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Verso la sentenza

Berlusconi, Cassazione: cifre, firme e conti, le carte della difesa del Cav

La strategia dei legali Coppi, Ghedini e Longo: all'epoca dei fatti contestati l'ex premier non ratificava i bilanci e non si occupava di Mediaset. E Agrama...

L'avvocato Franco Coppi

L'avvocato Franco Coppi

Il professore Franco Coppi, illustre avvocato cassazionista e Niccolò Ghedini, storico difensore di Silvio Berlusconi, hanno depositato il loro ricorso in due tranches: la prima l’1 luglio, la seconda il 5 dello stesso mese. Trecento pagine arrivate a Piazza Cavour per tentare di ribaltare la doppia sentenza di condanna, pronunciata prima dal Tribunale e poi confermata dalla Corte d’Appello di Milano lo scorso 8 maggio. Una impugnazione davanti alla suprema Corte presentato in tempi non sospetti: ciò molto tempo dopo la nomina (avvenuta lo scorso 21 maggio) del collegio giudicante.  Il fulcro della difesa del Cavaliere ruota intorno a un dato fondamentale: Silvio Berlusconi, a cominciare dall’anno 2000 non ha firmato alcun  bilancio di Mediaset in quanto presidente del Consiglio. Ma vediamo i punti cruciali della memoria difensiva presentata da Ghedini e Coppi. Scrivono gli avvocati: «Il gruppo televisivo fondato da Silvio Berlusconi era ed è uno dei principali acquirenti di diritti televisivi al mondo. Una piccola parte, di questi  (da 30 a 50 milioni di dollari, sul totale di quasi 1 miliardo di dollari acquistati annualmente) veniva acquistata ogni anno dall’imprenditore Frank Agrama.

Fininvest prima e Mediaset poi, per acquisire i prodotti Paramount, tra i migliori sul mercato americano, trattavano proprio e solo con Agrama». I magistrati milanesi ipotizzano  che  Silvio Berlusconi sarebbe stato suo socio occulto e che con lui avrebbe diviso  gli utili delle vendite Paramount. Agli atti, stando ai difensori, risulta  invece  che: «Silvio Berlusconi conobbe Agrama (due o tre incontri soltanto) agli albori della Tv commerciale negli anni ’80 non avendo avuto successivamente alcun rapporto con lui». E ancora: «che tutti i guadagni provenienti dall'attività commerciale di Agrama sono rimasti nella sua esclusiva disponibilità e che mai somma alcuna è stata trasferita a Silvio Berlusconi». Certo: : «Agrama versò nel corso degli anni  ad alcuni dirigenti di Mediaset ingenti somme di denaro in nero (in un caso addirittura 4 milioni e mezzo di euro) per far sì che l’azienda acquistasse l’intera produzione annuale di Paramount». Ma tutti i testimoni hanno «escluso che Silvio Berlusconi si fosse mai occupato dell’acquisto di diritti televisivi. Essi hanno inoltre  confermato che dal gennaio 1994, data della discesa in campo nella politica, Silvio Berlusconi dopo essersi dimesso da ogni carica, si è totalmente distinto ed allontanato dalle aziende da lui fondate».

È evidente quindi che il Cavaliere, che era proprietario di Mediaset e che anche dopo la quotazione in Borsa ne era il principale azionista e il principale beneficiario degli utili, mai avrebbe avuto interesse ad acquistare prodotti Paramount in eccedenza rispetto alle esigenze di Mediaset per poi dividere una piccola parte dell'utile con Agrama. E  mai, stando agli avvocati, «avrebbe acconsentito al pagamento di tangenti in nero a propri dirigenti per agevolare Agrama». Gli sarebbe stato sufficiente, affermano,  «una semplice telefonata ai suoi sottoposti per ottenere l’acquisto dei diritti esitati da Agrama senza che questi dovesse pagare alcuna tangente».

di Cristiana Lodi

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Commenti all'articolo

  • vin43

    01 Agosto 2013 - 09:09

    Se così fosse, Agrama non sarebbe stato costretto, per accaparrarsi la vendita dei suoi prodotti a Mediaset, a pagare tangenti in nero ai dipendenti di Mediaset. Sarebbe bastato un intervento di Berlusconi per ottenere la commessa. Ecco che: «Galassia di società estere, alcune delle quali occulte, e che occulte dovevano restare perché parte di tali fondi era stata utilizzata per scopi illeciti dal finanziamento occulto a uomini politici, alla corruttela degli inquirenti, alla corresponsione di somme a teste reticenti» riportato nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello, sono mere illazioni e del tutto ipotetici.

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