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In cella da innocente 15 anni

Risarcimento da 4,5 milioni

In cella da innocente 15 anni
Lo Stato paga il conto degli errori giudiziari. Un’ordinanza della Corte d’Appello di Lecce ha ratificato un risarcimento di 4 milioni e mezzo di danni a Domenico Morrone: 300mila euro per ogni anno d’ingiusta detenzione. Morrone, pescatore tarantino, è stato arrestato a 27 anni e a 42 riconosciuto innocente. In mezzo, sette gradi di giudizio, il processo di revisione, ma soprattutto 15 anni, 2 mesi e 23 giorni trascorsi in una cella di pochi metri quadri: accusato di omicidio, ma colpevole "solo di essere residente in un quartiere degradato»", come scrive il suo legale, Claudio De Filippi, nel libro “Toghe che sbagliano” (Ed. Aliberti), dove ha raccolto storie di innocenti reclusi, da Enzo Tortora a Daniele Barillà. Fino a Morrone.

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Commenti all'articolo

  • babatulino

    28 Novembre 2008 - 12:12

    Secondo me ,sei fatto come un porco... Guarda, ero indeciso prima di leggere bene il post, ora è sicuro, sei fatto come una jena.Niente saluti!

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  • mugello

    26 Novembre 2008 - 17:05

    E perchè invece di far pagare allo Stato (visto che siamo noi) i danni dei macroscopici errori della nostra magistratura (accozzaglia di buffoni al 90%) non li fanno pagare al giudice che ha sbagliato? Ma chi sono questi "signori" che si permettono di tutto e di più? E poi guai a dire qualcosa sul loro conto: piagnucolano come delle servette! Quettro milioni e mezzo di euro di danni? Bene sequestrate tutto a quel psuedo-magistrato e buttatelo sul lastrico, così gli passa la voglia! E poi mandano dopo una settimana ai domiciliari (nel suo campo rom, sic!) lo zingaro che ha falciato tutte quelle persone, che SCHIFO!!!!!!!!!

