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Intervista a Libero

"Con l'epatite, in catene tra topi e serpenti". Casella racconta i suoi due anni di prigionia

"Con l'epatite, in catene tra topi e serpenti". Casella racconta i suoi due anni di prigionia

Settecentoquarantatrè giorni lontano da casa, solo e legato dentro una tana. Settecentoquarantatrè giorni che anche solo a contarli ora - uno, due, tre, quattro... - sembrano un tempo troppo lungo per resistere in quelle condizioni. Figuriamoci a viverli. Cesare Casella l' ha fatto e ce l' ha fatta, con coraggio, forza, tenacia, intelligenza. La sua è la storia di uno dei rapimenti più lunghi e strazianti che ha commosso l' Italia tenendola in apprensione per due anni. Cesare è stato sequestrato a Pavia il 18 gennaio 1988 ed è stato rilasciato il 30 gennaio 1990: in mezzo tanta sofferenza, promesse, illusioni, riscatti e la protesta clamorosa di Angela Casella (Mamma Coraggio) in Aspromonte. Cesare ora ha 46 anni, è un papà felice e dopo un lunghissimo silenzio ricorda quei giorni terribili.

Cesare Casella, che abbronzatura. Già stato in vacanza?
«No, calcetto. Ci gioco nella pausa pranzo con gli amici storici. Per tutti sono il Chiello. Come Chiellini, difensore roccioso. Al mare ci andrò più avanti».

Non in Calabria, ovviamente...
«Perché no? Non ci sono mai stato, potrebbe essere un' idea. Non colpevolizzo un' intera regione per colpa di pochi banditi ignoranti. Anzi, uno dei miei sogni è organizzare passeggiate in incognita proprio in Aspromonte, tra i monti in cui sono stato in quei due anni. Magari girando un documento video».

Quindi non le pesa riparlare del rapimento? Eppure negli ultimi 25 anni non ha concesso interviste.
«Dopo il clamore iniziale avevo fatto indigestione di media e popolarità, ho preferito tornare nell' anonimato.
Questo è uno dei motivi per cui mi sono trasferito qui a Milano, per diventare uno qualunque».

Adesso cosa è cambiato?
«Sono più sereno, il passato è passato e mi sono rifatto una vita. Ma credo che sia giusto non dimenticare. Parlarne è l' occasione per ricordare che finalmente l' Italia è diventato un paese più civile senza sequestri. E gran merito va a mia madre».
Già, per tutti Madre Coraggio che si incatenò in Aspromonte sfidando la 'ndrangheta.
«Ha fatto più lei che l' esercito intero e se sono qui è merito suo: mi ha salvato la vita. Questa intervista la dedico a lei, perché nessuno la dimentichi.
Mamma è morta nel 2011 nel peggiore dei modi: tumore al fegato, sette interventi, cinque anni di sofferenza».

Un' altra dura prova per lei, Cesare.
«Ho dovuto fare gli anticorpi anche a questa disgrazia. Per venirne fuori mi ha aiutato la nascita di Cloe Angelina che è la mia fotocopia, siamo attaccatissimi».

Lei sa già qualcosa della sua vicenda?
«No, ha solo 6 anni. Ma al momento giusto, con naturalezza, le racconterò cosa è successo a papà e nonna».

Ora cosa fa Cesare Casella?
«Imprenditore immobiliare. La concessionaria di auto l' abbiamo venduta subito. Lavoro con mio padre che ha 75 anni ed è in grande forma: lui fa il presidente dell' azienda di famiglia, io l' amministratore delegato».

Anche lei è sempre uguale.
«Mi fregano i capelli, sono diminuiti. Ma la gente mi riconosce ancora».

Domanda più frequente?
«"Come è riuscito a resistere?"».

Appunto. Cosa risponde?
«Il segreto è trasformare gli eventi brutti in energia nuova, trovare l' aspetto positivo in ogni situazione. Piangersi addosso non serve. Solo reagendo si può capire che il corpo umano è qualcosa di fantastico, supera tutto.
Istinto di sopravvivenza, basta far funzionare il cervello».

Beh, Cesare, però qualche trauma le sarà rimasto dentro. Di cosa ha paura? Buio? Solitudine? Sconosciuti? Perché quella smorfia?
«Non ho paura di nulla: dopo aver passato due anni in una buca da solo, legato come una bestia, cosa potrei temere?».

La sua forza e la sua positività all' inizio hanno fatto dubitare qualcuno sulla vicenda.
«Sì, c' era chi sosteneva che avevo passato tutto il tempo in hotel. Io ci ho sempre riso sopra. I miei amici mi fanno ancora il coro "Casella era in albergoooo, Casella era in albergoooo". Solo così si va avanti serenamente».

Cesare, noi invece torniamo indietro. All' inizio.
«Nasco a Pavia il 22 luglio 1969, i giorni dello sbarco sulla Luna. Bambino agitatissimo, adolescente spensierato, ragazzo viziatello».

Cioè?
«Sono gli anni della Milano da bere: amici benestanti, scherzi, casino, discoteche, ragazze, soldi per divertirsi».

Finché la sera del 18 gennaio 1988 torna a casa e la sua vita si stravolge. Inizia il viaggio all' inferno.
«C' è nebbia e nella curva prima della mia abitazione, sulla Vigentina in una zona isolata, c' è un' Alfa Romeo ferma. La evito, ma in quel momento, in retro, vengo tamponato. Abbasso il finestrino e un tizio a volto scoperto chiede "Sei Cesare Casella?". "Sì". Mi ritrovo due pistole puntate alla tempia e vengo trascinato sul sedile posteriore dell' Alfa, che riparte a tutta velocità. Capisco che è un rapimento».

Poi?
«I sequestratori mi bendano con il nastro adesivo da carrozziere e dicono di stare zitto: "Tranquillo, vogliamo solo i soldi di tuo padre"».

Dove la portano?
«Viaggiamo per mezzora, c' è il cambio con altri due banditi ed entriamo in un garage: per quasi due settimane dormiremo lì, in auto, tutti e tre. Io sempre bendato, spesso legato mani e piedi e con le orecchie tappate. E ogni sera un tranquillante per dormire».

Cesare, provi a chiudere gli occhi anche adesso e pensi a quei giorni. Che odore sente?
«Puzza di gente che non si lava. E odore di pistola».

Mai capito dove fosse quel posto?
«Si è scoperto solo anni dopo: era il box di Saverio Morabito a Buccinasco».

Primo pensiero per farsi coraggio?
«Un mese prima un amico era rimasto paralizzato dopo un incidente in moto. Mi dico: "Cesare, faresti cambio? No, posso ritenermi fortunato"».

Come è il rapporto con i sequestratori?
«Uno fa il duro, ma con l' altro si parla si politica, sesso, calcio. Tifa Napoli e lo chiamo Maradona. Diventerà, a mia insaputa, la parola d' ordine nella trattativa con i miei genitori per il riscatto».

Dopo dodici giorni, il viaggio in Calabria.
«Una sera mi caricano su un camion, sempre bendato e legato, e con altri due nuovi rapitori si parte. Ci fermiamo a dormire, mi dicono che si va a Venezia, ma la mattina dopo, vedendo le ombre del sole, capisco che la direzione è il sud. Autostrada, poi salita, curve e la sera arriviamo».

Capisce che è in Aspromonte?
«Lo intuisco pur non essendoci mai stato. Cambiano ancora sequestratori e dicono "Adesso c' è da camminare un po'". Sono sempre bendato, è notte fonda e mi trascinano tra boschi, fili spinati, salite ripidissime e ruscelli. Fa freddo, non ce la faccio più, marciamo per ore e ore finché mi ordinano di fermarmi e aspettare».

Cosa sente?
«Martelli, accette, tenaglie. Dopo qualche ora la prima tana è pronta e mi fanno entrare a gattoni».

Quanto è grande?
«Due metri per uno e mezzo, scavata nella parete della montagna con una tettoia di alluminio che scende da un metro e mezzo di altezza fino a terra. Allungo le mani e intorno a me sento solo terra, sassi, foglie».

È legato?
«Ho una catena al collo e una al piede. Poi i banditi salutano, mi portano via l' orologio e se ne vanno: "Torniamo domani"».

Prima cosa che fa?
«Mi tolgo le bende, trovo dei cerini e faccio luce. E piango».

Resterà in quella tana per due settimane. Cibo? Bagno?
«I rapitori portano - quando entrano si coprono il viso con un maglione che fa da passamontagna - provola, pane fatto in casa, salsiccia, acqua e cognac. E una latta per i bisogni».

Un sapore che le ricorda la prigionia?
«Il finocchietto della salsiccia».

Andiamo avanti: i momenti peggiori di quella prima tana?
«Piove, mi inzuppo e ho freddo. E resto molti giorni senza mangiare: come nei cartoni animati, mi vengono le allucinazioni, vedo polli volare».

Perché tanto tempo a digiuno?
«La mattina del dodicesimo giorno sento un rumore di motore e poi un rombo lontano. Elicotteri che girano sopra il bosco. Al megafono qualcuno dice: "Siamo i carabinieri, oggi è il 13 febbraio 1988...". Urlo per un' ora fino a perdere la voce. Ma poi se ne vanno. I sequestratori, spaventati, non vengono per tre giorni. Poi finalmente mi portano da mangiare e la mattina dopo ce ne andiamo. Mi fanno credere nella liberazione».

