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"Lega costola della sinistra? Mai detto". Le balle di D'Alema

Massimo preso in castagna: dal Kosovo alla giustizia, ecco tutte le balle del presidente Copasir / BORGONOVO

"Lega costola della sinistra? Mai detto". Le balle di D'Alema
È anche una questione di rispetto per la storia: come potrebbe Massimo D’Alema contraddire Enrico Berlinguer? Fu il segretario del Pci a rivelare all’allora giovane Baffino la prima legge del comunismo: «I dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario». È però riduttivo dire che D’Alema racconta balle: lui oscilla, sguscia tra il vero e il falso con movenze da biscia, corregge, smentisce rivolta. Alla fine, di solito, trova  qualcuno disposto a battergli le mani e a complimentarsi per la sua intelligenza. Quando però s’imbatte in certi giornalisti puntigliosi, allora la mistificazione viene a galla.  Negli ultimi due giorni, Massimo è incappato in due animali difficili da gestire,  una Jena (Riccardo Barenghi) e un Elefantino (Giuliano Ferrara) che gli hanno fatto rimediare la figura del tordo.
Martedì è uscita sulle agenzie la seguente dichiarazione di D’Alema: «Mai detto che la Lega è una costola della sinistra, questa è una leggenda popolare». Sulla Stampa di ieri Barenghi gli ha fatto notare che in un’intervista al manifesto  «31 ottobre 1995, pagina 3», aveva dichiarato: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, è una nostra costola». La balla dalemiana è smascherata. Ma non sia mai che ci accontentiamo del manifesto, può darsi che in quell’occasione i compagni abbiano preso un abbaglio. Invece no, quell’intervista viene ripresa anche da Repubblica del primo novembre 1995: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. (...) È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico». Dalla leggenda popolare alla fregnaccia leggendaria.  
Non contento, il baffuto pinocchietto se l’è presa con Ferrara, reo di aver ripreso durante la puntata di martedì di Qui Radio Londra una sua dichiarazione sul caos a Lampedusa: «L’Italia per avere un buono sviluppo economico, necessita di almeno altri 30 milioni di immigrati». D’Alema si è affrettato a indignarsi e a smentire: non l’ho mai detto. Un corno. Ferrara, il giorno successivo, ha mostrato un documento tratto dal sito ufficiale del Partito democratico in cui quelle parole compaiono una dopo l’altra. Se Baffino non le ha mai pronunciate, vuol dire che tra i suoi c’è qualcuno che, compilando i comunicati stampa,  riscrive la storia (e non sarebbe la prima volta). Mentire, mentire, mentire: la regola aurea del comunismo D’Alema l’ha rispettata sempre, nel corso degli anni. Mutava le opinioni, ma non la propensione alla sparata. Memorabile quella, pronunciata da presidente del Consiglio, sulla guerra a Milosevic. I nostri aerei erano in volo verso Belgrado, ma Baffino assicurava che l’aviazione italica non avrebbe partecipato ad azioni belliche. Il boato della balla quasi silenziò quello delle bombe.
In politica estera, d’altronde,  Massimino ama spararle grosse. Quando era ministro degli Esteri nel governo Prodi, gongolava dandosi arie da bellimbusto di rilievo internazionale. Millantava un rapporto di grande confidenza con Condoleeza Rice (rivelò a Gianni Riotta che la salutava dicendole «bye bye Condi») e un legame di ferro con gli Stati Uniti. Quando fu costretto a scendere a patti con i talebani  per consentire la liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo (terroristi prigionieri rilasciati in cambio dell’ostaggio), dichiarò che c’era una perfetta intesa con Washington sulle trattative con i guerriglieri musulmani. Rapida come un «fulmine a ciel sereno» (così commentò D’Alema), arrivò la smentita. Il Dipartimento di Stato statunitense e poi la stessa Rice dissero che non sapevano nulla dei commerci con i talebani. Anzi, si erano piuttosto arrabbiati e  invitarono l’allora inquilino della Farnesina a non ripetere mai più mosse del genere.
Il vero problema di Baffino è che solo quando mente riesce a dire la verità. A volte se ne esce con affermazioni di grande buon senso, evita  i sofismi del politichese e partorisce qualche idea interessante. Poi si rende conto di quanto ha proferito e si affretta a rinnegare tutto. Sul tema della giustizia lo ha fatto più volte.
