".

È intelligente il calabrone?
"È intelligente in una misura diversa dal nostro sentire. È un insieme di abilità cognitive. Per lui è importantissima la vicinanza con l' uomo. Uno pensa di trovarli in posti isolati, loro stanno nei pressi delle comunità rurali, dove trovano il legno per i nidi".

Ma cosa mangia?
"Da adulto è vegetariano, si nutre prevalentemente di zuccheri, le larve invece sono carnivore".

L' hanno mai punta?
"Mai, anche se mi sono trovato a venti centimetri da loro".

Lei ha un dono, lo sa?
"È solo cautela. Le punture si prendono se si sbaglia qualcosa, se si mette una mano dove non si dovrebbe o ci si siede nel posto sbagliato".

E se si viene punti che si fa?
"Si devono assumere cardiotonici, il caffè è un ottimo vasocostrittore e il ghiaccio applicato sulla ferita diminuisce la circolazione del veleno".

Ha mai avuto paura?
"Paura no, perché so che mi hanno accettato. Però una volta ho documentato un saccheggio di un nido di vespe ad opera di un calabrone che mi ha molto impressionato. Erano vespe polistes, le più comuni, quelle gialle e nere che troviamo attaccate alla grondaia delle nostre case. Un solo calabrone è arrivato nel nido e le ha sterminate. È un gran regolatore".

Il regolatore di conti.
"Ma no. Contiene le vespe e impedisce che proliferino".

È una bella gara: calabroni killer, vespe polistes, financo le vespule...
"Le tremendissime vespule" Allora esiste un insetto che non le piace.
"Temo le vespule, è vero. Basta allontanarle una volta che loro ritornano e ti pungono, sono molto vendicative. Il problema è che sono tante ed è molto facile incontrarle sulle spiagge o vicino alle piscine".

Più l' ascolto e più mi accorgo che nel suo modo di raccontare gli insetti c' è molto di umano.
"Ma no, semplicemente li studio e osservo".

Le hanno mai dato del pazzo?
"Forse da giovane, quando ero alle prime armi. Poi ho fondato questa Scuola di Interazione Uomo-Animale che studia ed approfondisce - sia in via teorica (abbiamo 10 biblioteche), sia in forma pratica attraverso lezioni sul campo - il rapporto con gli animali, non solo gli insetti. E ho conosciuto gente appassionata ed esperta come Giorgio Celli. Ricordo ancora le nostre disquisizioni, lui sulle api io sulle vespe, la loro vita paragonata alla nostra, erano dibattiti appassionanti, mi ha insegnato tanto".

E i calabroni cosa le hanno insegnato?
"Mi hanno dato un metodo che impone pazienza, cautela e diligenza. Mi hanno insegnato l' empatia, mi hanno fatto comprendere di non essere al centro del mondo. E poi mi permettono di star fuori dalla relazione umana che è una relazione un po' oppressiva in certi momenti".

La sua personalissima fuga dal mondo.
"Per un po', per ritrovarmi, poi la magia finisce e torno tra gli umani".

Simona Bertuzzi

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