Cerca

Google condannato dal Tribunale di Milano

Il giudice: "Non esiste la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato"

Google condannato dal Tribunale di Milano

«Google Italia trattava i dati contenuti nel video caricati sulla piattaforma di Google Video e ne era quindi responsabile perlomeno ai fini della legge sulla privacy». Così il giudice di Milano Oscar Maggi, ha motivato la condanna a tre manager di Google accusati di aver diffuso un video nel quale un minore autistico di Torino veniva vessato dai compagni. Tra le motivazioni della sentenza, si legge: «L'informativa sulla privacy era del tutto carente o comunque talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge». Inoltre «non vi è dubbio che perlomeno parte del trattamento dei dati immessi a Torino sia avvenuto fuori dall'Italia in particolare negli Usa, luogo dove hanno indubitabilmente sede i server (cioè le macchine che trattano e immagazzinano i dati) di proprietà di Google Inc».

Il reato per cui i manager sono stati condannati a sei mesi di reclusione risiede, tra l'altro, nello sfruttamento commerciale del video: per semplificare, «non è la scritta sul muro che costituisce reato per il proprietario del muro ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo, in determinati casi e determinate circostanze».

Quasi in risposta alle critiche che erano state mosse alla condanna, Maggi aggiunge: «Non esiste nemmeno la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità».

L'appello - In una nota diffusa oggi, Google ha confermato che ricorrerà in appello contro la sentenza del tribunale di Milano: «Stiamo leggendo le 111 pagine del documento di motivazioni del giudice, tuttavia, come abbiamo detto nel momento in cui la sentenza è stata annunciata, questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet. Se questi principi non venissero rispettati, il web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e sparirebbero molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici che porta con sé. Si tratta di importanti questioni di principio ed è per questo che noi e i nostri dipendenti faremo appello contro questa decisione».

La condanna - Nel 2006 il video che mostrava un ragazzino disabile preso in giro dai compagni di scuola in un istituto di Torino ha fatto il giro d'Italia e non solo. Per questo il 24 febbraio scorso sono stati condannati per violazione della privacy, ma assolti dal reato contestato di diffamazione, David Carl Drummond, ex presidente del cda di  Google Italia, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e Peter Fleitcher, responsabile delle strategie del gruppo. In quell'occasione avevano protestato l'azienda e l'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne: "Il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore".

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • roda41

    13 Aprile 2010 - 00:12

    tutta la paranoia è scaricata in questi siti,che andrebbero ULTRA CONTROLLATI,con annullamento dei siti che non offrono che squallore umano!

    Report

    Rispondi

  • aifide

    12 Aprile 2010 - 22:10

    Chi non sopporta la responsabilità della libertà la vuola incanalata in leggi e codici che, restrigendone l'ambito con artificioso giustizialismo, ne decreterà prima o poi la fine. Molti vorrebbero un web controllabile, per poter a loro volta controllare. Per fortuna la rete è planetaria, non ha confini nè ideologie e quando finirà finirà anche la razza umana come oggi noi la conosciamo. Nel frattempo google chiuda tutto ciò che ha in questo paese dominato dalla magistratura e traslochi in quegli stati dove la parola libertà ha ancora un senso di sacra inviolabilità.

    Report

    Rispondi

  • serdor

    12 Aprile 2010 - 16:04

    Non esiste nemmeno la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità». Questo il sunto di ciò che ha detto il giudice, sacrosanto dico io, penso sia ora di finirla di dire che non c'è libertà, la libertà c'è, semmai è google che deve attrezzarsi, perchè è responsabile di ciò che pubblica.

    Report

    Rispondi

blog