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Ecco cosa non potete dire ai dirigenti Rai. La sentenza: per i giudici è un insulto

Ecco cosa non potete dire ai dirigenti Rai. La sentenza: per i giudici è un insulto

Parlare di dirigenti lottizzati all'interno della Rai può avere come conseguenza una condanna al risarcimento danni per diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione, accogliendo il ricorso di due parti offese, ha annullato, con rinvio davanti al giudice civile, la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’appello di Milano nei confronti dei giornalisti Alessandro Sallusti (in qualità di direttore responsabile), Oscar Giannino ed Enrico Paoli, in relazione ad un articolo pubblicato sul quotidiano Libero.

I colori - Al centro del procedimento, la pubblicazione di uno schema denominato "Rai assetto organizzativo situazione al 20-1-2008" in cui erano indicati i nominativi dei dirigenti dell’azienda radiotelevisiva pubblica, compresi quelli di futura nomina, con inchiostro di colore diverso a seconda della loro appartenenza politica "così da ingenerare nel lettore la convinzione che tale appartenenza - evidenziava l’accusa - piuttosto che le competenze professionali, avesse determinato l’assegnazione della carica in modo da rispettare il peso elettorale di ogni partito".

L'assoluzione - I giudici d’appello avevano confermato l’assoluzione dei giornalisti già pronunciata in primo grado, riconoscendo la scriminante del diritto di cronaca sia per la "verità del fatto", ritenendo che il documento non potesse che provenire dai vertici Rai (anche se i giornalisti non avevano rivelato la fonte), sia per "l’interesse pubblico della notizia". La V Sezione Penale della Suprema Corte, invece, ha ritenuto fondati i ricorsi delle parti civili: la verità del fatto, ossia la "colorazione politica" attribuita nello schema pubblicato ai dirigenti Rai nominati o nominandi, è "frutto di un vero e proprio salto logico" poiché, hanno osservato i giudici di piazza Cavour, il documento "non era ufficiale ma di provenienza sostanzialmente anonima non avendo gli imputati rilevato la fonte". Inoltre, l’interesse pubblico "alla notizia della predominanza tra i dirigenti Rai di appartenenti al centro sinistra sarebbe stato soddisfatto - afferma la Corte condividendo i rilievi dei ricorrenti - anche senza l’indicazione nominativa dei singoli dirigenti, essendo di utilità sociale la notizia rappresentata dalla lottizzazione della Rai, non già quella del colore politico dei singoli dirigenti, indicato, o chiaramente sottinteso, come motivo della loro nomina, soprattutto di quelli, certamente assunti per concorso, con ruoli di poca o nessuna rilevanza esterna». I giudici del Palazzaccio, poi, affermano di non condividere il rilievo della Corte d’appello "inteso a sottovalutare la portata diffamatoria della notizia, facendo leva sull'argomento che la lottizzazione non escluderebbe necessariamente i meriti dei destinatari delle nomine". 

La condanna - La notizia pubblicata, si osserva nella sentenza della Cassazione, "implica al contrario proprio la malcelata insinuazione, di indubbio carattere offensivo, che la nomina fosse frutto dell’appartenenza politica". Per questo, conclude la Suprema Corte, "risulta erroneo l’assunto delle sentenze di merito secondo cui i giornalisti si sarebbero limitati ad attaccare il sistema della lottizzazione, non i lottizzati, apparendo indiscutibile che questi ultimi, marchiati nominativamente come tali, abbiano visto lesa la propria dignità professionale, essendo stata attribuita la loro carriera aziendale alla mera appartenenza ad un partito politico. Nè è sostenibile, sempre per il mancato accertamento della provenienza dello schema, con relative coloriture, dalla Rai, che sia stata la Rai stessa ad affermare che l’appartenenza politica consente di fare carriera in quell’azienda, piuttosto che i giornalisti ad insinuare, coma da capo d’accusa, tale convinzione nei lettori attraverso gli articoli a commento dello schema".

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Commenti all'articolo

  • routier

    08 Marzo 2016 - 20:08

    Nelle dittature del secolo scorso, quando non si potevano processare gli uomini, si processavano le idee. Sembra incredibile ma tutto questo è stato previsto da due antesignani: gli scrittori Aldous Huxley e George Orwell.

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