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caso Kercher

Un interrogatorio poteva scagionarlo. Sollecito: "allora perché non chiederlo?"

Il presidente della Corte d’assise d’appello di Firenze Alessandro Nencini lancia l'accusa al condannato. Doveva farsi interrogare

Raffaele Sollecito

Raffaele Sollecito

 

"Dopo sei anni, non mi posso permettere di vedere un futuro. Non me ne danno la possibilità". Queste sono le parole di Raffaele Sollecito che, dopo la condanna nel processo di appello bis di qualche giorno fa, ha rilasciato un a lunga intervista a La Stampa. Un lungo sfogo in cui Sollecito risponde a tutti i dubbi e alle domande che sono sorti in questi ultimi giorni. Perché è andato in Austria? Stava cercando la fuga? "Scappare? - risponde - Non ci crederà ma io l’altra sera credevo nell’assoluzione. Se avessi voluto far perdere le mie tracce non mi sarei ridotto all’ultimo minuto, l’avrei fatto una volta uscito dal carcere. Io invece sto combattendo per la verità e lo farò con tutte le mie forze". Come Amanda nella sua intervista di qualche giorno fa al canale americano Abc, anche Raffaele dice di essere rimasto sorpreso dalla sentenza e confida nel Csm, a cui è approdato il caso, per una nuova assoluzione. 

La polemica - Il presidente della Corte d’assise d’appello di Firenze, Alessandro Nencini, ha fatto nascere una forte polemica accusando Sollecito di non essere intervenuto in aula e di aver così influito negativamente sull'esito del processo. "Mica stavo in aula per riscaldare la sedia - ha risposto Raffaele all'accusa -. Ero a disposizione, ma in tutti questi anni nessun pubblico ministero o giudice ha mai fatto un cenno, mai si sono rivolti al sottoscritto chiedendomi di rispondere, precisare, difendermi. Trovo sconcertanti le considerazioni del presidente della Corte. E poi, se davvero le mie dichiarazioni avrebbero potuto cambiare il corso del processo perché nessuno ha avvertito l’esigenza di interrogarmi?". Si sente accusato ingiustamente, come se i giudici si fossero accaniti contro di lui. Ripercorre nell'intervista tutti i dubbi e le incertezze che in questi lunghi anni sono stati raccontati dalla stampa italiana e internazionale e che ancora non hanno trovato risposte: non c'era alcuna sua taccia sulla scena del crimine, Rudy lo conosceva poco, Meredith l'aveva vista solo un paio di volte. Poi contesta le tracce trovate in bagno (un'impronta insanguinata) e quelle sul gancio del reggiseno di Meredith. E alla domanda diretta su come sia andata quella sera risponde: "Non mi riguarda. Io non c’ero. Sono estraneo e non sono io che devo trovare risposte."

 

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Commenti all'articolo

  • fonty

    fonty

    03 Febbraio 2014 - 14:02

    Ma se era in aula durante il processo, non è il presidente della corte che ha il potere anche contro il parere degli avvocati di interrogare l'imputato ? Poi questo potrà anche rifiutarsi, ma se manco gli chiedi se vuole farlo poi non puoi dire che non ha voluto farsi interrogare. Insomma mi sembra un comportamento alquanto ambiguo per un processo che ha assunto tale rilevanza, qui niente doveva essere lasciato al caso.. o all'interpretazione postuma, a meno che.. la sentenza non fosse già scritta.

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  • aldogam

    03 Febbraio 2014 - 11:11

    Se è vera la dichiarazione del presidente della corte, così come riportata, siamo all'apice della malagiustizia. Non sei venuto in aula a farti interrogare, allora ti condanniamo. Suona più o meno così.

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