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Il libro di Luzzato

Resistenza, quando la banda Levi
sparò alle spalle ai compagni

Nel saggio dello storico, "Partigia", il segreto dello scrittore ebreo: uccise due ragazzini partigiani

Resistenza, quando la banda Levi
sparò alle spalle ai compagni

di Francesco Specchia

Un’altra pagina di Resistenza -nera come pece-  per un best seller annunciato. Che Primo Levi, gigante del ricordo condiviso, nostro Orfeo dall’incubo di Auschwitz e partigiano senz’entusiasmo, covasse il segreto dell’aver avallato la fucilazione di due giovani colleghi mitragliati alle spalle, be’ non è esattamente un inedito. 

Mesi fa, l’ottimo Frediano Sessi, narratore delle foibe per Marsilio, proprio per l’editore veneziano ricostruì ne Il lungo viaggio di Primo Levi, brandelli di quella storia taciuta dei partigiani della banda di Col de Joux. Partigiani che ammazzano altri partigiani - il diciottenne Fulvio Oppezzo di Cerrina Monferrato (nome di battaglia «Furio») e il diciassettenne Luciano Zabaldano di Torino (nome di battaglia «Mare»)- col metodo sovietico, ossia mitragliata alle spalle e senza avere neppure il tempo di raccomandarsi a Dio. E prima ancora di Frediani, l’editore Einaudi nel Sistema periodico del ’75, sempre di Levi con prefazione di Philip Roth, rese pubblica la «spettrale alba di neve» del 13 dicembre ’43, in cui il giovane Primo racconta la propria salita e il proprio arresto in Val d’Aosta assieme a Luciana Nissim, a Wanda Maestro e ai partigiani a cui s’era unito da pochi giorni. Lo fece conservando «un segreto brutto: lo stesso segreto che ci aveva esposti alla cattura». Cioè l’ammazzamento dei due compari, indisciplinati, forse ladri, comunque non «conformi alla guerra partigiana». Un po’ di quell’episodio ferale era trapelato, insomma. Ma fino ad ora la sua interpretazione si limitava ad essere una querelle fra storici. 

Il fatto che oggi Sergio Luzzatto, «ossessionato dalla Resistenza» -come lui stesso confessa nell’introduzione- la strombazzi al mondo nel suo saggio Partigia. Una storia della Resistenza (Mondadori, pp.373, euro 19,50) non resistuirà i rimorsi né cambierà la Storia; ma farà scoccare, astutamente, le polemiche e impennare le vendite di un libro, apprezzabile dal punto di vista investigativo, ma dalla prosa non esattamente esplosiva. Tra l’altro, il volume è un viaggio personale e freudiano di Luzzatto dentro Primo Levi. Racconta lo storico, del grande scrittore: «So esattamente dov’ero quando la notizia della sua morte mi raggiunse, durante la tarda mattinata di un giorno d’aprile del 1987: a Parigi, nello spiazzo davanti alla Gare de Lyon, ventiquattrenne studente di dottorato appena sceso dalla cuccetta di un treno Palatino o di un Napoli Express. Ricordo la sorpresa, lo stordimento, la consapevolezza che niente sarebbe più stato come prima nella memoria del nostro Novecento... Ormai bisognava arrangiarsi senza di lui, bisognava camminare senza bussola nel campo magnetico del dopo Auschwitz. E per chi aveva deciso – da storico – di vivere la vita dialogando con i morti, bisognava scendere agli inferi del Novecento senza più contare su quel Virgilio». E finisce col citare, di quel Virgilio, brani da Il superstite ; «Nessuno è morto in vece mia. Nessuno/ Ritornate alla vostra nebbia/ Non è colpa mia se vivo e respiro/ E mangio e bevo e dormo e vesto panni ..», come a rimarcare i morsi di un perenne senso di colpa. Ed è perlomeno curioso che la rivelazione dalla coscienza di Primo Levi si abbia ora, mentre di Levi si rispolverano, per Chiarelettere, le Due deposizioni giurate davanti alle autorità giudiziarie italiane e tedesche, nel 1960 e nel 1971, a lungo rimaste inedite. Ma tant’è. Il punto è un altro. L’omicidio della banda di Col de Joux non rappresentava storicamente una novità. 

