Cerca

Storie d'imprenditori

Alfredo Ramponi, l'uomo che fa splendere i nostri vestiti

Alfredo Ramponi, l'uomo che fa splendere i nostri vestiti

Avete presenti gli strass, le borchie, le decorazioni che vedete rilucere su borse, scarpe, abiti, illuminandoli splendidamente? Dobbiamo tutta quella luce ad Alfredo Ramponi, una via di mezzo tutta italiana tra Steve Jobs e Donald Trump. La Ramponi Stones and Strass, nata nel 1988 da una sua passione, oggi conta un centinaio di dipendenti e 4000mq di azienda. Un passato da nuotatore agonista, dopo il fallimento del Comune di Mozzate ne ha acquistato il centro sportivo e lo ha trasformato nello Sporting Club 63 perché: «È giusto che uno lavori, ma deve tener da conto anche la salute propria e della propria famiglia».

Cosa realizzava la prima Ramponi, che lei ereditò nel 1988?  
«La ditta di papà nacque negli anni Sessanta, nel settore dell’accessoristica hi fi (accessori per dischi grammofonici). Nel 1988 ho iniziato questa attività dalla mia passione per la mineralogia, che ho trasportato nella realizzazione di pietre e cristalli sintetici per accessori moda». 
La sua Ramponi nasce solo per questo suo amore per la gemmologia o lei prevedeva già che poi la decorazione per accessori moda sarebbe esplosa? Intendo dire, fu follia o intuizione? 
«Una via di mezzo. Follia, per la mia grande passione per i minerali, e una piccola intuizione. Allora, si adornava di strass soltanto il dressing da sera, generalmente con pietre e strass. Gli abiti quotidiani si decoravano con ricami, alamari e cose del genere. Io pensai che la pietra potesse diventare anche ornamento per abiti quotidiani». 
Allora, di che materiale erano le decorazioni per gli abiti da sera? 
«In vetro». 
Quindi è la stessa evoluzione dei pendenti dei lampadari a cascata, un tempo erano esclusivamente in cristallo, ora sono per lo più di plastica. 
«L’accessoristica di adornamento è sempre stata in vetro, tuttora c’è questa richiesta. Ma col tempo c’è stato un passaggio a questa nuova pietra». 
Che riproduce le caratteristiche di quella in vetro. 
«Noi nel 2006 abbiamo brevettato il “taglio Ramponi”, una pietra particolarmente sfaccettata sia all’interno che all’esterno». 
Quali sono i vantaggi della pietra sintetica? 
«Il peso specifico, sul capo d’abbigliamento pesa molto meno. Poi, un vantaggio economico: costa molto molto meno». 
Mi sembra uno dei pochi casi in cui la sostituzione di una materia tradizionale con quella plastica sia positiva. Voi realizzate, tra l’altro, anche borchie. 
«Dal 2005 ci siamo specializzati - e i nostri clienti dicono che siamo i leader a livello mondiale - anche nelle borchie in plastica. Fino a qualche anno fa venivano realizzate solo in metallo, con peso specifico ed economico notevolmente maggiori». 
Quali sono i suoi clienti più importanti? 
«Valentino, Chanel, Fendi, Vuitton, Louboutin, Prada, Gucci, Armani, Stella McCartney e tanti altri, tutti i grandi nomi della moda». 
Complimenti. Da appassionata di moda ho notato quest’incredibile exploit della decorazione che ha portato anche la borchia, un tempo esclusiva del vestiario punk, nella moda e nell’alta moda. È la tendenza decorativa che ha creato la Ramponi o è la Ramponi che ha creato il fenomeno? 
«Noi facciamo quattordici fiere all’anno in tutto il mondo. Siamo considerati l’azienda che fa la tendenza. Anche la nostra concorrenza ci prende come punto di riferimento per scopiazzare». 
Ci credo: il vostro catalogo è il Bengodi della decorazione! 
«Facciamo forti investimenti in ricerca, sviluppo e macchine tecnicamente all’avanguardia. Lavorare con grosse aziende, già innovative di loro, ci dà una marcia in più. Nel nostro show room a New York gli stilisti americani realizzano campioni e visionano le novità. Siamo stati appena chiamati da due grossi buyer giapponesi. Conosciuto e testato il nostro prodotto sono rimasti così contenti che e ci hanno invitato a partecipare alla JTAC, è la nostra prima volta in Oriente. Il nostro ufficio stile progetta tutte le prototipi e da sottoporre ai clienti, questo ci consente di essere aggiornati su tutte le tendenze». 
Ce ne svela qualcuna in anticipo? 
«Beh, le posso dire che per i prossimi quattro-cinque anni, il settore dell’accessoristica d’adornamento per calzature, pelletteria e
