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L'intervista

"Sono entrato nella testa dei jihadisti
e ho fatto una scoperta sconvolgente"

"Sono entrato nella testa dei jihadistie ho fatto una scoperta sconvolgente"

Da più di cinque anni studia i terroristi, cerca di entrare nella loro testa, di capire cosa spinge un uomo a farsi esplodere o a compiere attentati che seminano morte e generano il terrore. I pensieri, le paure e le motivazioni di uomini che scelgono bersagli innocenti come quelli che una sera di novembre hanno deciso di andare al Bataclan o le centinaia gli studenti cristiani di un' Università in Kenya colpevoli di non conoscere il Corano (solo per citare gli ultimi devastanti attentatati targati Isis). Marco Soddu è un criminologo esperto in relazioni internazionali con un dottorato di ricerca e un master biennale: ha studiato e lavorato come ricercatore a Boston, Toronto, Budapest e qualche anno fa è volato a New York al John Jay College of Criminal Justice e qui ha analizzato il pensiero terrorista, ha studiato le differenze tra organizzazioni e ha individuato delle strategie di difesa.

Da dove ha cominciato?
«Lo studio del terrorista deve partire dal quotidiano: lui fa una scelta. Ecco, mi sono chiesto perché lo fa?».

E che risposta ha trovato?
«Che c' entrano i soldi».

A spingere un terrorista è la molla economica più di quella ideologica?
«Esattamente». Così ribalta completamente l' idea del terrorista che ci siamo fatti dal tempo delle Torri Gemelle... «Si ritiene erroneamente che la totalità dei terroristi agisca per motivi ideologici con un' appartenenza dettata da motivazioni religiose, per esempio con l' applicazione del concetto di "jihad". Questo è verosimile solo in una piccola percentuale. La componente religiosa spesso serve a nobilitare queste azioni».
Ma scusi, un kamikaze che si fa esplodere i soldi non li vede…

«Per il kamikaze è diverso. In questo caso, c' è un addestramento dalla tenera età, un indottrinamento che comincia molto presto. Il kamikaze, le cui famiglie hanno spesso dei soldi in cambio, viene allevato con la convinzione che il suo destino sia quello e che non abbia altre strade possibili nella vita».

Per il terrorista questo discorso non vale. Quanto guadagna?
«La paga generica di un jihadista ai tempi di Al Qaeda era sui 50 dollari al mese. Daesh/Isis invece fornisce 400 dollari al mese, più il sostentamento alla famiglia solitamente molto numerosa. Non si parla solo di cibo e vestiario, le organizzazioni terroristiche, esattamente come quelle mafiose, si occupano anche dell' istruzione, della salute, delle spese legali dei figli dei terroristi e dei parenti più stretti. In ambienti così poveri, magari in villaggi sperduti, avere la certezza di potersi curare o solo di andare a scuola è una conquista enorme. Per i jihadisti stranieri, foreign fighters, più fanatici e quindi meno attenti all' aspetto economico, lo stipendio è invece di 800 dollari».
Quattrocento dollari al mese più il mantenimento della famiglia in Siria è una cifra enorme. L' Isis è un' organizzazione ricchissima per via del petrolio

«Secondo gli analisti di Bloomberg l' Isis ha nelle proprie casse due miliardi di dollari ricavati dal petrolio venduto sul mercato nero. Ma a questo si aggiunge il racket delle tagliole: l' Isis ha racimolato 10 milioni di dollari da riscatti degli ostaggi internazionali. Le casse sono alimentate da privati che vengono dal Qatar, Arabia Saudita, Kuwait e Emirati Arabi. Ci sono poi i 420 milioni sottratti dalle banche di Bagdad, i proventi che arrivano dal commercio illegale di reperti archeologici trafugati nelle chiese, la tratta delle cristiane che vengono schiavizzate e poi vendute».

Lei sostiene che la buona paga sia una spinta molto forte verso l' Isis. Ma il rischio di finire in carcere non è un deterrente? Un potenziale terrorista, prima di arruolarsi, prende in considerazione le eventuali conseguenze?
«Un potenziale terrorista fa sempre un ragionamento in termini di costi e benefici. E tra i costi prende certamente in considerazione anche la possibilità di finire in carcere. Per questo motivo se lo Stato prevede pene certe e significative, offre un forte deterrente e scoraggia chi pensa di arruolarsi».

Altre misure preventive oltre alla certezza della pena?
«Il gruppo terroristico ha bisogno di una rete, di infrastrutture senza le quali anche solo l' idea di un' azione criminale sarebbe improponibile. Il contributo economico (con l' esempio di al Qaeda su tutti) è fondamentale perché la rete terroristica ha bisogno di strumenti molto costosi, in primis le armi. Nei molti casi che ho analizzato è stato fondamentale il sostegno della criminalità comune».

