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Il giallo del cadavere senza testa: "Decapitato quando era ancora vivo"

Il giallo del cadavere senza testa: "Decapitato quando era ancora vivo"

Quando Albano Crocco - l' infermiere in pensione di 68 anni trovato morto in un bosco a Craviasco, in provincia di Genova - è stato decapitato, era ancora vivo. Ferito, ma lucido. E ha cercato di difendersi da un killer senza pietà, senza anima, senza scrupoli e questo fa ancora più orrore, disgusto. Rabbia. Albano Crocco ha provato a fermare quel bastardo e a raccontarcelo è l' autopsia: l' uomo, colpito nella zona cervicale da una rosa di pallini sparata da un fucile o da una pistola Flobert, da terra avrebbe cercato di difendersi e per questo motivo la mano destra risulta colpita da una lama, la stessa che poi (un coltello o un machete) gli avrebbe tagliato la testa. Una scena da film horror, una dinamica da incubo che ha sconvolto e mandato nel panico Craviasco, la piccola frazione (una trentina di abitanti) del comune di Lumarzo in Valfontanabuona, nell' entroterra fra il genovesato e Chiavari. Dove tutti si conoscono, tutti sono amici.

LA TESTA Albano Crocco era uscito di casa martedì mattina molto presto, dicendo alla moglie che sarebbe andato a cercare funghi (una delle sue passioni insieme con la caccia e le bocce). Come spesso faceva. Ma non era più rientrato e allora verso l' ora di pranzo la moglie Assunta aveva dato l' allarme, facendo scattare le ricerche. Alle 18 l' agghiacciante scoperta: il corpo decapitato del pensionato era in fondo a una scarpata - a un centinaio di metri dal luogo dell' omicidio - gettato nel dirupo dal killer nel tentativo di nasconderlo, dopo averlo trascinato sull' erba (nel tragitto sono rimasti segni del sangue, alcuni indumenti, il portafoglio e il cellulare). Della testa, però, nessuna traccia e questo è un mistero nel mistero (secondo il procuratore capo Francesco Cozzi «È certo che chi l' ha tagliata è un esperto: una persona che sa usare l' arma o l' arnese utilizzato in proposito»). Perché farla sparire? Per paura di lasciare tracce riconoscibili? Come sfregio? Ma soprattutto, chi è la belva capace di un delitto tanto feroce e quale è il movente?

Le prime ipotesi degli investigatori si erano indirizzate verso il mondo della caccia e dei bracconieri (martedì era vietato cacciare), ma presto si sono spostate nell' ambito familiare. Tanto che da ieri c' è un indagato (ma non è l' unico sospettato e la Procura spiega: «È un fatto tecnico»): è Claudio Borgarelli, il nipote della vittima, anche lui infermiere, la cui villetta - l' unica fuori dal paese e vicino al bosco dove è stato ucciso Crocco - è stata sequestrata e perquisita a fondo. All' interno sono stati prelevati campioni e setacciate diverse superfici alla ricerca di tracce e impronte che saranno inviati al Ris di Parma per le analisi insieme con un revolver regolarmente denunciato (che può sparare cartucce a pallini) e con gli attrezzi da lavoro prelevati dalla legnaia e dalla cantina: machete, asce, roncole, falci e coltelli. Non solo. Il nipote della vittima è stato sottoposto anche alla prova dello stub (gli sono stati effettuati rilievi con spugnette imbevute di sostanze speciali sulle mani e sulle braccia) per accertare se ci sono tracce di polvere da sparo.

I LITIGI COL NIPOTE Già, ma perché gli investigatori sono arrivati a Claudio Borgarelli? A indirizzarli sono state le molte testimonianze che lo descrivevano spesso in giro con il machete, ma soprattutto i racconti di vecchi rancori con lo zio. Che l' uomo, peraltro, non ha mai negato. «È vero, avevo cattivi rapporti con mio zio, ma non c' entro nulla con questa storia. Non ho la minima idea di chi lo possa avere ucciso. Credo che i carabinieri abbiano voluto perquisire la mia casa perché é la più vicina al bosco dove è stato trovato ucciso. Ma io sono tranquillo», aveva spiegato l' altro giorno prima di sapere di essere indagato. E aveva aggiunto: «Mesi fa avevo litigato con mio zio perché aveva scaricato dei materiali di risulta quasi davanti a casa mia e per questo da allora non ci rivolgevamo più la parola. Ma era tutto finito lì, tanto che pur potendolo denunciare alla forestale non lo feci. Ho solo preteso che portasse via quei detriti. Il giorno della scomparsa ho visto la sua auto posteggiata sotto casa mia, dove finisce la strada carrabile. Ho fatto dei lavoretti e poi sono uscito, sono andato a Genova per alcune commissioni e fatto benzina. A che ora sono rientrato? Non ne ho la più pallida idea».

di Alessandro Dell'Orto

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