abbigliamento sarà in crescendo». 
Mi parla della collaborazione con Swarovski? 
«Pensavano fossimo un loro concorrente, poi si sono resi conto che noi facciamo pietra sintetica. La collaborazione è nata perché alcune aziende per le quali lavoriamo volevano l’unione di pietra in vetro Swaroski e borchie in ABS Ramponi». 
Fantastico, da sospetti concorrenti siete stati riconosciuti gli Swarovski della plastica! 
«Io dico sempre che sono arrivato ad essere considerato una delle aziende più importanti nel mondo nel nostro settore anche perché in questi trent’anni mi sono circondato di persone che sanno cos’è il lavoro, la passione. Abbiamo la regola delle tre P: Passione, Precisione, Puntualità». 
Mi ha colpito molto che, pur essendo lei giovane, ha istituito un premio per aiutare i giovani designer, il Premio Ramponi. 
«Quando iniziai la mia avventura, papà mi aveva lasciato veramente poche disponibilità economiche. Sono partito ex novo, nel garage di casa mia, quindici metri quadri. Avevo una semplicissima macchina che stampava, ventiquattro, venticinque anni e la frenesia che mi faceva pensare che se non avessi partecipato ad una fiera non avrei potuto farmi conoscere. Telefonai alla Fiera Lineapelle, che si tiene tuttora, per chiedere cosa costava partecipare. A conti fatti, tra suolo e stand occorrevano circa cinque, sei milioni di lire. Non avevo questa possibilità. Probabilmente, fui talmente insistente con l’organizzazione, che un giorno ricevetti una telefonata da questa signora che volle conoscermi. Andai, le dissi che avrei voluto partecipare ma non avevo i soldi, e
proposi di mettere una piccola vetrina all’ingresso della Fiera. Lei mi disse: “Potresti essere mio figlio. Si vede dagli occhi che ti brillano che hai tanta voglia di fare”. E, per cinquecentomila lire, mi fece avere la vetrina. La mia avventura è nata così e il Premio Ramponi è nato perché tanti nuovi talenti non hanno possibilità di farsi conoscere». 
E lei ha voluto dare loro quella vetrina che lei si procurò con tanta fatica. 
«Sì, nasce tutto da un mio vissuto di grande passione, ma di grande fatica. Non le nascondo le volte che tornavo a casa piangendo, mi venivano proprio chiuse le porte in faccia. Andavo a proporre i miei prodotti ai grandi nomi a Milano e nemmeno mi facevano entrare nei loro uffici stile. Però la perseveranza…». 
Lei va a Lineapelle nel 1990, ma aveva ereditato l’azienda nel 1988. Cosa fece in quei due anni? 
«L’avvento del compact disc aveva completamente tagliato il mercato dei componenti hi fi. Per mantenere un minimo di attività, mettevo a disposizione le mie macchine per stampare packaging per il settore cosmetico. Fu una grande scuola di vita, il livello qualitativo richiesto era molto alto. Di notte, portavo avanti il mio progetto di realizzare le pietre sintetiche». 
La sua storia imprenditoriale è molto bella, quasi epica. Ci insegna che l’accessorio può essere importante quanto l’abito. Che se un mercato è finito, come quello della componentistica hi fi, non si deve per forza «uccidere» l’azienda, la si può rifondare in altri settori. 
«Non bisogna guardare a un metro di distanza, ma cento metri più avanti, prevedere quello che può succedere. Essere elastici ai cambiamenti». 
Mi ha colpito anche che nel periodo di interregno tra la Ramponi hi fi di suo papà e la sua Ramponi pietra sintetica lei tenne viva l’azienda con una produzione che non era la sua passione, che intanto coltivava di notte. Un po’ come Madonna, che si manteneva facendo la cameriera mentre cercava con tutta se stessa di diventare una cantante. È un grosso insegnamento. 
«Sono presidente del settore chimico gommaplastica della Confartigianato di Como, facciamo campagne coi giovani, soprattutto con le scuole medie, anche gemellate. Sono venute a visitare l’azienda terze medie anche da Francia, Belgio, Turchia. Quando i ragazzi mi chiedono cosa mi ha portato a tanto, dico loro: “Se avete un sogno, coltivatelo con passione e cercate di realizzarlo”. Io chiudevo gli occhi e vedevo già la mia pietra realizzata. Vorrei trasmettere questo ai ragazzi».

di Gemma Gaetani

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog