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Aborto selettivo errato:

chiesto 1 milione di danni

Aborto selettivo errato:
Ammonterebbe a un milione di euro il risarcimento chiesto dalla donna che nel giugno 2007, incinta di due gemelli, per un errore nell'aborto selettivo all'ospedale San Paolo di Milano subì una interruzione di gravidanza sul feto sano invece che su quello affetto da sindrome di Down.
La richiesta è stata presentata oggi, nell'aula del processo avviato nei confronti di tre medici, dal legale della donna e del marito, l'avvocato Davide Toscani.
Anche l'avvocato di parte civile, come il pm Marco Ghezzi, ha spiegato che in questo caso doveva essere fatto un test rapido prima di procedere all'aborto selettivo.
In mattinata il pm ha chiesto la condanna a 2 mesi di reclusione per la ginecologa e per l'ecografista che intervennero.
Per il direttore sanitario è stata invece chiesta una condanna a una pena pecuniaria. Per l'accusa «non è successo nulla di fortuito - ha concluso il pm - c'erano i mezzi scientifici per agire. L'imprudenza dei medici annulla tutte le possibili concause». La sentenza è prevista per il 14 dicembre prossimo.

LA VICENDA –  All'ospedale San Paolo di Milano una donna di 40 anni, incinta di due gemelli da diciotto settimane, aveva deciso di praticare un aborto selettivo per eliminare il feto con la sindrome di Down. Ma, durante l’aborto selettivo, qualcosa è andato storto e i medici hanno eliminato il feto sano anziché quello malato.
L’ospedale si difese, parlando di una tragica fatalità, in quanto i due bimbi poco prima dell'intervento si sono probabilmente scambiati di posto all'interno della placenta, causando l'errore irreparabile.
Soltanto con le analisi del primo aborto, fu scoperto l’errore e la donna decise di abortire anche il feto rimasto nella pancia.
Dopo la denuncia nei confronti dei medici e dell’ospedale, fu aperta un’inchiesta per fare luce sull’ accaduto. Intanto in un comunicato, firmato dal direttore sanitario Danilo Gariboldi, si affermava che «è stata attivata da parte della direzione generale una indagine interna», che non avrebbe nell’immediato portato «alla identificazione di responsabilità da parte dei clinici».
Oggi, la richiesta della donna.

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