Cerca

L'intervista

Bruno Ballardini: "L'Isis e il marketing dell'Apocalisse"

Bruno Ballardini: "L'Isis e il marketing dell'Apocalisse"

"La propaganda dell'Isis? Estremamente efficace, grazie ad una regia e a tecniche di comunicazione occidentali, che danno di Al Baghdadi e dei suoi seguaci un'immagine vincente". Così Bruno Ballardini, saggista ed esperto di marketing e di comunicazione strategica, presenta l'Isis, con una chiave di lettura molto diversa da quella a cui i media ci hanno abituati da tempo. Pur sanguinari e privi di scrupoli, infatti, i miliziani di Al Baghdadi sono capaci di operazioni di propaganda elaborate, che "bucano" lo schermo delle TV creando nuovi adepti e generando sconcerto fra i nemici della propria causa. Chiave d'analisi che Ballardini propone nel suo ISIS, il marketing dell'Apocalisse, edito per la Baldini & Castoldi.

Professore, perché "Il marketing dell'Apocalisse"? 
"Perché siamo di fronte a una crisi definitiva che è stata prodotta proprio dal marketing, quella del capitalismo, oltre la quale non è possibile proseguire continuando a ripetere i vecchi errori. Ma anche quella dell'Islam. Poi, c'è l'Apocalisse di cui si fa messaggero l'Isis: non solo predicandola ma tentando anche di far sì che si realizzi veramente. Sono piani diversi che si intersecano perché l'Isis fa di tutto per farli incontrare/scontrare". 
In cosa consiste il marketing dell'Isis e perché riesce a "bucare" lo schermo e ad impressionare? 
"A parte il terrore che quei video hanno potuto suscitare in chi era totalmente all'oscuro di tutto e li vedeva per la prima volta, bisogna dire che hanno funzionato benissimo come propaganda perché hanno rimandato ai sostenitori un'immagine vincente dell'Isis: noi siamo i più forti, solo noi possiamo distruggere gli infedeli (compresi i musulmani che non sono d'accordo con noi), e Dio è con noi. È il nazismo dell'Islam. E curiosamente ottiene lo stesso consenso che otteneva allora l'ideologia hitleriana presso una parte cospicua della borghesia moderata mitteleuropea mentre l'altra parte restava sbigottita a guardare, incapace di reagire". 
I video della morte che il Califfato ci propone attraverso i social sono tutti veri o sono, piuttosto, prodotti ben confezionati per terrorizzare gli occidentali? 
"Purtroppo è tutto vero. Ma la regia è occidentale, le tecniche sono occidentali, la strategia di comunicazione è occidentale. Da ex persuasore occulto, riconosco facilmente la mano di colleghi con una certa esperienza. Ma non è una novità. Lo stesso Bin Laden per primo si era dotato di un regista occidentale, il 33enne californiano Adam Gadahn, convertitosi all'Islam radicale, che insegnò ad al-Qaeda la tecnica del chroma key per impedire a coloro che davano la caccia al leader il riconoscimento dei luoghi in cui si trovava". 
Secondo lei Al Baghdadi e i suoi seguaci hanno valutato il pericolo di esporre altri musulmani a rappresaglie o a casi di isteria? 
"È esattamente quello che vogliono, ben sapendo che un miliardo e mezzo di musulmani che vivono pacificamente la loro fede, come la vivono i cattolici e gli ebrei, non sono assolutamente in grado di difendersi dal radicalismo che si diffonde al loro interno. D’altra parte è anche vero che dall'esterno il resto del mondo non è in grado di comprendere la differenza fra la grande maggioranza “normale” e i fanatici. Eppure è semplice: i terroristi islamici sono tutti wahhabiti (o salafiti), hanno cioè lo stesso credo della monarchia saudita, che è nostra alleata. Tutto nasce dal patto diabolico che gli Stati Uniti hanno fatto con i sauditi per questioni di petrolio e per controbilanciare l’influenza politica dell’Iran (sciita) sul Medio Oriente".  
La sua ricerca tocca tre ambiti: economico per il marketing, antropologico e geopolitico. In sostanza, cos'è l'Isis?
"L'Isis tecnicamente è quello che nel mio libro ho chiamato un Ocm, cioè un organismo culturalmente modificato, creato a tavolino e in grado di diffondersi aggressivamente in modo autonomo facendo terra bruciata intorno a sé. Né più né meno di come fa un normale Ogm. L'Isis ha un programma molto chiaro, già esposto fin dal 2014 nei primi numeri di Dabiq, la rivista ufficiale dello Stato Islamico che gran parte dei nostri giornalisti si è mai dato la pena di leggere attentamente. Oggi, a preoccupare di più è che il nostro governo fa finta di non vedere e ubbidisce ciecamente, andando a combattere, ad esempio, in Libia senza nemmeno sapere perché. O sono ciechi o sono in malafede". 

di Marco Petrelli
@marco_petrelli

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog