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Il racconto agghiacciante

Il sopravvissuto al terremoto: "Un incubo, ecco cosa si prova a stare 6 ore sotto le macerie"

Un racconto dell'orrore. Cosa si prova a svegliarsi nel cuore della notte e scoprire di essere sepolto vivo, senza possibilità di muoversi né di gridare, per ore sotto le macerie? Lo ha raccontato Mattia, 19 anni, sopravvissuto al terremoto a Pescara del Tronto e ora ricoverato in ospedale. Era a casa della nonna, lui di Pomezia.

La paura di morire - "Quando il letto mi ha inghiottito, ho pensato: il solito incubo!", confessa al Corriere della Sera, quasi come stesse parlando di un film, o di un'altra persona. Invece la vittima era lui. E sua madre, che pochi metri più in là però non ce l'ha fatta. "Mi sono addormentato tardi. Di colpo, apro gli occhi e mi vedo precipitare in un rombo di calcinacci. Dal terzo piano mi sono ritrovato in cantina!", sorride a fatica. In pochi secondi, vite distrutte e un futuro che potrebbe non esserci più. Lui, appena diplomato, pensava già all'università, voleva diventare allenatore di basket. "Ma adesso devo fare un po' di chiarezza nella testa, devo ammetterlo, non lo so più: è successo qualcosa in quelle ore". Mattia non ha mai pianto, sicuramente non ha ancora elaborato il lutto e i momenti più delicati devono ancora arrivare. 

"Incubo? No, è la realtà" - "Ero uscito con gli amici, sono rientrato verso mezzanotte e mezzo. Mi sono steso sul letto ma non riuscivo a dormire, la mia stanza è al terzo piano del palazzo di mia nonna. Mi sono addormentato all'una e mezzo. Poi, di colpo, apro gli occhi e mi sento risucchiare, mi vedo cadere giù in un rombo di calcinacci. Dal terzo piano mi sono ritrovato in cantina! Ero cosciente. Ed ero stato fortunato, il tetto spiovente mi aveva fatto da capanna: una parte si era incastrata nell'altra e mi aveva protetto, se no adesso non starei qui. Ho pensato, vabbè, ora mi sveglio. Poi, quando ho visto che ero bloccato dalla testa ai piedi e riuscivo a muovere solo i polpastrelli, mi sono detto, no, questa è la realtà". È riuscito a mantenere la calma: "Mi sono detto: Mattia, non sprecare energie inutili". "Ha cominciato a urlare soltanto quando ha sentito le voci dei soccorritori: quando serviva sul serio", spiega Massimo Loria, primario del Pronto soccorso che lo curato. 

In una bara di cemento - "Ho provato a sollevarmi - continua il ragazzo -. Ma era come avere una maschera sul volto e una corazza di cemento sul corpo dentro cui non puoi muoverti, come stare nello stagno fuso e raffreddato. Davanti alla faccia avevo lo spazio di una pallina da ping-pong, potevo respirare... ma poco. Dopo un'ora o due ho sentito dei movimenti sopra di me. Era mio zio Sergio, che mi cercava. E poi anche gli altri miei zii, Alfio e Roberto, mi cercavano, mi chiamavano. Sa, quando stai là sotto, ti passa in testa tutto. Io mi sarò progettato settemila vite, là sotto, e insieme non riuscivo a immaginare cosa avrei fatto domani perché pensavo di morire. Ma il pensiero fisso era mia madre. Era intrappolata insieme a me là sotto, in quell'inferno, tre stanze più in là".

"Zio, aiutami" - Quando sente i soccorritori, inizia a urlare: "Zio, aiutami, zio! Non lasciarmi solo!". "Era veramente un incubo. Ci hanno messo del tempo, poi hanno spostato un masso, ho visto un po' di luce. Allora ho gridato ancora: Zio, eccomi, sono qui!. Mi hanno trovato con addosso una trave che mi aveva piegato la testa quasi completamente sul petto, perciò porto il collare che vede. Mi hanno scoperto fino al bacino. Poi le gambe. Ma è stata un'odissea. Il lenzuolo mi imprigionava e mi avvolgeva, come pure il materasso, sulla gamba destra: ero legato. La gamba destra era piegata male dal ginocchio. Mi hanno dato un po' d'acqua. Ero sfinito. Verso le sette e mezzo, le otto di mattina ho gridato: Ragazzi, non ce la faccio più, lanciatemi un'imbracatura e tiratemi su, quello che viene viene, se le gambe si spezzano non me ne importa! Io non ci voglio più stare qua sotto!. Beh, hanno tirato, ma le gambe le ho ancora".

L'ultima paura - Non è ancora finita. "Mentre scavavano, un ragazzo, uno dei soccorritori, era proprio vicino, tanto vicino a me. C'è stata un'altra scossa. Allora lui mi ha detto Perdonami, Mattia, ed è saltato fuori dalla buca, via. Io l'ho capito, sa? È umano, sopra avevamo un tetto intero. Poteva uccidere tutti. Dopo la scossa, il ragazzo è tornato e ha ricominciato a scavare. Non mi chieda se l'ho perdonato, non ho nulla da perdonargli, ho da ringraziarlo. Mi hanno tirato fuori, alla fine, con uno strappo, il buco da cui sono uscito non era molto più grande di un cesto di pallacanestro".

Finalmente libero - I primi gesti sono stati per i suoi parenti: "Ho alzato il pollice in segno di vittoria verso mio padre Filippo e mio fratello Daniele... E ho dato una bacio grande a mio zio, ché se non c'era lui non c'ero più io. La prima notte in ospedale non ho chiuso occhio, la seconda mi hanno dato le gocce... Lo so, vuole sapere se ho pregato... Beh, ho detto tante di quelle bestemmie da perdere il conto, resti tra noi. Ma no, scherzo! Non ho pregato perché in quel momento devi riflettere... sui movimenti da fare per sopravvivere".

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Commenti all'articolo

  • gianni modena

    27 Agosto 2016 - 09:09

    non ho letto una sola dichiarazione della boldrini , forse per unavolta sta pensando a quello che deve dire in questa triste occasione . o forse sta tremando al pensiero che possa accadere qualcosa ai clandestini .???

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