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La svolta

Equitalia, addio ai Comuni:
come cambia la riscossione

Dal 2014 la società lascerà il campo agli enti locali. Che però sono ancora, in larga parte, impreparati. Ecco gli effetti della riforma "federale"

Equitalia, addio ai Comuni:
come cambia la riscossione

Quando Equitalia non esisteva, gli enti concessionari che si occupavano di riscuotere tributi e contributi evasi incassavano meno di un miliardo  di euro all’anno. Le società di riscossione erano una quarantina, appartenevano a privati (perlopiù banche)  e non brillavano per efficienza, nonostante i 10 mila dipendenti. Fu il ministro Giulio Tremonti, nel 2005, a nazionalizzare il sistema, dando vita alla società pubblica Riscossione Spa (partecipata al 51 per cento dall’Agenzia per le Entrate e al 49 per cento dall’Inps), ribattezzata successivamente Equitalia.

La storia di Equitalia, progressivamente dotata di strumenti sempre più pervasivi (dai pignoramenti ai fermi amministrativi), è una storia paradossale. Le riscossioni sono aumentate: nel 2011 gli incassi, a fronte di un obiettivo iniziale  di 8 miliardi, hanno raggiunto la quota di  12,7 miliardi di euro; nel 2012 e nel 2013 il target è stato fissato a 10 e 10,2 miliardi, ma l’entità del riscosso sarà sicuramente superiore. Ma questi successi - ecco il paradosso -   si sono registrati proprio  periodo più duro  di una crisi economica della quale è difficile trovare precedenti nella storia recente, e contribuiscono ad acuirla. Ad Equitalia si rimprovera, a dispetto del nome, scarsa equità: è diventata il simbolo di un fisco poco «umano», poco attento ai casi concreti, inflessibile in modo irragionevole verso imprese e famiglie che non pagano perché sono realmente nell’impossibilità di farlo. Evasori non per avidità ma per necessità, come  li ha recentemente  definiti (ma lo aveva già fatto nel suo libro-manifesto Il lavoro prima di tutto, del 2012)   il viceministro all’Economia, Stefano Fassina.  

Di qui, una certa attesa per il passaggio della riscossione locale  da Equitalia agli enti locali, più vicini, non solo geograficamente,  alla realtà economica e sociale del  territorio da loro amministrato. Il passaggio, per la verità, è stato  più volte posticipato;  l’ultima proroga lo ha fissato al 31 dicembre di quest’anno  (senza contare che fin dal 1997 i Comuni avevano la facoltà - peraltro da molti sfruttata - di organizzare autonomamente la riscossione, facendo quindi  a meno di Equitalia). Il problema è che spesso i sindaci non sono pronti a sostituire l’agenzia di riscossione pubblica, dalla quale  temono di vedersi restituire le cartelle con i ruoli non ancora riscossi di tributi e multe  difficilmente recuperabili.

Così, mentre alcuni enti locali già provvedono da sé, gli altri stanno pensando  alla formazione di consorzi. Ci lavorano i Comuni (ecco Anci Riscossioni), c’è la disponibilità di Poste Italiane (ecco Poste Tributi),  e c’è la disponibilità della stessa Equitalia a rimanere, in forme nuove, in campo.  

Ma quali sarebbero i vantaggi per il cittadino? I sostenitori della riforma della riscossione in senso  federale  sostengono che  una società di riscossione più legata  al territorio di riferimento saprà essere inflessibile quando necessario, ma ragionevole di fronte alle difficoltà reali. La severità contro un evasore è giusta,  quella verso chi non riesce a pagare perché travolto dalla crisi è cieca. Anche per un Comune, in fondo, ritardare l’incasso di un tributo dovuto può essere più ragionevole di costringere  un’azienda a chiudere i battenti.

E l’aggio? Una delle polemiche contro Equitalia sta proprio in quel premio dell’8 per cento (il 9 per cento per i vecchi ruoli) sugli incassi, che viene interamente addebitato al creditore, se questi non paga entro 60 giorni (altrimenti l’addebito è parziale). Attenzione, però. Una recente inchiesta del Corriere della Sera ha messo in luce come attualmente i gabellieri privati offrono  servizi a volte anche molto più costosi, con aggio del 30 per cento.

di Alessandro Giorgiutti

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