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"Meglio mafiosi che pentiti"

La protesta della moglie di un collaboratore di giustizia

"Meglio mafiosi che pentiti"
"Meglio essere mafiosi che pentiti". E' un grido di disperazione quello di Rosaria Scerra, 38 anni, moglie del collaboratore di giustizia Rosario Trubia, ex reggente di Cosa Nostra di Gela. Davanti agli uffici giudiziari di Caltanissetta, la donna, accompagnata dai quattro figli (di età compresa tra gli 11 mesi e i 21 anni), con bagagli al seguito ha spiegato ai cronisti: "Non abbiamo più una vita, una casa. Siamo sballottati da un albergo all'altro, in giro per l'Italia, senza alcun preavviso e senza rispetto per le nostre esigenze". Sotto accusa lo Stato: "Non può trattarci così, non può negarci il diritto alla casa e a una vita normale". In lacrime l'amara conclusione: "Stavamo meglio quanto mio marito faceva il mafioso".

Rosario Trubia
, detto "Nino D'Angelo" da tre anni collabora con la giustizia. Ha raccontato agli investigatori diversi fatti di sangue verificatisi a Gela durante la guerra di mafia.

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Commenti all'articolo

  • topot55

    07 Dicembre 2014 - 21:09

    il pentito è solo un uomo di merda che pur di aggevolarsi la vita in carcere mette a rischio la vita dei suoi famigliari , è si cerca una vita più agevolata in carcere meglio di quando era fuori che magari non valeva un cazzo come uomo !

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  • fonty

    fonty

    27 Marzo 2010 - 12:12

    Approvo incondizionatamente. E' troppo facile servirsi dei pentiti che forse pentiti non lo sono ma vogliono solo avere dei benefici dalla legge, che glieli concede senza alcun rispetto per le loro vittime. E poi chi mi dice che questi pseudopentiti la raccontino giusta o raccontino solo ciò che a loro fa comodo o solo mezze verità o.... Troppi dubbi mi vengono, se questi sono dei criminali come tali vanno trattati, non con i guanti di velluto.

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  • nicola.guastamacchiatin.it

    25 Marzo 2010 - 22:10

    Quì non si discute di problemi ideologici o religiosi ma,di persone che hanno partecipato in un' associazione di delinquenti ai peggiori delitti previsti dal Codice Penale. Molti di costoro,non sanno più nemmeno quante persona hanno ucciso e poi, quando si accorgono che,per ovvi motivi l'organizzazione vuole sbarazzarsene,oppure sono stati arrestati e gli anni di galera saranno moltissimi,allora si dichiarano pentiti consumando l'ultimo atto di una volgarità di vita,vendersi anima e corpo ai magistrati inquirenti. Se fossi stato un magistrato,non mi sarei mai servito di sì lurida teppaglia umanoide. Per cui, come già mi è accaduto,in gioventù,quando ero in servizio, con la teppa trattavo a grugno duro nel rispetto della legge senza bisogno dei reietti.

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