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Il giornalista e scrittore

Io e Bisignani vi sveliamo la storia oscura dei potenti

Politici, industriali, giornalisti e Papi «a nudo» nel libro scandalo del 2014 «Un trionfo editoriale nato dai segreti del lobbista». Da oggi su Libero

Io e Bisignani vi sveliamo la storia oscura dei potenti

Fu un evento editoriale che odorava di potere, zolfo e polvere da sparo. Quando, nel 2014, Luigi Bisignani il lobbista, Bisignani il faccendiere, Bisignani «colui-che-tutto-sa» diede alle stampe il lungo, acrobatico, libro-intervista "L’uomo che sussurra ai potenti. Trent'anni di potere in Italia tra miserie, splendori e trame mai confessate" (Chiarelettere) col coautore Paolo Madron, - ex firma aguzza di Foglio, Giornale, Panorama, Sole24 Ore e ora direttore di Lettera 43 - nella parte del cronista-confessore, si scatenò l’inferno. Vent’anni d’Italia occulta si schiusero come un Vaso di Pandora: politici, industriali, grand commis, giornalisti, perfino Papi videro i dettagli delle loro convulse esistenze divenire la trama del romanzo un po' gotico della nazione. Quell’opera, un incrocio fra Hollywood Babilonia, i Panama Papers e Capitale corrotta nazione infetta di Cancogni, divenne un long seller da decine di migliaia copie, più successive, inevitabili ristampe. 

Caro Paolo Madron, i retroscena di quella spiazzante operazione editoriale non furono mai raccontati. Come nacque? «Il libro nacque a Roma, al tavolino di un bar da un mio, diciamo, trabocchetto: Chiarelettere mi aveva incaricato di scrivere una biografia, “tombale” di Bisignani. Io lo dissi a Luigi davanti a un caffè, lui ribattè: ma allora non è meglio che lo facciamo insieme? Io accettai subito perché Bisignani, allora, era l’uomo nero, il lobbista assoluto, non si vedeva in giro, nessuno ne conosceva la faccia, soprattutto non si era mai raccontato. Era il classico mistero editoriale da svelare». 

Solo che l’editore Stefano Mauri, di Gems, un raffinato progressista col pallino dell’inchiesta giornalistica, si contorse nel dubbio. Se non sbaglio si chiese: era legittimo dare voce a un tizio che allora, in popolarità, era una tacca sotto a Bin Laden e una sopra a Licio Gelli? «L’editore infatti era scettico, giustamente prudente, all’inizio. Non voleva dare un megafono a Bisignani, che tra l’altro era stato in carcere. Io insistetti e promisi che non avremmo mai parlato, nel libro, di giustizia e processi per non apparire troppo partigiani...». 

E anche perché, diciamolo, toccare la magistratura, specie ai quei tempi non era ingienico... «Be’, un po’ sì, in effetti. Però Mauri si convinse, anche se andammo per gradi, e consegnammo via via i capitoli ai suoi avvocati che si premuravano di analizzarli minuziosamente ai fini di evitare le querele. Di fatto la struttura del libro non fu modificata».

Ma per evitare il «marchio d’infamia», io ricordo, nel libro, una premessa-avvertimento di Mauri, assai inusuale nella storia dell’editoria. Mise da subito le mani avanti... «Sì con una postilla ad uso del lettore. Una cosa del tipo: “Qui abbiamo dato voce a chi il potere l’ha vissuto da vicino. Di solito non diamo risonanza ai politici o ai potenti, ma Bisignani non è mai apparso in giro... qui la versione dei fatti è di parte, il lettore giudicherà per quello che è”».

E, il lettore giudicò... «Centrotrentamila copie, senza contare le vendite in altri formati e all’estero...». 

Fu come alla prima di un'opera lirica. Eravate pronti ai pomodori del loggione e al ritiro del libro dagli scaffali. Tu che sei anche librettista d’opera (i Pinocchio e La regina delle nevi scritti da Madron vengono regolarmente rappresentate in Germania e in Russia, ndr) capisci il mood, l’umore diviso tra l’applauso e il fischio. «Esattamente. Mauri, il primo giorno, mi chiamò subito per dirmi che il sell out, il tutto esaurito, era superiore a quello del libro di Papa Wojityla. Non si trovava in libreria: 10 mila copie bruciate prima ancora di uscire in libreria. Lo ristamparono, e ancora, e ancora, per dieci edizioni compresa quella tascabile. L’edizione originale andò a ruba anche su Amazon». 

Ci credo. È vera la leggenda metropolitana secondo cui tutto il «mondo che conta» aveva comprato il libro per vedere se compariva nell'elenco di quelli citati da Bisignani? «In parte, questo vale soprattutto per i giornalisti. Ma, certo, i politici erano preoccupati. Perfino l’irresistibile ascesa del Beppe Grillo politico veniva descritta come il frutto di un piano politico ordito dalla longa manus di Washington, con tanto di spettro della Cia ad annaffiare il racconto, “come vent’anni fa accadde con Antonio Di Pietro”, scriveva Bisignani». 