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  • ElsinorMaster

    26 Novembre 2008 - 15:03

    Ma una pirotecnica pernacchia, defilippiana, sibaritica, prolungata a strascico di cometa, nessuno gliela fa al PM di Torino che accusa di "omicidio volontario" il dirigente della Tissen? Ma fino a questo punto arriva il giacobinismo giustizialista di certa settaria magistratura? Vi dico francamente che la sacrosanta solidarietà che si deve alle vittime di quella tragedia in me a questo punto comincia a vacillare. Ma stiamo scherzando? No! Purtroppo temo di no. La sfacciata impudenza di questa abnormità si può spiegare solo con la sicumera di avere le "spalle ben protette". E da chi? Ma dalla cricca delle cricche: MD. Il manager era dunque lì! Appicò lui stesso le fiamme! Ma non ci dovrebbe essere un movente? E non ci dovrebbe essere un'animosità personale nei riguardi delle vittime? D'altra parte la mentalità comunista suppone che infallibilmente l'imprenditore covi una "consustanziale", atavica insopprimibile animosità per il suo dipendente. E' una delle mille facce della loro ottusità ideologica. Quindi per il dirigente della Tissen quegli uomini "dovevano morire"! Quindi egli tese loro evidentemente un agguato? E c'è pure chi, con belle iperboli da azzeccagarbugli, valuta compiaciuto le motivazioni di questa richiesta e voluttuosamente si compiace per l'"audace" forzatura che essa introduce ai più elementari fondamenti del Diritto. Non c'è che dire, la prolifica covata di tenie che con occhiuta lungimiranza il PC dei suoi bei tempi, seppe sapientemente e strategicamente deporre nei gangli delle istituzioni, curàndone e sostenèndone poi amorevolmente la crescita ha indubbiamente dato i suoi frutti. La cosa andava, grosso modo così. "Io voglio combatteve al fianco dei compagni opevai che languono nelle fabbviche, compagno segvetavio!" dichiarava con slancio fremente il giovane pariolìno nella sventata trasandatezza del suo dolce vita di cashemir, i pantaloni di vigogna spiegazzati e le Saxon impolverate. O erano Klarc?. Il segretario della sezione del PC, toccato da tanto ardore scuoteva tuttavia la sua volpina e strategica cervìce con jeratica commiserazione. "Mio giovane compagno!" gli replicava pazientemente. "Il Partito, in nome della rivoluzione e dell'affermazione della classe operaia, pretende a volte da noi duri sacrifici. Tu ti iscriverai alla facoltà di giurispudenza. Faremo di te un magistrato!". Il giovane è scosso da un fremito, l'acerbo pomo d'adamo gli sballonzola su e giù. "Ma? Ma, come?" balbetta. "E' assuvvdo! Volete fave di me un bovvghese?". "E' dura lo so!" sospira il funzionario, "Ma, tuttavia... sarebbe puro egoismo assecondare i nostri, pur nobili impulsi, quando..." e qui si sfila i gramsciani, jettatorii, occhialini, serra le sue mascelle da ex combattente, punta negli occhi del giovane una fiammeggiante faustiana occhiata, picchia il partigiano pugno sullo scrittoio e conclude tonante, "Quando possiamo combattere i nemici del popolo dall'interno delle loro stesse istituzioni. Capisci?". Il giovane è spiazzato. Le rotelline del suo ginnasiale cervelletto, tuttavia, cominciano volenterosamente a lavorare. Infine il volto gli si illumina. Sgrana gli occhi. Si torce e si frega le mani. "Ma sì, sì, cervto... Ova capisco compagno! Ma cervto! Sì, sì!" ripete in un crescendo di entusiasmo. Ma d'improvviso, si accascia sconsolato. "Pevò?...". "Però cosa?" chiede accigliatissimo il funzionario. "Beh! Compagno segvetavio. So che non è tanto facile. Mio cugino, Diego Mavia, sono anni che continua a dave il concovso in magistvatuva e non lo passa mai." "Ma chi? Diego Marìa Odoscalchi Zamparuffi? Quel cane di un borghese decadente." e qui con un smorfia di nausea e di disprezzo. "Figurati. Pfuh! Un cane sciolto! Un anarchico!". "Beh, vevamente lui si dichiava libevale." obietta mormorando il ragazzo. "E non è lo stesso decadente marciume borghese? Ma tu sei un compagno, sei un nostro militante. Gli esami? E che problema vuoi che sia?" e qui ammicca dando allusivamente due leggeri colpetti sul telefono. "Il partito, compagno, ti sosterrà passo dopo passo nella tua missione!". A ciò il giovane, vinta ogni residua insicurezza, come offrendo il petto ad una cavalleresca investitura, "Se è questo che il pavtito vuole da me...". "Sì! E il Partito, a tempo opportuno, si aspetta dai compagni piazzati nella magistratura, sentenze implacabili ed esemplari per i carnefici del popolo." Aspetta che l'ultima eco delle sua solenni parole si dissolva, guarda l'orologio, e si squote esclamando, "Accidenti! Devo andare o rischio di arrivare in ritardo, devo essere al Caffè Greco per le 16". "Allora compagno, ti ci povto io. Ho pveso il pagodino di papà." Non posso dubitare della veridicità di quest'episodio, giacché me lo raccontò, in uno memorabile sfogo, lo stesso giovane protagonista. Di lì a poco il turbamento che gliene derivò lo indusse a lasciare il partito. Tra noi nacque una grande amicizia. Per grazia divina ci disintossicammo insieme al cugino "Diego Mavia" da ogni ideologia. leggevamo Tolkien e Ouspenkji, ci intrigammo della storia degli USA e di esoterismo. Potemmo così attraversare miracolosamente immuni i tetri anni della "contestazione" e del "piombo", con le loro lugubri ritualità, (a me, se mi si chiedesse se ho fatto il 68 risponderei che non gioco a Lotto). Cani sciolti entrambi, Liberali, scambiati ora per anarchici, ora per "fascisti". Ho, naturalmente, "mimetizzato" luogo e nomi, ma non la sostanza. Finanche la "erre" arrotata e il "pagodino" sono autentici.

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  • francosicilia

    26 Novembre 2008 - 12:12

    ....poveri noi, esperienza personale, 4 anni di ricorsi al Tar per una sanatoria amministrativa relativa ad un piccolo fabbricato industriale (finestre diverse e porta spostata).

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