Cerca

L'inchiesta di Libero

Tac, esami e risonanze: i tempi. Quando conviene andare dal privato

Tac, esami e risonanze: i tempi. Quando conviene andare dal privato

Addossare tutta la responsabilità alle politiche del governo Renzi sarebbe forse eccessivo. Ma la riduzione di 4 miliardi di euro delle risorse destinate al Fondo sanitario nazionale, che per il 2016 si è fermato a quota 111 miliardi di euro a dispetto dell' impegno che era stato preso con il Patto per la salute, e i ripetuti tagli alle Regioni, che si sono tradotti in un inevitabile aumento dei ticket per le prestazioni sanitarie, stanno di certo contribuendo a spingere sempre più italiani a preferire il sistema sanitario privato a quello pubblico.

La riduzione della spesa sanitaria a carico delle casse dello Stato, diminuita del 2,2% tra il 2010 e il 2014, e il concomitante incremento di quella a carico dei cittadini, arrivata a quota 33 miliardi di euro (pari al 22,7% del totale) hanno infatti favorito un progressivo avvicinamento tra le tariffe delle prestazioni erogate nelle strutture pubbliche e quelle garantite nei centri privati.

I vantaggi del privato - Dai dati elaborati per l' Osservatorio civico sul federalismo in sanità firmato dal Tribunale per i diritti del malato - Cittadinanzattiva, che verrà presentato ufficialmente oggi a Roma e che Libero ha avuto in anteprima, emerge infatti un progressivo allineamento tra i costi dei due sistemi. Per un emocromo, ad esempio, il risparmio medio nel pubblico è di appena 3 euro, anche se può capitare di trovare tariffe più convenienti nel privato. Per una colesterolemia la differenza tra ticket e prestazione privata è di circa 2 euro.

«Dopo gli aumenti degli ultimi anni, il ticket è oggi il grande fattore di squilibrio del sistema sanitario nazionale», spiega Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato - Cittadinanzattiva. «Oramai ha raggiunto livelli difficilmente sostenibili, al punto che talvolta supera il costo del servizio privato. È il caso, ad esempio, di prestazioni come le analisi di laboratorio, da quelle del sangue a quelle delle urine, che in questo modo sono state di fatto tirate vie dai servizi essenziali di assistenza».

La conseguenza è semplice. Come ha sottolineato il Censis nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese «considerato il trade off tra costo e tempi di attesa, con la capacità del privato di offrire prestazioni a prezzi sostenibili e la lunghezza delle liste di attesa nel pubblico, la scelta dei cittadini è spesso di pagare per intero di tasca propria le prestazioni». D' altra parte, anche dal punto di vista strettamente economico può convenire spendere subito qualche euro in più per avere un quadro completo della situazione, piuttosto che restare mesi in attesa di un esame sopportando un disturbo che nel frattempo può peggiorare.

L'abbandono del pubblico - Un' evoluzione della situazione che non è però piaciuta agli italiani, per i quali «il servizio sanitario pubblico aveva tradizionalmente rappresentato una conquista irrinunciabile», prosegue Aceti. «Adesso, invece, stiamo registrando degli eventi sentinella che captiamo tramite il rapporto con il cittadino dai quali emerge che un servizio che dovrebbe farsi carico dei bisogni dei cittadini sempre più spesso li rifiuta ponendo difficoltà di accesso generalizzate: al Cup, allo sportello dell' ufficio relazioni col pubblico, al momento della prenotazione di una visita o un ricovero, o quando si ha bisogno di un farmaco».
Nessuna sorpresa, quindi, che nel corso degli ultimi anni ci sia stato un progressivo allontanamento dal servizio pubblico. Sempre stando al Rapporto del Censis, «il 42,7% degli italiani ritiene che il servizio sanitario regionale sia peggiorato negli ultimi due anni», mentre «il 55,5% considera inadeguato il servizio sanitario nella propria regione», con punte dell' 82,8% nelle regioni del Sud e del 61,4% in quelle del Centro.

Costo sommerso - D' altra parte, per avere un' idea delle differenze tra i due sistemi bastano pochi semplici dati. Se chi si rivolge al pubblico deve sopportare un' attesa media di 65 giorni per una risonanza magnetica, a chi sceglie il privato bastano 5 giorni. E ancora più improbo è il confronto sui tempi per una colonscopia: 79 giorni nel pubblico contro 8 nel privato.
Un vero e proprio «costo sommerso che come un macigno condiziona le scelte dei cittadini e rende il ricorso al privato conveniente o, comunque, praticabile per tante situazioni che solo un anno fa non sarebbero state possibili», sottolinea il Censis. E a contribuire a questo «spostamento» è anche il fatto che le prestazioni intramoenia che i medici erogano in libera professione nelle strutture pubbliche siano spesso più costose di quelle nella sanità privata.
Una visita cardiologica con elettrocardiogramma, ad esempio, costa in media 41,7 euro di ticket nella sanità pubblica, dove l' attesa può però superare gli 8 mesi, 113,5 euro in regime intramoenia e 108 euro nella sanità privata. Una prima visita oculistica costa in media 42,5 euro nel pubblico, dove i tempi di attesa arrivano anche oltre i 9 mesi, 105,1 euro in intramoenia e 102,4 in un centro privato.

La protesta dei medici - «Il sospetto che abbiamo noi medici è che ci sia un trasferimento strisciante di oneri dallo Stato ai cittadini, e lo sciopero di 48 ore che tutte le sigle sindacati, nessuna esclusa, hanno proclamato per il 17 e 18 marzo serve anche per chiedere al governo di scoprire le sue carte», commenta Costantino Troise, segretario dell' Anaao-Assomed (associazione medici dirigenti). «Negli ultimi anni negli ospedali abbiamo subito un taglio di posti letto che spiega perché i pronto soccorsi sono diventati una forma moderna di lazzaretto. Così accade che a Roma si usano i materassi per terra per i pazienti in attesa, mentre a Isernia in attesa del posto letto si fa pure in tempo a morire».

Tra l' altro le prospettive per il futuro lasciano poco spazio all' ottimismo. «Per il 2017 sono previsti tagli per 8 miliardi alle Regioni, e visto che il 70-80% dei loro bilanci è legato proprio alla sanità è chiaro che ci saranno ulteriori ripercussioni in questo ambito», prevede Massimo Cozza, segretario nazionale Fp-Cgil medici. «I dati della Ragioneria generale dello Stato ci dicono che tra il 2010 e il 2014 abbiamo "perso" 30mila operatori nella sanità, di cui 5mila medici, per blocco del turnover e mancanza di risorse. Una dinamica che spiega anche perché ci sia un allungamento delle liste di attesa e perché anche le nuove regole sugli orari e i turni di lavoro fatichino a essere recepite».

Dino Bondavalli

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • TARANTO1

    14 Aprile 2016 - 12:12

    nel pubblico il più onesto non si è accorto che è li per raccomandazione e fa danni perchè si sente protetto, via tuttooooooo

    Report

    Rispondi

  • TARANTO1

    14 Aprile 2016 - 12:12

    lo sapevamo tutti che il pubblico va chiuso, clientelismo, assistenzialismo, immoralità, quanto di più sporco è nel pubblico fino addirittura a cominciare delle opere con l'intento di mandare tutto in malora senza ritegno, basta aver incassato per vivere a spese altrui............

    Report

    Rispondi

blog