Nessuno, mi pare, venne risparmiato (tranne i giudici, appunto): Craxi, Andreotti, la P2, Napolitano, i notabili del Pci-Pds-Pd, Berlusconi. Ma L’uomo che sussurra ai potenti, col contenuto incandescente, subì molte querele? «No, neanche una querela. Ma alcuni personaggi non furono contenti di come erano stati trattati. Alfano la prese molto male: nel libro si diceva che era uno che passava tutto il tempo a giocherellare con lo smartphone e a leggere gli oroscopi. Non la prese bene neanche Geronzi di Capitalia. E neppure Berlusconi. E si arrabbiò molto da Arcore, mi dissero, anche Maria Rosaria Rossi, la «badante» che, ci raccontavano, faceva bene l’imitazione di una paralitica. Ma non erano stati trattati col piumino neppure Ratzinger, o il banchiere Profumo che era uscito da Unicredit con una liquidazione di 42 milioni...».

E lì il faccione di Bisignani uscì dal porto delle nebbie della sua fama. «Lui ne era quasi felice, io meno. Ci ammazzammo di presentazioni in tutt'Italia, non meno di settanta. L’estate 2014 mi prosciugò, mentre Bisignani - non so come - rimaneva fresco come una rosa. Girammo l’Italia in lungo e in largo, tre volte solo in Sardegna. Eravamo richiestissimi. Il momento di tensione fu a Capalbio».

La spiaggia con la più alta concentrazione di vip radical chic d’Europa... «Sì. Ma chi prese la parola fu un signore distinto, non noto. Che esordì delicatamente rivolgendosi a Luigi: “Ma come può parlare di potere lei che è piduista, lobbista, inciuciatore; lei che del potere ha sempre fatto parte...?”. Io dissi: cominciamo bene...».

Be’, era, onestamente, una domanda legittima. La stessa domanda che, mi pare, fece a Bisignani Gianluigi Nuzzi su La7, alla prima uscita ufficiale televisiva del lobbista. Ve l’aspettavate? «Ovvio, l’avevamo messa in conto. La tv venne da sola. Sempre su La7, poi, Mentana ci fece un’intera puntata di Bersaglio mobile, non senza polemiche. Bisignani se la cavò alla grande. Il successo fu tale che una casa di produzione straniera ci chiese i diritti per farne una fiction televisiva. Non se ne fece nulla. Però pubblicammo un altro libro, I potenti al tempo di Renzi, sempre con Chiarelettere». 

Ricordo: 30mila copie, un buon successo ma imparagonabile al precedente... «Anche se ne era, diciamo, uno spin off. Copriva quell’anno e mezzo in cui Renzi era asceso al trono, s’era dimesso Ratzinger ed era arrivato Bergoglio, c’era l’avanzata di Salvini che l’anno prima era ancora un semplice militante della Lega». 

Il libro doveva essere una sorta di testamento spirituale di un Richelieu in pensione. Ma è vero che, per bizzarria del Fato, assicurò a Bisignani una nuova vita? «Quel libro ha avuto un diverso effetto su me e Luigi. Il quale, da allora, tornò a fare il suo antico mestiere di giornalista (lavorava all’Ansa, ndr), con una rubrica fissa di commento sul Tempo di Roma. Addirittura Nicola Porro lo chiamò a Virus e gli affidò, anche lì, uno spazio su Rai due dove Luigi poteva muoversi liberamente. La qual cosa provocò anche due interrogazioni da parte di due parlamentari del Pd. Una, Lorena Bonnacorti, scrisse: “Come si permette la Rai di affidare a un pregiudicato un programma tv?”».

La reazione di Bisignani? «Stupenda. Si era ancora ai tempi del patto del Nazareno. Luigi le rispose: “Come si permette il Pd di fare accordi con un pregiudicato per il destino della Repubblica?”. Fecero prima a far fuori il programma, prima di far fuori Bisignani». 

Paolo Madron, invece, è tornato benignamente al suo lavoro di direttore del quotidiano on line Lettera 43. Ma l’alone di fiancheggiatore dei poteri forti, dopo il libro con Bisgnani tende, talora, inevitabilmente, ad avvolgerti. Non è strano? Proprio tu che, per ironia della sorte, avevi scritto un pamphlet al vetriolo nel 2005, Il lato debole dei poteri forti? «Già. C’era chi mi faceva i complimenti per aver realizzato uno scoop che qualsiasi giornalista non si sarebbe lasciato sfuggire. Ma c’era anche chi diceva che scrivendo un libro con questa diabolica eminenza grigia, avendo a che fare con i poteri forti ero finito per farne parte io stesso. Altri ancora tennero un atteggiamento lungimirante: teniamoci buono Madron, che conosce i segreti di Bisignani...».

Ma in fondo, scusa, tutta questa mitologia del «Bisi» burattinaio e demiurgo dell’Italia politica, non l’abbiamo montata un po’ noi giornalisti? «Be’, come tutti i miti che vengono svelati, Bisignami, uscito all’aperto s’è ridimensionato. Se ne parlava come il diavolo semplicemente perché non si faceva vedere, ora che lo si vede in giro anche troppo ti accorgi che non è un tipo comune ma nemmeno è Belzebù». I libri fatti coi fulmini e i tuoni in lontananza sono quelli di migliore lettura,diceva qualcuno...

Da 2/08 a venerdì 26/08 compresi, sul quartino centrale del quotidiano, verrà stampato, per 21 uscite, il libro di Luigi Bisignani «L’uomo che sussurra ai potenti» con introduzione di Vittorio Feltri.

LA COPERTINA
L’inserto gratuito verrà pubblicato tutti i giorni dal martedì alla domenica e a fine raccolta ci sarà la possibilità di acquistare la copertina raccoglitrice del volume, a € 3,50 più il costo del quotidiano.

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