Il caso

Il maresciallo che rischia la galera perché scoprì acqua contaminata sulla nave militare

12 Gennaio 2018

foto di archivio

foto di archivio

Rischia una condanna a 5 anni di carcere il maresciallo Emiliano Boi, assistito dall' avvocato Giorgio Carta e attualmente in servizio presso il commissariato marittimo di La Spezia, purtroppo senza un incarico ben definito da un quinquennio. La Marina Militare lo accusa di aver trasmesso un messaggio riservato, sebbene non soggetto al segreto di Stato, rivelando il contenuto degli accertamenti condotti sulla potabilità dell' acqua utilizzata a bordo della nave in cui il maresciallo infermiere prestava servizio, ossia la "Caio Duilio".

Nel 2011 il maresciallo, appena imbarcato su tale unità navale, fu colpito da una prassi anomala: l' acqua bevuta dall' equipaggio non veniva acquistata in bottiglia, ma prodotta direttamente in loco attraverso due impianti, uno di potabilizzazione e l' altro di dissalazione. «Non avevo mai visto bere l' acqua di bordo.

Andai in infermeria per capire quali analisi venissero eseguite e mi resi conto che gli esami effettuati non erano in linea con il decreto legislativo n. 31 del 2001, modificato ed integrato dal decreto legislativo n. 27 del 2002, che stabilisce i parametri minimi da analizzare», racconta Boi. Inoltre, alcuni valori microbiologici venivano rilevati, altri elusi.

Il maresciallo, allarmato, segnalò la situazione al comandante, il quale «alzò un muro». «Egli mi comunicò che mi avrebbe comminato 15 giorni di arresti di rigore, aggiungendo che ero una sorta di terrorista che gli stava creando scocciature. La presi come una minaccia, tuttavia risposi che avrei corso il rischio di andare incontro a provvedimenti disciplinari pur di tutelare la salute collettiva, facendo nient' altro che il mio dovere di uomo e di militare», continua Boi, il quale, disperato, trovandosi il comando contro, si rivolse a Luca Marco Comellini, segretario del partito dei diritti dei militari. «Fu presentata un' interrogazione parlamentare. Nel frattempo, il comandante mi convocò per capire cosa fare, decidendo alla fine di seguire il mio consiglio: fare analizzare l' acqua utilizzata a bordo.

Il risultato dell' Agenzia regionale per la protezione dell' ambiente ligure fu il giudizio di non idoneità al consumo umano per la presenza di sostanze contaminanti e cancerogene, nello specifico trialometani ed idrocarburi», narra l' infermiere. Ma questo non bastò per bloccare il consumo di acqua autoprodotta, che continuò ad essere impiegata per uso alimentare e per l' igiene personale, sebbene non venisse più bevuta. «Fui allontanato in licenza obbligatoria per uno o due giorni durante i quali fu organizzata una conferenza per rassicurare l' equipaggio. Io venni descritto come una scheggia impazzita, che faceva allarmismo inutile. I militari sono intimoriti dalle gerarchie, i colleghi avevano paura di possibili ritorsioni ed io continuai a combattere la mia battaglia da solo», prosegue Boi, che, nonostante il processo in corso ed una carriera in stallo, non si è mai pentito di avere denunciato l' esistenza di questo grave pericolo per la salute dei suoi colleghi e di tutti i militari impiegati sulle navi, alcuni dei quali hanno sviluppato dei tumori, anche un carcinoma alle ghiandole salivari, sebbene non sia stato ancora accertato che la causa possa essere stata il consumo dell' acqua non potabile e cancerogena utilizzata a bordo.

«Ho temuto di perdere il mio lavoro, di finire in galera, ma ho fatto il mio dovere morale, agendo secondo i principi della Costituzione alla quale ho giurato fedeltà. Costituisce per me un sollievo pensare che quasi sicuramente ho salvato delle vite», dichiara il maresciallo con orgoglio. Grazie al coraggio e alla tenacia di quest' uomo, oggi le analisi su tutte le navi militari vengono eseguite presso laboratori accreditati che hanno le apparecchiature adeguate.

Tuttavia, un problema persiste: «Non c' è un tecnico di laboratorio, chi mette mano ai macchinari non ha il titolo per farlo. Si tratta di una lacuna enorme del sistema che il Ministero della Difesa ha il dovere di colmare non potendo trascurare la salute dei militari, che sono cittadini come tutti gli altri», sottolinea Boi.

«Mi sento deluso e tradito dal mio Paese, un servitore dello Stato non dovrebbe temere di segnalare illeciti e non dovrebbe subire ripercussioni o essere perseguitato se lo fa. Io credo nella giustizia e mi aspetto che questa storia venga esaminata con cura dalla procura militare per capire cosa c' è dietro. Lo stallo professionale in cui mi trovo non è un fallimento mio, bensì istituzionale. Che tipo di Stato è quello in cui un cittadino è costretto a lottare per la tutela della salute, che dovrebbe essere garantita?», conclude il militare.

di Azzurra Noemi Barbuto