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Al San Camillo di Roma

Muore di cancro al pronto soccorso: 56 ore di attesa, il racconto dell'orrore

Muore di cancro al pronto soccorso: 56 ore di attesa, il racconto dell'orrore

E' morto tra l' indifferenza della gente che occupa freneticamente un pronto soccorso. E' morto per un tumore, niente di improvviso, niente che giustificasse quella collocazione precaria, eppure a Marcello Cairoli non è stato offerto niente di meglio per trascorrere le sue ultime 56 ore di vita da malato terminale.

L' ennesima storia di malasanità in Italia arriva dalla Capitale, addirittura da una delle strutture d' eccellenza in fatto di emergenze: il San Camillo - Forlanini. L' agghiacciante racconto è del figlio di Marcello, Patrizio, giornalista, che ripercorre la sofferenza di quei due giorni e mezzo in una lettera al ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, che ha prontamente inviato gli ispettori. E poi?

Qualcuno pagherà per avere lasciato morire un uomo tra "codici verde" che ridevano sgranocchiando patatine in attesa di farsi togliere un' unghia incarnita e tossici che cercavano solamente un posto dove trascorrere qualche ora al riparo? Un "riparo" che non è stato concesso a Marcello, il quale aveva tutto il diritto di essere protetto mentre affrontava quel passaggio oscuro, che sicuramente lo avrà spaventato, smarrito, reso vulnerabile mentre cercava il modo per dire addio a qualcuno da cui non avrebbe voluto allontanarsi mai, i suoi figli. Lo Stato non ha avuto le capacità per garantire il diritto primario di ogni essere umano, morire con dignità, e come giustificazione il direttore sanitario del nosocomio, Luca Casertano, parla di «un flusso elevato» di ricoveri che «può aver in qualche modo limitato o impedito una idonea comunicazione da parte degli operatori sanitari».

E' mancanza di comunicazione una famiglia che, dopo avere chiesto senza successo il trasferimento in un locale adeguato per il proprio caro che sta morendo, si accontenta di ripiegare su un paravento ma non riesce a ottenerne un altro per completare il muro da mettere tra loro e i "turisti del dolore", coloro che si siedono in un pronto soccorso per un mal di pancia e intanto scrutano chi hanno intorno per vedere chi sta peggio? Eppure Patrizio e i fratelli sono rimasti lucidi, con quella forza che viene dall' amore per un genitore da accudire, che improvvisamente ribalta i ruoli diventando l' anello più debole della famiglia. E così i figli, in quelle 56 ore, si sono inventati un' altra soluzione e hanno completato la barriera con un maglioncino, fermato con lo scotch al paravento, e con i loro corpi hanno offerto l' ultimo scudo necessario perché l' ultimo respiro di Marcello fosse una cosa privata. Solo dopo, dopo avere accompagnato il papà nel viaggio più difficile, Patrizio ha raccolto le forze per denunciare. Lo ha fatto scrivendo una lettera al ministro della Sanità, spiegando come l' iter sia stato mal gestito fin dall' inizio. Perché nessuno pensa mai che i malati e i parenti dei malati fino a quella maledetta diagnosi non sanno proprio niente di terapie e soluzioni.

E così la disinformazione spesso ha la meglio, a volte facendo perdere tempo prezioso, altre volte lasciando impreparati i parenti. Nella sua lettera, Patrizio, lo spiega bene: «Signora ministra, sono passati circa tre mesi dal giorno in cui mio padre ha scoperto di avere un cancro a quello della sua morte; metà del tempo lo ha trascorso ad aspettare l' inizio della radioterapia, l' altro ad attendere miglioramenti che non sono mai arrivati. Nonostante la malattia, ci avevano prospettato anni di vita da trascorrere in modo dignitoso. (...) Nessuno ci ha aiutati a comprendere, nessuno ci ha detto quello che avremmo dovuto fare: rivolgerci a una struttura per malati terminali e garantire, con la terapia del dolore, una morte dignitosa a mio padre. Quando l' ho fatto, era ormai troppo tardi: il giorno dopo mio padre è finito in ospedale, al pronto soccorso del San Camillo (che non è l' ospedale dove era seguito), dove finalmente gli è stata somministrata la morfina.

Qui», prosegue Patrizio, «la situazione si è aggravata velocemente. Mio padre è morto dopo 56 ore, passate interamente in pronto soccorso. Lo ripeto: cinquantasei ore in pronto soccorso, da malato terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi. Accanto aveva anziani abbandonati, persone con problemi irrilevanti che parlavano e ridevano, vagabondi e tossicodipendenti che, di notte, cercavano solo un posto dove stare. Il peggio, poi, si verificava nell' orario delle visite: sala sovraffollata di parenti che portavano pizza e panini ai malati e che non perdevano l' occasione per gettare lo sguardo su mio padre. (...) Sarebbe dovuto morire a casa, soffrendo il meno possibile.

E' deceduto in un pronto soccorso, dove a dare dignità alla sua morte c' erano la sua famiglia, un maglioncino e lo scotch. E' successo a Roma, Capitale d' Italia».

di Roberta Catania

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Commenti all'articolo

  • capitanuncino

    06 Ottobre 2016 - 11:11

    Una volta questo era un paese vivibile.Adesso è diventato un paese di merda e senza dignità.Non capisco che cosa sia successo.Chi può se ne vada via.

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  • salvio53

    06 Ottobre 2016 - 11:11

    nessuno si dimette? Paese di m..da dove se appartieni alle caste tutto hai se sei un cittadino normale devi subire le caste. Onore alla famiglia Cairoli per come ha agito con la speranza che questo loro "schiaffo" raggiunga qualche viso

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