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Martelli: "Rapporti stretti tra Ros e Ciancimino"

L'ex ministro della Giustizia depone al processo Mori: "Se avessi saputo di una trattativa con la mafia avrei fatto l'inferno"

Martelli: "Rapporti stretti tra Ros e Ciancimino"
“Se avessi avuto sentore che c'era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia, avrei fatto l'inferno”. Ad affermarlo è l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, chiamato a deporre nel processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. In aula, davanti ai pm Antonio Ingroia e Antonio  Di Matteo e ai giudici della quarta sezione del Tribunale di Palermo, l’ex Guardasigilli torna sulle dichiarazioni dell’ottobre 2009, quando fu interrogato dai magistrati in seguito all’intervista rilasciata ad “Annozero”. In quell'occasione Martelli rivelò, a 17 anni dalla strage di via D’Amelio, che il giudice Borsellino sarebbe stato informato da Liliana Ferraro, collaboratrice di Giovanni Falcone, dei colloqui tra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino.

Insubordinazione - Martelli corregge il tiro, spiegando, di non aver parlato fino allo scorso anno perché “l'iniziativa del Ros finalizzata a contattare Vito Ciancimino mi parve solo un atto di insubordinazione, quindi trattai la questione riferendone alle persone competenti come l'ex capo della Dia e l'allora ministro dell'Interno. Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato. Sono convinto che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato, contattare Ciancimino senza informare l'autorità giudiziaria, fosse inaccettabile. Mi lamentai del comportamento del Ros col ministro dell'interno dell'epoca. Ora, alla luce delle date e ricordando meglio, credo si trattasse di Mancino. All'epoca non c'erano indagini sulla trattativa, non se ne parlava neppure e mi sembrò opportuno risolvere quelli che mi sembravano atti di insubordinazione del Ros nelle sedi competenti”.

La replica di Mancino
- Immediata la replica del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, che in una nota commenta ribadisce: "Ho sempre escluso e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia"

La trattativa - Tornando al processo, nel corso della deposizione l'ex Guardasigilli conferma che il giudice Paolo Borsellino, prima di essere ucciso, aveva saputo dall'allora direttore generale degli Affari penali che "c'erano stati dei contatti tra l'allora capitano del Ros De Donno e Vito Ciancimino. Verso la fine del giugno del '92 Liliana Ferraro mi informò che aveva incontrato il capitano, che le aveva detto di avere stabilito un contatto con Massimo Ciancimino e si riprometteva di lì a poco di incontrare il padre Vito allo scopo di “fermare le stragi”, usò questa espressione. Mi disse di avere riferito all'ufficiale che non doveva parlarne con il ministero e gli consigliò di rivolgersi a Paolo Borsellino come magistrato competente in materia. Io mi adirai, e dissi “Perché diavolo i Ros devono agire per conto loro?”. Avevo creato la Dia proprio per questo. Così informai per conto mio il generale Taormina che comandava la Dia”.

Vito Ciancimino
- Martelli continua a ribadire la sua contrarietà ai colloqui tra il Ros e Ciancimino, di cui sottolinea l’estrema pericolosità: “Mi sembrava da delirio dare qualunque credibilità a Vito Ciancimino per arrivare alla cattura di latitanti. Era una cosa piuttosto sorprendente. Ciancimino non era solo un sindaco colluso ma una delle menti criminali più raffinate di Cosa nostra, era un capo mafia a tutti gli effetti, anzi uno dei più pericolosi capi mafia, ma anche intelligente e introdotto nelle sfere amministrative. Era un avversario di Giovanni Falcone particolarmente pericoloso al punto di essere stato indicato dallo stesso Falcone come uno dei maggiori responsabili dell'inquinamento mafioso, e il responsabile della rottura fra Falcone e Leoluca Orlando”.

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Commenti all'articolo

  • giuliab09

    07 Aprile 2010 - 15:03

    se si parla di angioletti , non portiamo a testimoniare Di Pietro!!!Se certi comportamenti del suddetto e di quelli del suo figliolo, fossero stati tenuti , da noi comuni mortali, saremmo indagati , intercettati ,incarcerati...ecc

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  • nicola.guastamacchiatin.it

    06 Aprile 2010 - 22:10

    Non sono io a dirlo,qui potremmo chiamare o Di Pietro oppure l'ex Presidente Borrelli della Procura di Milano che inizio giuridicamente il famoso processo di mani pulite,dove il partito socialista ne uscì con le ossa rotte. Perchè costoro continuano a dichiararsi fuori da tutto quando erano al centro di ogni questione poco chiara ? fraterni saluti.

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