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Ante litteram

Quei pizzini con cui Italo Calvino
raccomandava i suoi al premio Strega

Esposte per la prima volta le note con cui lo scrittore presentava alla giuria i suoi preferiti e la lettera di Moravia che voleva «girargli» il Premio vinto

Quei pizzini con cui Italo Calvino
raccomandava i suoi al premio Strega

Mi raccomando, eh. «Cara Maria, ho il piacere di presentare La chiave a stella di Primo Levi»; «Cari amici, presento il volume di Raffaele Brignetti...». Eppoi:  «Cari amici... Mi permetto a titolo puramente personale di indicare Italo Calvino che è giovane, poco noto e ha scritto un bel libro. Si tratta del Visconte dimezzato».

I pizzini d’autore di Italo Calvino e la missiva griffata di Alberto Moravia (per la prima volta fotografati e letti integralmente nel contenuto) se ne stanno nel cono d’ombra di una vecchia teca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Esposti sì al pubblico nella piccola mostra I libri degli altri-Il lavoro editoriale di Italo Calvino, ma avvolti in un manto d’indifferenza, come La lettera rubata di E.A. Poe. Eppure, finora, in tempi liquidi di raccomandazioni ministeriali, mai erano sgusciati dal Carteggio Bellonci i foglietti autografi con cui l’autore del Sentiero dei nidi di ragno nonchè direttore di collana Einaudi «segnalava» per la vittoria alla giuria del Premio Strega i colleghi scrittori. E cioè: Dario Cecchi -nel ’55 per Tiziano-, Raffaello Brignetti -nel 67 per Il gabbiano azzurro- e Primo Levi -nel ’79, con La chiave a stella- l’unico che vince davvero il premio. Nè, peraltro, nonostante una fuggevole trascrizione del collega del Corriere della sera Paolo Conti nel ’96, mai era venuta alla luce la lettera originale che Moravia, nel ’52, invia allo Strega per rifiutare il Premio assegnato ai suoi Racconti, perorando al suo posto il romanzo d’un un ragazzotto editor di casa editrice, volenteroso ma sconosciuto. Scrive Moravia, appunto, quel 25 maggio: «Dopo riflessione ho deciso di ritirare il volume dalla competizione per il premio Strega. Penso che i premi andrebbero dati ad autori giovani o perlomeno sconosciuti. Ora io non sono più giovane e non sono sconosciuto. La mia decisione permetterà di premiare il più meritevole. Mi permetto a titolo puramente personale di indicare Italo Calvino». Il Consiglio dello Strega, allora, era possente: Corrado Alvaro, Ennio Flaiano, Maria Bellonci, Vincenzo Talarico, Ermanno Contini e Guido Alberti. E ritenne che l’uscita di Moravia -così attento alla cura del marketing- una boutade quasi irritante; e rispose che «il premio è stato istituito non per  “incoraggiare i giovani e gli sconosciuti”, il che è compito nobilissimo di altre iniziative, ma per premiare il miglior libro di narrativa stampato nell’anno».

 Moravia, dopo aver fatto il beau geste, reclinò il capo al regolamento e accettò la vittoria. Entrambe le lettere, di rifiuto e di risposta, sono esposte nella mostra romana fino al 31 gennaio. Sono quasi sepolte tra i video in cui fanno capolino Borges e Beckett, premiati da Vittorini, le suggestioni di Pavese, e i romanzi di Tarchetti, Dossi, Sterne, e tutte le riviste revisionate da Calvino stesso. Tra l’altro, esercitata tutta all’interno dello Strega, spogliata dell’ipocrisia dei perdenti,  la pratica della raccomandazione era più che accettata. Era certificata. Dall’articolo 2 del regolamento di votazione secondo il quale ogni autore poteva essere raccomandato da due «Amici della Domenica», i sodali storici del Premio. Oggi si chiamerebbe «segnalazione di merito», una forma  di lobbysmo letterario. Calvino raccomandava a raffica. Tentò di piazzare anche La ragazza di Bube di Cassola.

 Ma nessuno raccomandò lui, almeno al punto di farlo vincere. Arrivò quattro volte in finale: nel’50 con Ultimo viene il corvo, nel’52 col Visconte, nel ’60 con Il cavaliere inesistente, nel ’66 con Le cosmicomiche. In quest’ultimo caso, Calvino era favoritissimo. Per sostenerne la vittoria s’erano mossi Pietro Citati e perfino l’anima stessa del Premio, Maria Bellonci. Che, da estimatrice indomita delle Cosmicomiche, le definiva «un’acrobazia su un trapezio di idee, in uno stile pari, per levità incisiva e potere ironico e per trasfigurazione dell’umanità in poesia». Vinse Michele Prisco con La spirale di nebbia. Come l’Oscar per Kubrick o il Nobel per Mario Luzi, lo Strega per Calvino era gassoso come il ripieno dell’armatura di Agilulfo, il Cavaliere inesistente.

C’è da dire che il rapporto dello scrittore coi «libri degli altri», è vorace ma conflittuale. Dirige il Notiziario Einaudi, stringe un rapporto osmotico con Vittorini; si licenzia e si fa riassumere come direttore della collana Centopagine. Scriveva dappertutto: sui risvolti, sui retri di copertina, sulle bozze, a biro in diagonale, con un puntiglio che solo un suo omologo a destra –Leo Longanesi- possedeva.

 A chiosa di ciò, da un lato Calvino affermava con gioia «il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei»; dall’altro confessava alla Morante « non sono riuscito a costruirmi un lavoro mio abbastanza calamitante da far da contraltare all’ufficio; m’accorgo che al lavoro d’ufficio quasi mi ci abbandono, perché è più facile...». Poi prese la sua strada. «Segnalato» o meno...

di Francesco Specchia

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