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Il giovane Indro

Il giovane Montanelli, vi sorprenderà quanto era moderno

Il giovane Montanelli, vi sorprenderà quanto era moderno

Non lo faccio per l' autore Salvatore Merlo, classe 1982, collega dotato d' indubbia armonia narrativa, il quale, probabilmente, Indro non l' ha mai conosciuto. Non lo faccio neanche per Ferruccio De Bortoli, prefatore accorato e ultimo direttore del gigante.

No. Se qui mi bevo d' un sorso ariose tranche de vie -seppur sostenute da fonti documentarie- che già conosco a memoria; e se recensisco Fummo giovani soltanto allora-la vita spericolata del giovane Montanelli (Mondadori, pp 23, euro 20) è perché, come ragiona sempre Marco Travaglio, il ricordo di Montanelli dev' essere un fuoco in grado di ardere in ogni occasione, un memento professionale, una botta etica che arriva quando l' abisso italiano di questo mestiere cerca d' ingoiarti. Diciamo che è un rito. Ogni volta che esce un libro sul vecchio cilindro occorre porgerlo alle generazioni future, anche se non si è Foscolo o E.L.Master. Anche se il libro, poi, magari è brutto. Questo di Merlo non lo è. Basta incocciare nel ritratto del giovane fucecchiese figlio del preside ai tempi dell' università di legge (poi si prese anche la laurea in scienze politiche) che Merlo traccia, per visualizzarne il carattere: «Giacca e capelli lunghi ripiegati all' indietro, distintivo del Guf sul risvolto, pantaloni a campana e nodo alla cravatta lunghissimo», Indro ha pure un papà mazziniano al quale oppone un irrequieto ribellismo: «vuole andare all' estero non vuole fare il diplomatico. La vita deve sembrargli una camera delle meraviglie, un teatro verso il quale basta allungare un braccio per cogliere un' occasione d' avventura. Sogna il giornalismo, e il solfeggio largo, pucciniano, della grande cronaca...».

E poi, via via, in questo prequel di Indro, spuntano quadretti vividi. I giornalisti italiani che si dissetano nei cafè francesi durante la guerra di Spagna, «tra aliti di brillantina costosa»; e il Montanelli che s' inceppa d' imbarazzo in un circolo culturale antifascista di Parigi, «incerto del suo francese» (cosa che non gli impedirà di frequentare la redazione di France Soir); e la sua ansia per il mattone che si trasforma in foga d' acquisto immobiliare; e l' attrazione per l' affabulanza ducesca di Berto Ricci («con noi il fascismo può diventare una cosa seria»); e l' incontro a New York col mostro del giornalismo Webb Miller boss delle United Press, quello che gli insegnò a scrivere comprensibile «anche per la massaia dell' Ohio». Il ritratto che Merlo fa di Indro è molto simile a quello di Nicola Lagioia in un libro del 2008, ma completamente opposto a quello di Paolo Di Paolo in Tutte le speranze del 2014. Entrambi, ovviamente, letti e recensiti. Fummo giovani si sofferma su notizie ormai seppellite dalla storia: il primo libro del Maestro, il tremendo Commiato del tempo di pace , scritto nel 1935 sul piroscafo verso l' Africa Orientale «pronto a combattere la guerra d' Abissinia».

O l' incontro con Mike Bongiorno a San Vittore. O l' aiuto prestato a due colleghi del Corriere considerati unanimamente degli psicopatici (Buzzati minacciato di morte da una prostituta con rivoltella che aveva sedotto e Piovene, sul lastrico causa scommesse). Ne esce un omaggio passionale non verso Montanelli ma verso ciò che per ognuno di noi rappresenta.
È come quando Montaigne vantava con Étienne de La Boétie (l' autore di Discorso sulla servitù volontaria) un' amicizia esemplare che mai ci fu ma che poteva esserci. Montanelli diceva sempre «una volta morto sarò ricordato forse dai miei lettori, non dai loro figli». Il mio, di figlio, lo ribadisco, si chiama Gregorio Indro, ha 4 anni. Gli ho messo in mano anche questo libro, accanto all' Ipad. Come al solito, da grande capirà...

Francesco Specchia

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