Che tipo di aiuto ha dato finora la criminalità comune?
«Un esempio molto semplice, oltre al caso ovvio delle armi, può essere quello dei documenti falsi e delle Sim dei telefoni cellulari necessari per le comunicazioni in un Paese. Se un gruppo non ha la possibilità di avere documenti falsi, quasi certamente mette da parte il suo disegno».

Quindi se si colpisce la criminalità comune si mettono in crisi anche i terroristi?
«Certo. Nessun' organizzazione riesce ad architettare attentati senza l' aiuto di criminali comuni».

Altre strategie preventive?
«Bisogna che le intelligence dei singoli Paesi abbiano molto chiari gli obiettivi dei gruppi terroristici».

Quali sono gli obiettivi oltre a quelli di uccidere e generare un clima di paura, anzi di terrore?
«Sono tanti. Attirare l' attenzione dei mass media, alterare la vita di tutti i giorni, reclutare nuovi adepti, danneggiare l' economia di un Paese, indebolire l' autostima delle forze dell' ordine, umiliare i governi, eliminare simboli ritenuti offensivi, mostrarsi più organizzati di quello che si è in realtà per avere più potere…».

Ma in Italia c' è un rischio concreto di attentati?
«Questo non lo so. Finora i nostri servizi hanno funzionato perfettamente, meglio di quelli francesi che hanno mostrato tantissime falle».
I terroristi degli attentati di Parigi erano immigrati di seconda o terza generazione perfettamente integrati in Belgio e in Francia.
«Il punto, come ho spiegato nei miei lavori qualche anno fa, è proprio questo. I terroristi non possono agire se non hanno legami con il territorio, non sono quelli che "vengono da fuori". Nelle ondate di immigrati che arrivano, tra i profughi, può esserci qualche infiltrato ma i terroristi hanno bisogno di basi logistiche, di rapporti con il territorio che sono possibili solo se si conosce un Paese ed è per questo che le seconde generazioni di immigrati sono quelle più a rischio».

Come spiega la scelta di uomini e donne che vivono in Italia, magari con un lavoro, ben inseriti che a un certo punto si arruolano con l' Isis?
«Si tratta di persone che non sono veramente integrate, oppure si tratta di fanatici».

È vero che le carceri sono diventate luoghi di reclutamento?
«Sì ed è sempre auspicabile la separazione fisica tra i terroristi e i criminali comuni per eliminare opportunità per il reclutamento diretto».

Altri mezzi per reprimere l' attività terroristica?
«Colpire le fonti di approvvigionamento economico dei gruppi terroristici anche con procedimenti fiscali e l' applicazione di blocchi bancari. Ogni banca deve conoscere personalmente i propri clienti e tracciare ogni operazione finanziaria. Istituire attività di controllo sugli studenti stranieri ed operazioni mirate alla creazione di un legame tra le forze di polizia e le comunità degli immigrati e degli stranieri in genere».

Da un punto di vista criminologico ci sono analogie tra al Qaeda e l' Isis?
«Ci sono aspetti simili nelle pratiche di reclutamento, nell' affiliazione e per quanto riguarda il trattamento economico. Il fanatismo è sempre presente anche se in misura variabile e minore rispetto a quanto si pensi comunemente. Si può affermare, come elemento presente in tutti i gruppi analizzati, che il fanatismo sia inversamente proporzionale alla remunerazione economica del gruppo terrorista. Ma sia chiaro, studiare al Qaeda per combattere Isis è fuorviante perché i modelli comportamentali di quest' ultima organizzazione sono differenti da quelli di qualsiasi altro gruppo».

Per quanto riguarda gli affiliati?
«Credo che nell' Isis, a livello del singolo, ci sia una componente economica sicuramente maggiore rispetto ad al Qaeda, dove l' aspetto del fanatismo era ancora più importante; questo lo si evince anche in base al maggiore reclutamento dei foreign fighters rispetto al passato».

Lei ha paura?
«Da un punto di vista professionale no, come uomo sì perché i terroristi agiscono a casaccio nei confronti della popolazione civile. È il loro scopo principale: generare terrore, mentre gli attentati sono solo strumenti».

Lucia Esposito @luciaesposito5

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Commenti all'articolo

  • nellomaceo

    22 Marzo 2016 - 20:08

    L'Isis è frutto dei guerrafondai OBAMA,Sarcosj e Merckel che hanno attaccato il Nordafrica eliminando Gheddafi ,Mubaracck e creando in Siria 5 anni di guerra e morte.Solo Berlusconi non voleva queste azioni di guerra ma il Napolitano presidente tradi' il cavaliere.Ho scritto che l'Africa sarà per noi europei il nostro Vietnam se la diplomazia non prende il sopravvento e Obama e c. eliminati d

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  • capitanuncino

    21 Marzo 2016 - 09:09

    Entrare nella testa degli arabi con teorie è un conto.Viverci in mezzo a loro per 40 anni è un altro discorso.

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