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I conti non tornano

La sinistra ci fa pagare
i suoi "buchi" culturali

Il governo ha fatto assumere a tempo indeterminato i 400 esuberi delle Fondazioni liriche dalla Ales, società al 100% del ministero della Cultura ma assente dai bilanci pubblici

Il ministro Massimo Bray

Il ministro Massimo Bray

Zitto, zitto, senza nemmeno preoccuparsi di fare quattro conti, Enrico Letta ha scaricato sui conti pubblici circa 400 esuberi. Sono quelli delle Fondazioni lirico sinfoniche, ormai in crisi di bilancio da lunghi anni. Certo non è la prima volta che tocca allo Stato pagare per i guai combinati da altri. Da quando questo governo è in carica non fa che aprire il portafoglio e firmare assegni (quasi sempre postdatati) per rimediare a quelle situazioni. Accade con la cassa integrazione in deroga, accade con gli esodati (dove a dire il vero un po’ di colpa dello Stato c’è), accade con ogni emergenza. In questo caso Letta però ha fatto un passo in più: i 400 di troppo, li ha assunti lui in gran silenzio e per sempre. A stabilirlo è un piccolo comma del decreto legge sul «rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo». Articolo 11, comma 13, in cui si consente il “transito” del 50% del personale amministrativo delle Fondazioni lirico sinfoniche alla società Ales. È l’acronimo di Arte, Lavoro e servizi, e dal 2011 è una società interamente controllata dal ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo guidato da Massimo Bray. Quelle 400 persone (il 50% del personale amministrativo delle fondazioni lirico-sinfoniche) sono quindi assunte dallo Stato, sia pure con un piccolo trucco: la Ales, pur essendo controllata al 100% da un ministero, non figura nella contabilità degli enti pubblici. Quindi quello che combina non ha riflesso sui conti dello Stato. Tanto è che il governo - facendo sobbalzare i membri della commissione Bilancio del Senato dove si sta discutendo il decreto - non ha nemmeno considerato quelle 400 assunzioni nella relazione tecnica del provvedimento, come non fossero un costo pubblico. 

Quattrocento assunzioni non faranno andare in rovina i conti dell’Italia, certo. Ma il metodo seguito la dice lunga sulla qualità della politica economica di questo governo e forse anche sulla fessa furbizia della politica italiana. Le Fondazioni lirico sinfoniche reggono infatti i loro bilanci solo su contributi pubblici. E perdono quasi sempre soldi. Ma secondo lo slogan la cultura deve essere sempre aiutata, anche quando davvero pochi sembrano interessati al beneficio. Lo Stato ha tagliato con la sua spending review un po’ di fondi. Quelli sono andati in crisi. Allora bastava aumentare i fondi e vedere se le fondazioni lirico sinfoniche riuscivano a camminare con le loro gambe. Nossignore, il taglio resta, così Angela Merkel e la Ue possono credere che a Roma ci sia un governo proprio virtuoso. Invece di dare più fondi, lo Stato assume in gran segreto il personale che loro hanno in esubero. Per fare che? Al momento nulla: la Ales ha 574 dipendenti, e dovrebbe quasi raddoppiarli. Non saprebbe come impiegarli, quindi i nuovi arrivi sarebbero solo un costo inutile. Il presidente della società di Bray, Giuseppe Proietti, ci è ormai abituato, ha fatto il callo all’invasione di esuberi altrui. Quando due anni fa il capitale è stato trasferito tutto al ministero, quella società era già stata ribattezzata «Alè», perché era chiamata a risolvere e nascondere rogne altrui. In quel momento aveva 277 dipendenti, e gliene hanno rifilati quasi altri 300. Chi? Lavoratori socialmente utili, in gran parte provenienti da Napoli e Palermo. Anche se totalmente inutili, quei lavoratori erano stati pagati per più di dieci anni dalle finanziarie del governo centrale. Poi i soldi sono finiti. E li hanno portati in carico al ministero dei Beni culturali. Lì è nata una meravigliosa idea: diamo all’esterno alcuni appalti (ad esempio la sorveglianza del sito archeologico di Pompei), e in cambio quelli si prendono in carico questi lavoratori socialmente utili che non sappiamo come utilizzare. Poi le commesse sono finite, ed è venuta la grande idea: portiamo l’Ales-Alè interamente sotto il ministero, e risolviamo l’idea di quei precari mettendoglieli in carico, tanto tutto questo non entra nella contabilità pubblica. E l’Ales-Alè li ha assunti quasi tutti a tempo indeterminato. Per fare cosa? Quello che facevano le società esterne. Solo che non sempre veniva fatto a regola d’arte. Tanto che l’Ales continua a perdere cause dai committenti, che non hanno trovato il lavoro eseguito a regola d’arte. In due anni gli amministratori hanno pensato a una cosa sola: fare lavorare il personale. Tanto che la relazione integrativa che accompagna i bilanci 2011 e 2012 è soprattutto dedicata a questi piccoli trionfi: riduzioni delle assenze per malattia, smaltimento del copioso carico di ferie arretrate, riduzione del monte-ore di permessi sindacali che venivano generosamente concessi. Appena portata alla normalità, Ales deve togliere al governo le nuove castagne dal fuoco: quei 400 dipendenti delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Non è male come soluzione per un paese che dovrebbe tagliare la spesa pubblica e ridurre gli organici della pubblica amministrazione. C’erano precari nella pa? Soluzione Letta: li assumiamo. C’erano precari nella scuola, perfino 3500 «inadatti» messi fuori da Monti? Soluzione Letta: li assumiamo. Ora i 400 delle fondazioni lirico-sinfoniche. E poi ci si sorprende se l’Italia sfonda il deficit previsto nel 2013…

di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • imahfu

    23 Settembre 2013 - 18:06

    togli l'accento da ''qua''

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  • grooltor

    23 Settembre 2013 - 15:03

    ... mentre la destra ci fa pagare quelli di Berlusconi.

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  • Garrotato

    23 Settembre 2013 - 15:03

    ...ama il suo simile. Bray e Letta non hanno mai lavorato in vita loro. Cosa volete che gliene freghi degli operai ILVA e dei cantieri TAV, o delle aziende che falliscono? Sono occupati a sistemare i nullafacenti come loro, quelli che se fanno qualcosa combinano castronerie.

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  • Il_Presidente

    23 Settembre 2013 - 14:02

    cultura quà, cultura lì... soldi spesi senza criterio. Sono generalmente a favore della cultura,ma in tempi di crisi bisogna centellinare le risorse, indirizzarle verso iniziative che producano ricchezza materiale, per quanto cinico possa sembrare. Che poi la "kultura" della sinistraglia non è altro che propaganda becera e ignorante.

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