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Intervista al Doge

L'uomo che ha fermato il colpo di stato in Italia: "C'erano i carri armati pronti"

L'uomo che ha fermato il colpo di stato in Italia: "C'erano i carri armati pronti"

«In quegli anni erano in parecchi a dirmi: “Per conquistare l’indipendenza del Veneto dobbiamo fare come i tirolesi e far saltare i tralicci. Usiamo il tritolo, dobbiamo fare come loro!”. Ho sempre risposto che non era la strada giusta. Facevo da mediatore. Qualsiasi atto violento, per quanto ispirato da una purezza d’animo, in tutte le rivoluzioni si è sempre tradotto nell’autodistruzione, oppure in azioni scenografiche, con un prezzo altissimo. Dicevo: “Voi non capite che quello che hanno a Bolzano non lo hanno avuto dopo un atto terroristico”, che può essere visto come criminale o poetico, a seconda dei punti di vista, “ma in base ai rapporti tra Vienna e Roma, esattamente come l’autonomia della Valle d’Aosta non è dipesa dai bravi politici valdostani, bensì dai rapporti di forza tra Parigi e la capitale italiana”. Pensi al ’97, al tanko di piazza San Marco: quello fu l’episodio più eclatante, ma c’erano altri carri armati, più piccoli, pronti a entrare in azione. Erano radiocomandati…».