Invece dopo un' altra lunga camminata - sempre bendato -, un breve viaggio in Fiat 127 e una notte passata in un capanno di legno, la consegnano a nuovi sequestratori. Che la portano in una seconda tana.
«Uno è gentile e lo soprannomino il Buono, l' altro è teso e per me diventa il Nervoso. Poi arrivano il Basso, una gran testa di cazzo, lo Sputacchione, uno pieno di catarro, e il Grosso, un armadio. Mi liberano gli occhi e mi cacciano dentro la buca, che è un po' più grande della precedente ma costruita nello stesso modo. Le catene con cui vengo legato sono un po' più sottili, una mezza balla di fieno fa da cuscino».

La qualità della vita - se così si può dire - migliora?
«Per la prima volta ho un piatto caldo, spaghetti al ragù. Buoni, fatti sicuramente da qualche donna. E trovo un nuovo modo per farmi coraggio: "Cesare, mamma ha mille pregi ma non è tanto brava ai fornelli. Qui almeno si mangia meglio che a casa". Poi, dopo una settimana, arriva il primo cambio di mutande».

Il tempo intanto scorre e la sua famiglia tratta per il riscatto.
«Un giorno, a metà marzo, il Nervoso entra nella buca con un giornale e una Polaroid e mi fotografa. Poi torna con una biro e un foglio e mi dice di copiare in stampatello un loro messaggio da mandare alla mia famiglia. E mi viene un' idea».

Quale?
«Questa è mitica. Giorni prima avevo trovato uno scontrino della spesa fatta da loro a Siderno, allora decido di scrivere più alte le lettere del messaggio che poi, se lette di fila, compongono la scritta Siderno, in modo da mandare un' indicazione per far capire dove sono. Pensando che lo leggerà qualche esperto fornisco anche la chiave: nei saluti finali scrivo "abbraccio te mamma, Carlo, i nonni, Cesira, Pietro, Maiu e Alberto". Maiu voleva dire "attenzione alle maiuscole"».

Scusi, perché ride?
«Avevo un amico soprannominato Maio e, appena letto il messaggio, i Carabinieri, di notte, sono andati a prelevarlo a casa pensando sapesse qualcosa del rapimento!».

Che beffa. Il momento peggiore nella seconda tana?
«Quando scopro i topi sotto le tavole di legno su cui dormo: uno schifo. Sono terrorizzato e convinco i rapitori a portarmi del vischio per liberarmene. Non solo. Più avanti mi vengono a trovare dei serpenti, che caccio con un bastone. E un giorno nella tana infila la testa pure un cinghiale».

Qualche ricordo meno orribile degli altri?
«Ottengo un walkman in cambio di una collanina d' oro e ascolto cassette di Carboni e Battisti. Ma in pochi giorni le batterie si scaricano. Poi il Buono mi porta un fornello a gas per cucinare la pasta, alcune posate, un sapone per lavarmi, due candele a settimana, un contenitore per il cibo e tre sigarette al giorno. Ma dopo un po' ricevo il regalo più bello, quello che per tutti i mesi a seguire mi salverà la vita».

Quale?
«Qualcosa da leggere. Prima solo il quotidiano la Gazzetta del Sud, poi Quattroruote e Panorama: i giornali che mi porteranno ogni due giorni saranno fondamentali per tenere la testa impegnata e non pensare ».

Come riesce a capire quanto tempo sta passando?
«Ogni sera buco delle assi di legno con il coltellino da cucina per segnare giorno e mese».

Ad agosto, sette mesi dopo il rapimento, una seconda fotografia e il trasferimento nella terza tana.
«Quella in cui passerò gli altri diciassette mesi. Solite catene, soliti spazi, solito arredo con in più qualche piatto, forbici per i capelli, schiuma da barba, lametta, dentifricio e uno specchietto».

Lei come sta?
«Male, ho il magone. Ma decido di reagire e la voglia di sopravvivere mi fa cambiare stile di vita».

In che modo?
«Mi metto a fare ginnastica, mangio più verdure e organizzo la giornata nei dettagli: colazione, esercizi fisici da fermo, pulizie, letture, sigarette, pranzo, letture fino al tramonto. Tutto fatto molto lentamente».

Scusi la curiosità. Fisicamente non ha mai avuto nessun problema? Mai un raffreddore?
«Ero sempre solo, da chi avrei potuto prenderlo? Per un periodo però mi è passata la fame, sono stato stanco, non digerivo nulla. Solo a casa, al ritorno, gli esami del sangue hanno rivelato che avevo contratto l' epatite: per fortuna il mio fisico è guarito senza medicinali».

