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L'allarme

Un'epidemia di Aids in Italia, colpa dei migranti

Un'epidemia di Aids in Italia, colpa dei migranti

 Torna l'allarme Aids. Una vera e propria allerta. Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, Virologia e bio-emergenza dell'Ospedale Sacco di Milano, spiega in un'intervista ad Affaritaliani.it le dimensioni di questa che sembra avere le dimensioni di un'epidemia. "C'è una grande allerta e preoccupazione ma in realtà legata al crollo della sensibilità generale verso questa malattia. Un calo di attenzione dovuto a un traguardo positivo della medicina stessa e a una scarsa attenzione anche da parte dei media. La credenza popolare è che non si muore più di Aids ma questo non è vero. E' vero che si muore molto meno, ma ci sono tantissimi decessi dovuti alle conseguenze delle lunghe terapie che vengono magari annoverati come morti di tumore o di altre malattie e non si dice che la causa primaria è proprio l'Hiv".

Forte disinformazione - La dottoressa spiega come ormai non si parli più di Aids come un tempo. "Molte importanti campagne sono state frenate da ideologie filosofiche o religiose che guardano male tutto ciò che è prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. La parola "preservativo" in Italia non si può nemmeno pronunciare... ma bisogna farlo con forza, a meno che non si voglia pretendere la castità". La dottoressa snocciola dati che sono davvero preoccupanti: "Solo in Lombardia tra il 30 e il 50% del totale dei pazienti positivi all'Hiv non sa di esserlo. Questo ha ovviamente una ricaduta negativa importantissima, perché queste persone possono potenzialmente continuare a contagiare altre persone con rapporti non protetti". Lombardia, Lazio e Campania hanno il tasso più alto di Hiv positivi.  Quando il giornalista le chiede se c'è un legame con i flussi migratori, lei risponde: "Purtroppo sì, un buon 25% della popolazione infetta rientra tra gli immigrati, soprattutto quelli più difficilmente controllabili e che difficilmente accedono alle terapie seguite con una certa disciplina. Il grosso problema è nei centri di accoglienza dove viene fatta poca campagna preventiva e pochi controlli. Bisognerebbe fare screening approfonditi, controllarli e informarli sulla prevenzione dal contagio, favorito dalla promiscuità di questi centri. Serve una forte campagna informativa perché ci troviamo di fronte a una potenziale bomba infettivologica". 

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