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Geografia agricola

Uva e cereali, clamoroso (in Italia): dove si coltivano, dove scompaiono

Uva e cereali, clamoroso (in Italia): dove si coltivano, dove scompaiono

Il rapporto clima-agricoltura è da sempre simbiotico; il raccolto delle campagne, da millenni, è direttamente legato all’alea degli andamenti meteorologici. Questo legame indubbiamente strettissimo è, negli ultimi anni e in prospettiva futura, sempre meno prevedibile per i milioni di agricoltori che in tutto il pianeta sono impegnati nella produzione di beni primari.

Il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1880 ad oggi. In Italia il valore della temperatura media nel 2015 è stato il più elevato dell’intera serie dal 1961, appena superiore a quello del 2014. L’anomalia media annuale è stata di +1,58°C e va attribuita a tutte e quattro le stagioni, con l’anomalia più marcata in estate (+2.53°C). Questo andamento, soprattutto in prospettiva, rischia di mettere a repentaglio l’intera struttura produttiva dell’agricoltura mondiale e quindi anche italiana, con impatti negativi non ancora appieno percepiti su quattro macroaree: sulle rese di campo (c.d. food security), sulla salubrità delle produzioni, sulla biodiversità, sui redditi delle famiglie agricole e sul tessuto sociale delle aree rurali.

Rispetto alle rese di campo, spesso unico oggetto di indagine e preoccupazione, su scala globale, la produzione agricola è considerata in calo del 20%, soprattutto quella cerealicola. Viste le proiezioni di crescita dei consumi diretti e indiretti di cereali (pane ma anche carne, in ragione dello sviluppo economico di paesi come Cina ed India e dell’aumento della popolazione) e dei prodotti degli altri comparti agricoli, il cambiamento climatico avrà severi impatti sulla sicurezza alimentare del mondo nei prossimi decenni.

Anche dal punto di vista economico lo scenario futuro è poco tranquillizzante. La produzione agricola può essere misurata in termini monetari in funzione dell’andamento delle variabili climatiche principali (temperatura e pioggia). Questo significa che, analizzando il trend delle variabili climatiche in proiezione futura (con diversi scenari di aumento della temperatura al 2050, che oscillano da +1°C a +2°C nei valori medi), è stato possibile quantificare in decine di miliardi di euro le perdite derivanti dall’inasprimento del meteo.

Le perdite stimate, tra l’altro, saranno abbinate ad una maggiore incertezza nelle produzioni che, inevitabilmente avranno ricadute pesanti sulla variabilità dei prezzi di mercato e sull’approvvigionamento delle materie prime agricole su scala globale.

Se gli approvvigionamenti saranno in serio pericolo, con grande impatto sui conflitti sociali delle aree marginali del pianeta e sui conseguenti flussi migratori, altrettanto serio è il rischio di qualità dei prodotti agricoli. Stress climatici più esasperati avranno ricadute pesanti sulle proprietà chimiche ed organolettiche delle produzioni di campo con il rischio che si sviluppino nuovi patogeni delle piante che possono spostarsi da una parte all’altra del mondo con grande rapidità, considerando la forte integrazione del commercio dei prodotti primari. È questo un aspetto spesso sottovalutato che mette in primo piano la difficoltà nel poter immaginare con chiarezza e per intero gli effetti potenzialmente devastanti del clima sui prodotti agricoli tra qualche decennio.

Ulteriore aspetto potenzialmente deflagrante è la perdita di biodiversità indotta dal cambiamento climatico; il clima è destinato a cambiare l’agricoltura e il tessuto sociale delle campagne più di quanto abbiano fatto la Pac e il processo di urbanizzazione.

Guardando l’Italia, le ultime stime ci dicono che è a rischio desertificazione quasi 21 per cento del territorio agricolo nazionale e, di questa quota, il 41 per cento si trova nelle regioni del sud.

Sicilia, Puglia, Molise, Basilicata, ma anche Sardegna, Abruzzo, Marche, Umbria, Campania ed Emilia Romagna saranno interessate dalla desertificazione, ovvero dal degrado progressivo del suolo, con la conseguente perdita di fertilità dello stesso, come processo naturale conseguenza della pressione antropica.

In tale scenario, saranno stravolti gli ecosistemi e cambieranno gli ordinamenti colturali classici delle campagne italiane. I cereali si sposteranno verso nord, così come le produzioni vitivinicole con conseguenze imprevedibili sia dal punto di vista della resa di campo, sia da quello qualitativo. In entrambi i casi, ciò comporta una maggiore esposizione al rischio di reddito delle aziende agricole specializzate.

Questa incertezza, con stime che consegnano perdite di Produzione lorda vendibile per l’agricoltura italiana nell’ordine di 2 miliardi di euro, sta spingendo la migrazione di colture caratterizzanti di alcune aree geografiche (Puglia in primis) verso habitat naturali maggiormente ospitali. In altri termini, per i cereali, si stima una perdita di produzione al 2030 di circa un milione di tonnellate per il grano duro rispetto alla media di poco più di 4 milioni degli ultimi 5 anni, con un rischio chiusura per circa 7.000 aziende specializzate.

Per la viticoltura, soprattutto di qualità, è ormai certo che produzioni come quelle del Chianti perderanno le attuali prerogative organolettiche; quanto questo sia un male lo si potrà scoprire solo a posteriori.

Tale scenario, per alcuni aspetti inquietante, pone al centro del dibattito la necessità di impegnarsi maggiormente e più rapidamente nella costruzione di strategie di adattamento al cambiamento climatico (innovazione tecnologica, risparmio energetico, assicurazioni sul raccolto, ad esempio); per la mitigazione, comunque fondamentale, i risultati saranno più lontani nel tempo.

di Fabian Capitanio
docente di Economia Agraria all’Universita degli Studi

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