Discussioni con i sequestratori ce ne sono state? Le hanno mai fatto veramente male?
«Nulla. Solo una volta, parlando del riscatto e di mio padre, ho risposto alzando la voce: Il Grosso, in piedi davanti alla prigione, ha infilato il bastone da pastore nella buca e mi ha riempito di botte».

Il tempo passa lentamente, intanto la sua famiglia paga un miliardo di riscatto e sua madre sfida la 'ndrangheta andando in Aspromonte per parlare con la gente.
«Lo scopro casualmente nel giugno del 1989. Sfoglio Panorama e mi pregusto la lettura del Bestiario di Pansa, uno dei miei giornalisti preferiti. Quando inizio mi viene un colpo: c' è una foto di mia madre incatenata. Leggo tutto d' un fiato, ho la conferma di essere in Aspromonte e scopro che è stato pagato il riscatto. Penso: "Ho davvero una grande mamma, sapevo che avrebbe ribaltato il mondo per riavermi"».

Ne parla con qualcuno di loro?
«No, ma capisco il motivo per cui ultimamente sono più nervosi. A gennaio del 1990 poi, leggendo un trafiletto sulla Gazzetta dello Sport, scopro anche che un certo Strangio era rimasto ferito in una sparatoria con i Carabinieri e che poteva essere il capo della banda. Intuisco che siamo in una fase delicata».

Il 30 gennaio, dopo 743 di prigionia, è il momento del rilascio.
«Il Buono entra nella tana e annuncia: "Sei pronto? Stasera sei a casa"».

La sua reazione?
«"Non prendermi in giro e non ditemi più niente". Mi tolgono le catene, esco dalla tana bendato e ci mettiamo in cammino. Mi consegnano ad altri due tizi i quali ad un certo punto mi fanno fermare. "Spogliati". Penso che vogliano uccidermi, il cuore batte all' impazzata, il respiro si ferma. Mi aspetto un colpo secco di una pistola e addio».

Invece le danno vestiti nuovi, la fanno sedere e le ordinano di aspettare. Poi se ne vanno.
«Tolgo le bende, mi slego, corro, mi arrampico su un ponte e vedo i fari di un' auto».

La salvezza.
«Macché, temo tornino indietro per giustiziarmi e mi nascondo. Quella che passa invece è l' auto della polizia. Che non mi vede. Poi arriva una Panda, vado incontro ma inciampo e cado, e se ne va. Infine ecco una A112 che si ferma. "Sono Cesare Casella, quello sequestrato, mi potete portare dai Carabinieri?"».

L' aiutano?
«Mi fanno salire ma ad un bivio si fermano: "Ti lasciamo qui, vai a destra che trovi delle case". Capito? Volevano restare estranei alla vicenda».

Poi?
«Cammino veloce per 1 km e trovo una villetta, busso alla porta e mi apre un uomo. Dico: "Sono Casella, aiutatemi". Entro e mi abbraccia. Il primo abbraccio dopo due anni».

Sensazione?
«In quel momento ho smesso di essere e sentirmi una bestia».

Poi l' arrivo dei carabinieri, la prima telefonata a casa.
«E la prima doccia, un piacere intenso. Unico».

Cesare, dopo il rilascio lei diventa un personaggio pubblico, tutti la cercano.
«Sotto casa è pieno di ragazzine che vogliono conoscermi e chiedo a nonna di fare da filtro: "Se sono carine, lasciale entrare"».

A proposito, ha fatto molte conquiste?
«Ho avuto donne di tutto il mondo. Ma anche prima del rapimento le ragazze non mi mancavano...».

In quel periodo viene inseguito da giornali e tv.
«E capisco presto che il sistema dei media è senza scrupoli. Una domenica dovrei andare a una trasmissione tv, ma all'ultimo momento Berlusconi mi invita allo stadio a vedere il Milan, la squadra del cuore. Ovviamente scelgo il calcio e Vespa, in diretta, mi fa un cazziatone così».

Cesare, ultime domande veloci.

1) Musica preferita?
«Vasco Rossi».

2) Film preferito?
«Forrest Gump».

3) Paura della morte? «No».

4) Cosa è la libertà?
«La possibilità di scegliere le persone con cui passare una giornata e i posti in cui andare».

5) In due anni di prigionia che rapporto ha avuto con il sesso?
«Beh, qualche pippa me la sono fatta. Dormivo più rilassato».

Ultimissima. Se avesse di fronte uno dei suoi rapitori cosa gli direbbe? Prova odio?
«Nulla, mi girerei e andrei: troppo ignoranti. Come diceva Wilde, mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l'esperienza».

di Alessandro Dell'Orto

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