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Droga e degrado

Un viaggio tra siringhe, vomito e paura: dove si trova il parco italiano dell'eroina

Un viaggio tra siringhe, vomito e paura: dove si trova parco italiano dell'eroina

Il caldo è terribile, il sole delle 15 spegne ogni entusiasmo se sei circondato dal cemento. Sotto la tettoia della stazione Rogoredo un gruppo di ragazzi scalpita in attesa di qualcosa, non gli importa di ripararsi all’ombra, qualcuno è talmente fatto da indossare con disinvoltura il piumino e un pantalone della tuta. Non gli interessano neppure i treni in arrivo, guardano tutti in direzione di via Sant’Arialdo, una stradina che costeggia i binari, aspettano che la volante della polizia ferma al sottopasso sparisca dietro la curva. Quando la strada è libera partono con le gambe rigide e una bottiglietta d’acqua tra le mani. Duecento metri dopo, scavalcando un guardrail, c’è l’ingresso di un boschetto che da anni è una delle piazze di spaccio più attive e protette della Lombardia. La gestione è saldamente nelle mani dei marocchini, un grammo di cocaina costa 60 euro, uno di eroina 20. Prezzi ridicoli, qualità infima, ma i clienti arrivano da tutte le province collegate alla stazione di Rogoredo. Il sentiero è stato battuto dal viavai dei tossici (ne abbiamo contati 50 in mezz’ora), il percorso è una discarica piena di siringhe usate. C’è di tutto: ragazzi di 18 anni con le braccia coperte di croste, donne di mezz’età insospettabili che sembrano arrivare dal mercato, stranieri, operai italiani; tutti salutano, per avere informazioni basta regalare una sigaretta. È l’altra faccia di Milano, quella nascosta nella periferia, quella dimenticata ai margini. A due ore dalla nomina, il neosindaco Sala ha promesso di metterla al primo posto nella sua agenda degli impegni. I pellegrini di via Sant’Arialdo sperano che sia il solito annuncio a vuoto.

Mancano venti metri al punto della vendita ma qui le vedette sono più attente, due ragazzi magrebini urlano di fermarsi, afferrano spranghe di ferro. «Chi cazzo sei? Che ci fai qui? Non ti muovere che ti ammazzo! Polizia!?». Mostriamo le mani aperte, togliamo la maglia per dimostrare di essere disarmati, con tono contrariato diciamo che va tutto bene, che non siamo poliziotti e che vogliamo solo la roba, accendiamo una sigaretta come gesto rassicurante. Non basta, vogliono sapere da dove arriviamo, se siamo del Corvetto e in che via abitiamo, chi conosciamo, chi ci ha fatto entrare, ecc. La concitazione sveglia un tossico seduto in una piccola radura che si stava godendo la botta, la siringa appena usata è ai suoi piedi. Biascica qualcosa, è stordito ma quando vede avvicinarsi i marocchini capisce che potrebbe mettersi male anche per lui e se ne va. La nostra salvezza ha il sorriso sdentato di un ragazzo di Caivano (Napoli) che è appena entrato con un amico per farsi. È sudato marcio, ha la vena del collo che quasi esplode e non vede l’ora di comprare la dose, eppure si intromette e garantisce per noi tentando di riportare la calma. È il pacifismo del tossico: i problemi portano la polizia e diventa più difficile (e soprattutto più caro) comprare. Quando le vedette abbassano le spranghe ci consiglia di aspettarlo fuori. «Mi faccio ed esco. Vattene, che se i pusher sospettano che sei un poliziotto scappano via e allora devi preoccuparti dei tossici che ancora non hanno comprato. Quelli poi ti mangiano vivo». Lungo il tragitto di ritorno incrociamo un ragazzo rom di 15 anni, regge la testa al padre che sta vomitando l’anima. «Sta bene, è in crisi d’astinenza», dice. Gli diamo la nostra bottiglietta d’acqua, ringrazia e ci augura «buon divertimento».

Dieci minuti dopo lo incontriamo di nuovo all’ingresso, il padre neanche ricorda di aver accettato l’acqua, ripete solo che lo hanno cacciato perché non lo conoscevano. «La prima volta devi andare accompagnato, altrimenti ti rimandano indietro - spiega Massimo, un 50enne di Saronno che ha assistito al nostro incontro con i marocchini da dietro un cespuglio - Io sono stato cacciato tre volte prima di riuscire a comprare. Ho chiesto a un ragazzo di dire che ero suo amico, quando siamo entrati i pusher gli hanno chiesto come mi chiamavo e hanno voluto vedere i documenti per avere la conferma. ’Sti marocchini sono terribili, attentissimi, però sono una garanzia, puoi venire a qualunque ora. Vivono dentro, hanno i sacchi a pelo, cucinano». Mentre pronuncia l’ultima frase ci sfreccia davanti un ragazzo magrebino in bici carico di sacchi della spesa. «Quello è il rifornimento - spiega Massimo - Sono almeno sei anni che vengo qui, la roba è accettabile, basta per tirare avanti un po’».

I prezzi sono più bassi di 20-30 euro rispetto ad altre piazze di spaccio e in più Rogoredo ha il vantaggio della posizione strategica. Organizzare un blitz è difficilissimo, ci sono clienti che in cambio di una dose controllano il sentiero e appena danno l’allarme i pusher spariscono assieme alla droga. Per non parlare del rischio di essere feriti con una siringa infetta durante una colluttazione per fermare gli spacciatori. Le operazioni del passato non sono servite a nulla, gli arresti si sono rivelati un palliativo di breve durata, poliziotti e carabinieri ne sono consapevoli. Il boschetto di Rogoredo è una terra di nessuno in un quartiere, Corvetto, che è il figlio povero e malandato di cui nessuno vuole occuparsi. Costa meno fatica lasciarlo morire.

di Salvatore Garzillo

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Commenti all'articolo

  • blues188

    28 Giugno 2016 - 15:03

    Cose pessime. Ma egregio Salvatore Garzillo, faccia il bravo e vada dalle sue parti di origine (o devo scrivere 'origgine'?). E ci renda un servizio su Napoli, Caserta e luoghi del genere. Ne ha il coraggio? Se ha 'affrontato' i visitatori lombardi (se lombardi sono, e ne dubito molto) ora ci edifichi con la Campania.

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    • qwerty1995

      28 Giugno 2016 - 19:07

      Trovo il commento quasi più sconcertante dell'articolo. Il degrado qui descritto è mostruoso e da estirpare. Punto. Una polemica su dove sia peggio non ha ragione di esistere.

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