Franco Rocchetta
, 69 anni, è il padre della Liga Veneta. Vive a Conegliano, in provincia di Treviso, con la moglie, Marilena Marin. Consigliere regionale per un decennio, Rocchetta è stato presidente federale della Lega Nord tra il ’91 e il ’94, e tra il ’94 e il ’95 ha ricoperto la carica di sottosegretario agli Esteri del primo governo Berlusconi. «Un’assemblea di 10mila persone mi aveva indicato come ministro, non come sottosegretario. Però nel momento in cui si stava decidendo la composizione dell’esecutivo era presente un plenipotenziario americano, e questo dà un’immagine chiara della libertà d’azione di Berlusconi e Bossi. C’era un veto su di me: non potevo diventare ministro». 
Chi era questo potente? 
«Guardi, ne hanno parlato i giornali. È stato implicato in vicende giudiziarie. Era certo che sarebbe diventato ambasciatore degli Stati Uniti a Roma».  
Di Berlusconi e Bossi parleremo più avanti. Torniamo ai carri armati che in Veneto, nel ’97, sarebbero stati pronti a entrare in azione. 
«La loro esistenza era nota a migliaia di persone. Il fatto che nessuno sia andato a dirlo alla polizia o ai carabinieri denota uno spirito di solidarietà che conferma la continuità, seppur in forme diverse, della Repubblica Veneta».  
Dov’erano questi tanki? 
«Fra le pieghe del tessuto sociale, produttivo, territoriale, agricolo». 
Erano nascosti dentro a dei capannoni? 
«Diciamo di sì. Ce n’erano, ora non so precisamente quanti, ma ce n’erano. Erano radiocomandati. Qualcuno pensava di usarli per azioni offensive che avrebbero potuto portare a spargimenti di sangue, ma sono riuscito a dissuaderli». 
E l’assalto al campanile?  
«Non nacque in quelle settimane, o nei mesi precedenti, ma prima. Negli anni ’70 e ’80 battevamo moneta veneta. Erano monete d’argento. È da quell’ambiente che nacque il gruppo che poi entrerà in azione a Venezia. È da lì che nascono le trasmissioni radio e televisive che nel ’96 lanciavano messaggi di indipendenza». 
Cosa accadde nella notte tra l’8 e il 9 maggio ’97? 
«In piazza erano in otto. Ma all’epoca l’area di inquisiti fu di circa 80 persone. Queste però, a loro volta, erano supportate da una base di 10 mila. Ripeto: in migliaia sapevano del tanko e dei carri armati radiocomandati. Ma nessuno ha parlato. L’azione di piazza San Marco non fu una goliardata. I media l’hanno voluta ridicolizzare per ridimensionarla. Quella notte si mosse una struttura organizzata. Hanno liberato il cuore della Repubblica Veneta. Ricordo che nell’82, parlando con qualcuno di loro, la cosa era già abbastanza delineata. Sono riuscito a modificare alcuni degli obiettivi, dei percorsi che pensavano di seguire per raggiungere lo scopo». 
Tutto questo poteva degenerare in violenza? 
«Sì. Le cose potevano prendere un’altra piega. Si era configurata un’organizzazione statuale. Non era un gruppo di esaltati o di romantici pronti al massacro. Ogni generazione di veneti, dal 1797 a oggi, dimostra forme di resistenza allo Stato coloniale italiano e si rende protagonista di vari tentativi di riorganizzazione dello Stato Veneto. È per questo che parlo di continuità della Repubblica Veneta e che dico che il 12 maggio 1797 la Serenissima non cadde, ma che vi fu solo una svolta istituzionale. Il 25 aprile 1915 ci fu una grandiosa manifestazione della Repubblica Veneta: ne venne proclamata la continuità. Parteciparono pure deputati del Regno, dei territori veneti, di Brescia, di Bergamo, del Friuli. Prefetti, questori, autorità militari e ministri erano terrorizzati. Gli storici, in malafede, non ne hanno parlato. E chi è arrivato a parlarne, ha liquidato la cosa in due righe». 
Veniamo alla nascita della Liga Veneta. 
«Non ne sono soltanto all’origine, ma sono anche quello che l’ha difesa e che è passato al contrattacco dopo il golpe della Dc dell’83». 
Ci spieghi. 
«Lo scrive il politologo Giorgio Galli: i leader Dc e Spadolini provarono a spaccarci perché iniziavamo a dare fastidio. Poi nell’87 tornammo a essere un pericolo per l’establishment e dunque per creare liste di disturbo arruolarono agenti che avevano rapporti con l’Argentina dei generali. Il presidente del Consiglio, dal momento che eravamo riusciti ad avere un discreto numero di deputati e di senatori, fu poi ancora più spregiudicato e manipolò i verbali delle elezioni». 
Ricorda il suo primo incontro con Bossi? 
«Nell’81, a Brescia, con alcuni esponenti del partito federalista europeo. Arrivò sotto braccio a una contessina, non ricordo il nome, ma non era giovanissima. Sotto all’altro braccio aveva un pacco enorme di tabulati nei quali, diceva, stava raccogliendo tutte le varianti dei dialetti lombardi: voleva costruirne una lingua. Con noi c’era anche un industriale della Brianza, Enrico Rivolta. Aveva un giornale, c’era l’ipotesi di trasformarlo in “Vento del Nord”. Mentre noi però eravamo persone pratiche, Bossi con questa contessina si perdeva in vaniloqui che miravano a ricostruire i tempi di Maria Teresa o addirittura e non sorrida - perché questo era il livello culturale di Bossi - della Repubblica Cisalpina. Naturalmente Maria Teresa è una cosa e la Repubblica Cisalpina con Napoleone è un’altra. Altra ancora la Serenissima». 
Ma per lei, Bossi, chi è stato? 
«Un grande bluffatore, un personaggio costruito a tavolino. Nel ’92, arrivati a Roma, una delle primissime istruzioni che diede sia ai deputati che ai senatori “per imparare a stare al mondo”, fu quella di frequentare il salotto di Mariapia La Malfa Dell’Utri, moglie del fratello di Marcello Dell’Utri. Bossi ha sempre fatto finta di aver conosciuto Berlusconi nell’inverno ’93-’94. Ma già all’inizio dell’estate ’92 ci aveva mandati in quel salotto. La cosa mi pare eloquente». 
Che carattere aveva Bossi? 
«Opaco, scialbo. A fine anni ’80 scomparve e poi riapparve completamente cambiato. Lo hanno riplasmato, istruito». 
Secondo lei chi è stato? 
«Gli stessi che hanno riprogrammato Brunetta e Tremonti». 
Sta parlando di Berlusconi? 
«Se non di lui, grosso modo di quel mondo». 
Cosa pensa del Cavaliere? 
«Non è il demonio, anche se non sono d’accordo con tante cose che ha fatto. È però indegno di un Paese civile il modo in cui è stato allontanato. Alcuni centri di potere non lo volevano più, e questo l’ha detto in modo inequivocabile pure Zapatero». 
Perché, nell’estate 94, tra la Lega e Rocchetta finì tutto? 
«Per l’incapacità di collaborare con chi faceva della disonestà, dell’avido arraffare e della menzogna sistematica la propria stella polare». 
Immaginiamo che qualcuno, in questi anni, le abbia chiesto di tornare in politica… 
«Più di qualcuno, ma il più noto forse è Cacciari, alle regionali del 2000, ma ho detto di no». 
Intanto, pochi chi giorni fa, il “rinato” Maggior Consiglio della Serenissima l’ha proclamata 121esimo Doge. 
«Ne sono onorato. Ritengo legittima l’elezione sia dal punto di vista simbolico che formale. Però non me la sono sentita di accettare: sono troppo impegnato nella diffusione della conoscenza dei princìpi e dei valori del diritto e della lingua veneta e delle venete istituzioni. Non mi sottraggo alle mie responsabilità, anzi. Le onoro non sguarnendo i fronti lungo i quali lavoro con molti volontari». 
Nemmeno ventenne fu indagato per alcune scritte contro l’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Più volte, per le sue idee, ha avuto problemi con la giustizia. Due anni fa è finito in carcere nell’ambito dell’indagine sui "nuovi" Serenissimi e sulla ruspa cingolata camuffata da carro armato. Per la stessa indagine, in autunno, tornerà alla sbarra accusato di terrorismo. Si sente un perseguitato? 
«Le rispondo in un altro modo: mi spiace di essere stato trascinato in tribunale molte volte per aver detto la verità, ed essere stato dissanguato o scorticato vivo. Mi dispiace di non essere riuscito a portare in tribunale chi mi ha diffamato, chi ha continuato e continua ancora oggi con disonestà a dare di me un’immagine falsificata».

di Alessandro Gonzato

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Commenti all'articolo

  • IlGianpydimilan

    IlGianpydimilan

    16 Luglio 2016 - 17:05

    ...E voi date visibilità a questo psicolabile?! ( carri armati nascosti nelle pieghe del tessuto sociale e produttivo!?) . Rocchetta, buono il Traminer eh?

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  • IlGianpydimilan

    IlGianpydimilan

    16 Luglio 2016 - 17:05

    ...E voi date visibilità a questo psicolabile?! ( carri armati. nascosti nelle pieghe del tessuto sociale e produttivo!?) . Rocchetta, buono il Traminer eh?

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  • Pugile

    03 Giugno 2016 - 18:06

    Mi piacerebbe sentirlo intervistato alla zanzara, lo massacrerebbero.

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  • iltrota

    03 Giugno 2016 - 17:05

    Ma questo ci è o ci fa?? Solo Silvietto poteva nominare un k0gli0ne simile ad una carica istituzionale! Che il prossimo voto spazzo via questa feccia....

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