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Emergenza sicurezza

Per difendere le donne dagli immigrati violenti ripristiniamo l’aggravante di clandestinità

Per difendere le donne dagli immigrati violenti ripristiniamo l’aggravante di clandestinità

Ogni giorno le cronache riportano notizie di aggressioni di profughi alle donne. Ci sono stati gli assalti (rapine, molestie e persino
stupri) della notte di Capodanno a Colonia. Secondo il procuratore tedesco Bremer le vittime totali sono 883. Come ha rivelato il Corriere del Ticino, sono stati arrestati i primi tre molestatori: hanno chiesto asilo politico ma non sono profughi siriani, bensì algerini. E hanno ammesso di aver compiuto le violenze “per divertimento”.

Sempre in Germania, la città di Bonheim ha dovuto prendere provvedimenti perché nella piscina pubblica si sono verificati numerosi episodi di molestie da parte di profughi ospiti di un centro di accoglienza poco distante. Non mancano i casi eclatanti anche in Italia. L’ultimo è l'omicidio di Ashley Olsen, ad opera dell’immigrato senegalese Cheik Diaw, irregolare, che però faceva il pierre al club Montecarla, dedito agli stupefacenti e allo spaccio. “Non volevo ucciderla”, ha dichiarato agli inquirenti. No? Eppure lo ha fatto. Per poi scappare - lasciandola morente - e telefonare in Senegal, per chiedere una macumba per allontanare le forze dell’ordine. Una macumba.

“Sono stufa di venire continuamente approcciata con fischi, versacci e commenti osceni da giovani stranieri (…) di ritrovarmi su autobus stracolmi a cercare di sottrarmi alle ‘involontarie’ spinte e toccatine di stranieri in evidente tempesta ormonale, di non poter nemmeno reagire, dato che quando l’ho fatto questi ‘gentiluomini’ hanno risposto con insulti e minacce”, ha scritto lo scorso agosto una ventenne di Mestre al suo sindaco su La Nuova Venezia. Richiesta d’intervento restata evidentemente inascoltata, visto che i palpeggiamenti di straniere alle donne mestrine erano il tema di un servizio di Quinta colonna la scorsa settimana.
A novembre, un controllore Fs donna, a Senigallia, ha chiesto il biglietto a un migrante. Lui l’ha semistrangolata urlandole: "Nel mio Paese le donne sono schiave”. È terrificante veder polverizzato il rispetto per la donna in persone che il nostro Paese ospita per fare il multiculturale col culo degli altri, cioè col mio e con quello di tutte le altre donne italiane. Cosa possiamo mai, noi, contro uomini per i quali il primo sinonimo di “donna” è “schiava”? Non sono tutti così gli stranieri, certo. Ma con quelli che purtroppo lo sono, vogliamo o no fare qualcosa? Esiste una nuova “emergenza donna” di cui occorre parlare sul serio: se non se ne afferma l’esistenza, non sarà mai possibile risolverla. I santoni democratici e le sacerdotesse femministe non perdono occasione di gridare al femminicidio quando la mano assassina è di un italiano. Ma quando si tratta di mani straniere, il massimo che sanno fare è negare che il maschilismo migrante sia centomila volte peggiore di quello italiano, e se continua così raggiungerà in pochissimo tempo i numeri di un vero femminicidio.
Il fatto che arrivino qui - a frotte - uomini che delle lotte compiute dalle donne per esser considerate esseri sociali dagli stessi diritti (e
doveri) maschili non sanno assolutamente nulla, perché provengono da zone del mondo in cui la femmina ancora vale meno di un soprammobile, fa automaticamente peggiorare la situazione. È ovvio.
Alcuni Paesi europei hanno introdotto corsi obbligatori per gli immigrati su come si trattano le donne in Occidente. Da noi? Nisba.
Invece urgono provvedimenti seri, c'è un’emergenza in corso. I politici e gli editorialisti di sinistra fanno di tutto per decolpevolizzare gli immigrati, per negare in modo folle e autolesionista il problema. Il governo ha addirittura accarezzato l'idea di abolire il reato di clandestinità e Internazionale si è perfino dispiaciuto perché il premier, rinunciando ad abolirlo, avrebbe perso l’occasione di modificare “la percezione dei migranti negli italiani”. Chissà se l’autore di quell’articolo saccente e ottuso ha mai subito un borseggio, un palpeggiamento, uno stupro, da un individuo estremamente più forte di lui. Probabilmente no, altrimenti non vaneggerebbe di “modificare una percezione” corretta: i crimini dei clandestini contro noi donne sono già troppi. E non basta denunciare il legame fra immigrazione e violenza. Bisogna proteggerle, le donne. Invece quando si sottolinea che un crimine ai danni di una donna è stato commesso da un immigrato, ci si sente rispondere che anche gli italiani delinquono. E quindi? Questo è sufficiente a scagionare moralmente lo straniero?
L'immigrato che, accolto in Italia, aggredisce una donna italiana, è ancora più colpevole perché tradisce chi gli ha allargato le braccia. Il suo mantenimento deriva anche dalle tasse che anche io, donna, pago a questo Stato. Lui mi ringrazia così? Il codice penale prevedeva l’aggravante dell’”avere il colpevole commesso il fatto mentre si trova illegalmente sul territorio nazionale”. Sapete che fine ha fatto?
Introdotta dal d.l. 92/2008 “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica” del quarto governo Berlusconi, è stata dichiarata incostituzionale due anni dopo dalla Corte Costituzionale. Andrebbe reintrodotta, quell’aggravante. Ogni elemento che indichi con vigore a chi entra in Italia, ospite a spese nostre, che non siamo la Repubblica delle banane, è sempre più necessario. Altrimenti saremo oggetti in mano a cattivi selvaggi armati da chi invece dovrebbe proteggerci.

L’artista serba Marina Abramovich, nel 1974, eseguì a Napoli la performance “Rhytm 0”. Dispose su un tavolo 72 oggetti, tra cui una pistola carica e una lametta, che il pubblico poteva usare su di lei come voleva: lei era il settantatreesimo oggetto, questo era il senso della performance. Marina venne spogliata, toccata, tagliata, le venne rovesciata in testa dell’acqua, le venne scritto addosso. Nelle poche foto disponibili della performance, la si vede spesso piangere. Rischiò lo stupro e la morte. La performance venne interrotta dalla parte responsabile del pubblico quando uno spettatore le mise in mano la pistola carica, gliela puntò al collo e le disse di spararsi. Noi siamo Marina in quella performance, con la differenza che i nostri attuali governanti non dicono alla parte violenta dei migranti di non spararci, tagliarci eccetera.

di Gemma Gaetani

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Commenti all'articolo

  • giancarlop

    22 Gennaio 2016 - 14:02

    Il problema è che da noi un clandestino gode di immunità per noi impensate e sa di essere per molti versi intoccabile. Può girare senza documenti, vendere senza ricevuta , guidare senza patente, rubare, etc. e rischiare solo un paio d'ore in questura. Se ci arrabbiamo solo quando toccano il sedere di una donna, ne deriva che tutto il resto glielo concediamo. Va espulso comunque e a prescindere.

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