C’è una reiterazione di elementi. La raffica di mitra Beretta che abbattè i due sbandati alle spalle, militanti che le circostanze avevano reso incompatibili con le regole della guerra partigiana; la sepoltura in fossa anonima; l’oblio sulle circostanze della morte presso i loro familiari, con l’aggravante del fuoco amico. «Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi...», scrive, riportato da Luzzatto, Levi costretto probabilmente a vivere con cotanto fardello per tutta la sua esistenza (parla di «nostra coscienza» e del viaggio alla volta di Auschwitz «conforme a giustizia»). 

Come, da sempre, ben descrive Giampaolo Pansa nei suoi libri, le atrocità delle stragi partigiane esplodevano spesso in impulsi bestiali che non sentivano nè l’umana pietà nè la ragione dei vinti. Nel caso del men che diciotenni Oppezzo e Zabaldano, ricorda Frediani «non c’è un processo istruttorio che li accusi di un reato preciso, non ci sono documenti che rimandino alla condanna, e allora l'accusa che li riguardava poteva essere anche diversa, in ogni caso aveva a che fare con l’indisciplina e con azioni che mettevano a rischio l’incolumità degli altri componenti della banda, intaccando la possibilità di guadagnare fiducia presso gli abitanti del luogo, di cui si aveva un bisogno estremo». Una sorta di selvaggia legge del west, insomma. Certo, Luzzatto, lascia spazio anche alla sue (congrue) ricostruzioni. 

Non è mai stato chiarito se Primo Levi il 9 dicembre 1943 «fosse salito dall’albergo Ristoro verso il Col de Joux, se avesse contribuito a scavare le due fosse»; sostiene Luzzatto: «Immagino di sì». «Perché risulta che le due donne di Amay, Luciana Nissim e Vanda Maestro, fossero state fatte allontanare dal luogo dell’esecuzione; il che induce a credere che gli uomini fossero presenti. Immagino di sì anche perché il numero dei componenti della banda era talmente ridotto (Levi ne conterà dodici in totale, donne comprese) da suggerire che tutti gli uomini abbiano dovuto spalare la neve abbondante e scavare la terra ghiacciata dove tumulare senza bara i corpi dei due uccisi». Naturalmente -fa notare, nella sua veste di storico, Paolo Mieli dal Corriere della sera - finita la guerra, Oppezzo e Zabaldano furono «risarciti» con la loro trasformazione in «eroi trucidati dai fascisti». 

In realtà «il caso Primo levi» , la storia dei ragazzi mitragliati alle spalle ci richiama alla memoria decina di casi di minorenni trucidati dagli «eroi partigiani». Sono ricordi random, estratti dalle pieghe delle emeroteche; io stesso da giovane cronista me ne occupai, scoprendo atrocià nuove ad ogni nuova riga di cronaca locale pubblicata tra il ’43 e ’45.  C’era Luciana Minardi che il 25 maggio del ’45, sedicenne arruolata nella Xa Mas, venne massacrata col coetaneo Alessandro Baldini sull’argine del torrente Guà nel vicentino; c’era Giuseppina Ghersi, studentessa di 13 anni di Savona prima stuprata e poi uccisa in strada; c’erano i sei bambini senza nome fatti esplodere da un ordigno partigiano a piazzale Loreto, che poco tempo dopo offrirà altri spettacoli d’alta macelleria. Primo Levi entrò, suo malgrado, in quel meccanismo perverso. La differenza con i suoi ex compagni è che lui pagò molto di più, e fece del rimorso un inesausto compagno di viaggio... 

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