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Emergenza immigrazione

Unione Europea, libera circolazione a rischio. Per salvare Schengen rispolverano anche gli esuli giuliano dalmati

Unione Europea, libera circolazione a rischio. Per salvare Schengen rispolverano anche gli esuli giuliano dalmati

"Lotta contro l'immigrazione clandestina: l'Ue deve prevenire e ridurre l'immigrazione irregolare, in particolare attraverso una politica di rimpatrio efficace che rispetti debitamente i diritti fondamentali". A chi potrebbe sembrare una cosa nuova, rispondiamo che altro non è che il testo degli articoli 79 e 80 del trattato sul funzionamento dell'Ue (TFUE). Nulla di rivoluzionario, dunque, anzi proprio quello che dovrebbe essere applicato di fronte al flusso ininterrotto di migranti e di rifugiati che preme lungo le frontiere dell'Unione.

Eppure, tutto ciò non avviene: la realtà è quella che conosciamo bene. Un agglomerato (ormai, parlare di Unione Europea è aleatorio) di popoli incapaci non solo di gestire, ma anche di sentire uno dei problemi più delicati e spinosi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Assenza di sentore che trapela dalle politiche adottate da alcuni stati come la Danimarca e la Svezia, forse perché la lontananza geografica dai luoghi in cui si consumano tragedie influisce sulla capacità di giudicare l'emergenza come davvero collettiva.

"Non permetteremo che le posizioni di singoli membri mettano a repentaglio Schengen", ha dichiarato alla stampa il titolare della Farnesina Paolo Gentiloni, al termine dell'incontro dei ministri degli Esteri dei paesi fondatori, tenutosi a Villa Madama il 9 febbraio. Non permetteremo, va bene, peccato che nelle stesse ore in cui si svolgeva il meeting, Vienna discuteva dell'opportunità di sospendere la libera circolazione per la Grecia.

Ipotesi che probabilmente non avrà seguito, tuttavia sufficiente a suscitare nelle istituzioni Ue un sentimento di paura per il futuro. Proprio ieri, infatti, intervenendo sulle colonne del quotidiano romano Il Messaggero ("L'orrore delle Foibe insegni all'Europa integrazione e fiducia"), il titolare della Farnesina ha ricordato che "occorre riprendere e approfondire il dialogo con i nostri alleati adriatici perché si giunga ad alcuni gesti "politici" dal grande valore simbolico. Colpisce una circostanza: le stesse contrade che furono teatro di massacri, guerre e deportazioni ospitano oggi una migrazione epocale, esito di un mondo irto di conflitti (...) dobbiamo impegnarci a costruire un'Europa diversa e migliore. Un'Europa capace di offrire un orizzonte di sviluppo e integrazione anche grazie al progetto della macro-regione adriatico-ionica". Dunque, anche la vicenda, dimenticata per sei decenni, di 20.000 morti e di 350.000 italiani esuli può diventare un collante, per rimettere in riga stati disobbedienti come la Slovenia, che lo scorso novembre ha pensato bene di sollevare qualche muro... di filo spinato. Una decisione un po' incoerente, specialmente per chi ha accettato linee comuni di intervento fondate, come ricordano gli articoli di cui sopra, sul rispetto dei diritti fondamentali.

Ma torniamo a Roma. Cosa è stato, allora, l'appuntamento di Villa Madama? Un evento informale, durante il quale "abbiamo discusso del ruolo di giocatore dell'Unione a livello globale, del diritto dei cittadini a vivere liberi e sicuri, in particolare dopo i recenti attentati terroristici che hanno colpito il cuore dell'Ue, mettendo in discussione i suoi valori fondanti: solidarietà, libertà, pluralismo, democrazia, libertà d'opinione, tolleranza e dignità umana. Abbiamo sottolineato la necessità di rafforzare l'azione contro il terrorismo, in pieno rispetto dei diritti umani e del ruolo della legge".

Parole importanti, certo, ma che non riescono a celare l'assenza di un vero coordinamento sulle emergenze in corso: in conferenza stampa non ci si confronta su quale ruolo debba avere la Turchia (base di partenza della Balkan route), né su eventuali politiche di sostegno alla già debole economia ellenica, provata ancor di più dai continui sbarchi sulle isole del sud, paradisi turistici a rischio collasso. Ad emergere, invece, sono solo due elementi che potremmo definire certi: che siamo pronti a celebrare i 60 anni del Trattato di Roma (1957) e che la Farnesina, sul caso Regeni, si aspetta la massima collaborazione delle autorità egiziane.

Quanto agli esuli, è singolare che il loro dolore venga preso come "modello" per rafforzare unità e cooperazione europee. Perché? Perché proprio il paese natìo, l'Italia, li rinchiuse per anni in campi di accoglienza che oggi farebbero drizzare i capelli alla maggior parte delle organizzazioni umanitarie.

di Marco Petrelli 
@marco_petrelli

 

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