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Il caso

Omicidio di Fermo, è ancora in cella. Mancini: "Cosa faccio in galera ai neri"

Omicidio di Fermo, è ancora in cella. Mancini: "Cosa faccio in galera ai neri"

«Non capisco... Eppure i testimoni, ancora prima di me, hanno raccontato come sono andate le cose. In tanti hanno visto: erano tutti a due passi da noi, lì sul Belvedere. E hanno riportato ogni dettaglio alla polizia. Per questo credevo che il Tribunale mi rimandasse a casa. Devo rimanere qui, invece. Come si dice, avvocato? Devo rimanere in attesa di giudizio? E allora, se è così, spero solo di venire giudicato per quel che è successo veramente quel pomeriggio e non per quello che è stato detto e scritto».
Parla così Amedeo Mancini, all' esito del provvedimento dei giudici del Riesame che ieri hanno respinto la richiesta di scarcerazione dell' ultrà 39enne di Fermo che (il 5 luglio scorso) reagisce con un pugno mortale all' aggressione del profugo nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi e della moglie di questi, Chinyere.

I due si scaraventano contro il detenuto (accusato di omicidio preterintenzionale aggravato dal razzismo), dopo che questi li aveva apostrofati «scimmie africane». Un pestaggio violento, per mano (secondo almeno sei testimoni) dei due stranieri offesi. Un pestaggio al quale Amedeo Mancini risponde sferrando il pugno farà cadere a terra il profugo, il quale muore battendo la testa sul marciapiedi. «No, io non sono razzista. Non è vero che odio i neri. Forse ho un carattere irruento, può essere. Sono addolorato e pentito per quel che è accaduto. Mi rendo conto di avere tolto la vita a un uomo e di avere rovinato quella di sua moglie, ma non volevo questo. Vorrei che lei sapesse che anche la mia vita, adesso, è rovinata», dice Mancini dal carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno.

Lì, nella cella che fu di Totò Riina e di Alì Agca. E dove adesso l' ultrà convive con altri due carcerati stranieri. Loro tre sono tenuti lontano dagli altri detenuti a vario titolo, per ragioni di sicurezza. Con loro, quei ragazzi di colore che si sono macchiati del crimine dei crimini, l' agricoltore di Fermo che aveva idee di destra e poi di sinistra e ancora di destra, gioca a carte e calcio. L' allevatore di tori, l' attaccabrighe, il tifoso della Fermana che dopo una Daspo aveva deciso di seguire la sua squadra dalla tribuna per avere altri guai, con i compagni di cella extracomunitari, ci va d' accordo: «Certo che ci vado d' accordo», ripete al difensore Francesco de Minicis. «Abbiamo subito legato, il pallone, le partite a calcetto nel campo del carcere e il gioco alle carte in cella: sono il nostro passatempo. Siamo diventati amici. Ma questa non è una novità per me. La stessa cosa, infatti, accadeva quand' ero fuori di prigione e dividevo il tempo libero con un amico somalo, ci vedevamo tutte le sere al bar per giocare a ramino».

Erano i giorni in cui l' ultrà adesso accusato di omicidio aggravato dall' odio razziale, osannava e si faceva fotografare col calciatore senegalese della Fermana, Sene Papa Moustapha. «La faccia vedere avvocato la bella foto che ho voluto scattare con lui, ma quale razzismo?».

In aula per l' udienza, venerdì, c' era anche lui: il detenuto Mancini. «Lo dica avvocato, lo spieghi bene per favore ai signori giudici che è stata Chinyere a colpire per prima, lo dica che mi ha dato anche un morso…». L' uomo sotto accusa, subito dopo il fattaccio, lo aveva detto a chiare lettere e adesso lo ripete: «È lei che mi ha aggredito per prima, io chiedo perdono per quello che ho fatto. E quello che adesso posso fare è metterle a disposizione la mia azienda agricola, la mia casa e tutto quello che ho». Amedeo Mancini non parla di don Vinicio Albanesi. Nessuna parola sul prete della comunità di Capodarco che ospitava Emmanuel e Chinyere insieme con tanti altri immigrati e richiedenti asilo. Eppure era stato proprio il sacerdote a lanciare le prime accuse di aggressione razzista e a scatenare l' indignazione a senso unico di politici e benpensanti, prima ancora che la dinamica e i fatti fossero chiariti dalla magistratura che ha raccolto prove e testimonianze.

Tutto questo nell' imbarazzo silenzioso di chi, come il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e la presidente della Camera Laura Boldrini, a prescindere dalle indagini e dai fatti realmente accaduti, ha seguito il sacerdote. Senza la minima verifica. Cavalcando l' equivoco del caso razziale.

di Cristiana Lodi

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Commenti all'articolo

  • charlie23

    10 Settembre 2016 - 18:06

    Mancini non e' una risorsa! Addirittura non trovano il braccialetto elettronico per lui! Se era una risorsa era già fuori da un bel pezzo! Boldrini e Kyenge dovrebbero solo chiedere scusa per la figuraccia che hanno fatto con i loro commenti fuori luogo, il prete poi lasciamo perdere!

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  • nick2

    08 Agosto 2016 - 09:09

    Per farvi capire che siete dei razzisti, provo a rivoltare la frittata. Un nero violento con vari precedenti per rissa e pestaggi, chiama sporca vacca la moglie di un allevatore di tori. Questo reagisce, ma senza riuscire nemmeno a ferire lievemente l’energumeno, finisce morto con il cranio sfondato. Ve la sentireste di invocare la legittima difesa per il nero e di colpevolizzare l’allevatore?

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  • dottmauriziomuscas

    08 Agosto 2016 - 08:08

    Magistratura eversiva e antipopolare

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  • attualità

    08 Agosto 2016 - 08:08

    I giudici hanno paura di dire :L'Italiano ha ragione ! Uomini di paglia !

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