Cerca

Il verdetto

Cassazione: Stasi va processato

Assoluzione annullata. La mamma di Chiara: sono contenta mia figlia ha bisogno di verità

Alberto Stasi

 

di Cristiana Lodi

Cinque anni e otto mesi di processo. La scarcerazione a tempo di record e due assoluzioni per assenza totale di indizi, dato che di prova non c’è mai stata nemmeno sembianza. Due assoluzioni in nome del popolo italiano, uguali a due  medaglie di latta che non avrebbe avuto alcun senso esibire, se mai Alberto Stasi avesse osato farlo. Lui, che è il colpevole ideale, l’unico sospettato e il solo indagato, dovrà tornare nell’aula di giustizia: quella della Corte d’assise d’appello di Milano. Perché fra gli ermellini che hanno annullato l’assoluzione del 6 dicembre 2011, hanno fatto breccia le argomentazioni del procuratore generale Roberto Aniello. E poco importa che l’accusa, davanti a Lor signori di piazza Cavour, si sia spinta ben oltre il confine della valutazione della cosiddetta «legittimità» della sentenza d’appello, che è propria della Cassazione. 

In udienza, mercoledì, il pg Aniello ha ricostruito i passaggi chiave del caso. Non solo rifacendo il processo sulla fine di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa della Lomellina, ma anche arrivando a conclusioni supportate solo da ipotesi fumose: «Alberto Stasi era l’unico, fra quanti conoscevano bene Chiara e la sua casa ad avere un movente per ucciderla. È su di lui che i riflettori vanno puntati». Come dire: se non è lui, chi altro può essere stato? E non si è fermato qui il pg, perché un altro caposaldo sul quale è poggiata la sua esaudita richiesta di annullare la sentenza assolutoria di secondo grado per andare a un nuovo processo, è stato il seguente: «La mattina del delitto l’imputato ha fatto numerose telefonate sul cellulare di Chiara e a casa Poggi. In una di queste, effettuata alle 13 e 26, è rimasto in linea 12 secondi di fronte a una risposta muta e scattata in automatico attraverso il sistema d’allarme dell’abitazione». Conclusione del pg: Stasi è andato a casa di Chiara, perché temeva che lei avesse alzato il telefono fisso dopo essersi ripresa. Se il procuratore avesse visto le foto della povera ragazza, forse, non sarebbe arrivato a questa ipotesi. Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza per capire come i giudici supremi abbiano ritenuto di dover annullare l’assoluzione di Alberto. Intanto ci si  domanda se argomentazioni simili siano proprie del processo di terzo grado. E qualora non lo fossero, come noi poveri profani del diritto osiamo supporre, ci chiediamo per quale ragione vengano portate in aula. C’è forse bisogno di suggestione?

È innegabile che si sia tentato di equiparare il processo di Garlasco al caso  Meredith-Amanda (anch’esso arrivato al ribaltamento del verdetto assolutorio di secondo grado) o all’omicidio di Avetrana, i quali dalle aule del Tribunale rimbalzano nel web e piombano nei talk show portando l’opinione pubblica a parteggiare per la tesi dell’accusa o per quella della difesa. Ma un processo non è uno spettacolo. 

E suonano sinistre le dichiarazioni del presidente dell’Unione delle camere penali, Valerio Spigarelli: «Non bisogna creare aspettative che possano poi tradursi in pressioni sul giudice o su una Corte chiamati a decidere sul destino di un imputato». E se invece nel processo di Garlasco fosse successo proprio questo, a dispetto della mancanza di indizi nei confronti di Stasi? E del fatto che in Cassazione non si dovrebbe entrare nel merito? Possibile che il diritto di verità sulla morte di Chiara, giustamente rivendicato dai suoi genitori, debba passare sulla testa di Stasi nonostante nulla finora abbia portato a una sua responsabilità? Angelo Giarda, il professore-difensore di Alberto, ha parlato a chiare lettere in aula: «Un errore paragonare questo caso ad altri processi balzati alla cronaca, perché esistono tre provvedimenti inequivocabili che assolvono Stasi. Nessun giudice ha identificato gravi indizi di colpevolezza nei suoi confronti». Allora cos’è questo? Un altro caso di malagiustizia? Lo so bene: il garantismo, e ancora di più l’innocentismo, si dice siano  un sentimento tipico di chi è privo di spina dorsale. Oppure la patologia dostoevskiana di chi si identifica col carnefice e non con la vittima o, ancora peggio, il timore kafkiano di chi sa di poter essere inchiodato per un reato non commesso. Ma Stasi in tutto questo? Non c’è un millimetro del suo corpo, per come questo corpo è stato raccontato in tutta la sua presunta freddezza e nel suo evidente contegno, che agli occhi e alle orecchie della piazza non parli di colpevolezza. Tutto rende Alberto interprete del ruolo di un demone per eccellenza. Certo, c’è la possibilità che a dispetto delle apparenze e delle sintesi lombrosiane che gli sono state cucite addosso, sia semplicemente innocente. La prova? A questo punto non serve. Basta finire dentro la prigione del sospetto, sotto gli occhi della piazza, per essere essere processati a vita.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • sommesso49

    19 Aprile 2013 - 20:08

    E' un articolo scritto bene, di facile lettura, quasi leggero rispetto alla drammaticità di un omicidio. Sembra che la D.ssa Cristiana Lodi, per questo caso, avrebbe tranquillamente fatto a meno del terzo grado di giudizio mentre, il PDL, in altre circostanze, presentò un disegno di legge per l'introduzione, addirittura, di un quarto grado di giudizio. D.ssa, si metta d'accordo con le indagini investigative, legga le sentenze di assoluzione e valuti l'eventualità che uccidere quella ragazza possiamo essere stati io e Lei oppure Bin Laden. Così Stasi sarà salvo definitivamente. Ella dimostra di riporre nella giustizia una fiducia a singhiozzo: ben riposta per la sentenza di assoluzione e mal riposta dopo la sentenza di annullamento dell'assoluzione. Lasci fare coloro che, forse, hanno maggiori qualifiche delle Sue e, con un po' di fantasia, provi a immaginare i meccanismi possono portare ad assoluzioni o a condanne.

    Report

    Rispondi

blog