L’ex esponente dei Ds Giovanni Pellegrino, nel  libro  La guerra civile realizzato con il giornalista Giovanni Fasanella (un vero esperto di questioni dalemiane) spiegò che un giorno, agli inizi di Tangentopoli, D’Alema gli confidò di tifare per i magistrati. Voleva la rivoluzione delle toghe, e chi se ne importa se c’era un prezzo salato da pagare. Poi, però, cambiò idea e si tramutò in un iper-garantista. Tanto che nel 1995 si lasciava sfuggire dichiarazioni come: «La sinistra italiana deve liberarsi di una cultura minoritaria di tipo giacobino».  
Di recente, in  un documento pubblicato dal sito  Wikileaks, Ronald Spogli (nel 2008 ambasciatore Usa in Italia) gli attribuisce la seguente affermazione: «La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano». A prescindere dai toni eccessivi, forse qualche dubbio sui pm poteva anche risultare  bene accetto da parte dell’esponente Pd e magari invogliarlo a sostenere la riforma della giustizia. Macché, per una volta che l’aveva pensata giusta, D’Alema ha smentito di nuovo: mai riferito simili oscenità. Oddio, nella testa di Baffino non si può entrare, ma Peter Gomez del Fatto quotidiano ha pubblicato alcune intercettazioni, uscite su Corriere e Repubblica, in cui nello stesso periodo Massimino affermava: «La magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire...». A questo punto, credere che D’Alema non abbia mai proferito parole dure sui giudici è un po’ difficile.  Sempre Fasanella racconta nella biografia D’Alema il brutto tiro che Baffino giocò nel 1988 al povero Alessandro Natta, allora segretario del Pci. Alla festa di compleanno per i 70 anni del leader comunista,  gli aveva assicurato che sarebbe rimasto alla testa del partito: «Tu fai il presidente, Occhetto il segretario», disse. Pochi mesi dopo, Natta ebbe un infarto da stress. Massimo fu il primo, dai microfoni di una radio, a chiedere le sue dimissioni. Lo aveva appena confortato: no, dai, resti tu al timone. Poi lo ha infilzato con una Balla Spaziale alla Goldrake.
Attenti però che il catalogo non è finito, resta il capitolo Berlusconi, sul quale Baffino ha detto tutto e il suo contrario. La bugia più clamorosa riguarda le tivù. Nel 1994 promise: «Se perde le elezioni, Berlusconi dovrà rifugiarsi all’estero, in rovina». Mamma mia, che cattiveria. Ma nel 1996 andò in visita alle reti del Cavaliere e sparò: «Noi non vogliamo fare la guerra alle aziende. Fininvest è un patrimonio per il Paese». Stava dicendo contemporaneamente la verità e una menzogna. Un capolavoro: il concetto era sacrosanto, ma Massimo - dentro di sé - non lo condivideva. Come quando svellò, nel ’96: «Umanamente Berlusconi mi è proprio simpatico». Nel 2001 si rimangiò tutto: il Cav era diventato estraneo alle «regole della civiltà politica».   
Alla fine dei conti, il problema di D’Alema non è che non sia intelligente: lo è, sì, ma a sua insaputa. E quando gli scappa qualche parola carina, partorisce al volo una balla per smentirsi.

di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • CICCI1938

    02 Aprile 2011 - 11:11

    Ma perchè continuate a riportare interviste a baffino visto che ormai non è più nessunu politicamente,tanto che anche il suo presidente di partito,la morigerata Rosy,lo manda più o meno come ha fatto La Russa con il monegasco. Ripeto la colpa è anche la vostra che gli date spago. Ormai non conta più nulla e di lui si ricordano solo due cose;le molotov che lanciava nel 1968 ed i bombardamenti in Serbia senza che il parlamento lo sapesse. Veramente due cose di cui andare fiero.

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  • fonty

    fonty

    02 Aprile 2011 - 11:11

    Adesso comincio a capire da dove viene quella furbizia tutta levantina del nostro; per forza, se è di origine araba si porta nel DNA tutti i pregi (pochi) e i difetti (tutti) di questa etnìa, che è anche quello di fare accordi e poi non rispettarli, di raccontare bugie, di contrattare fino allo sfinimento su quisquilie, ecc. Avendo vissuto per qualche tempo da loro penso di conoscerli bene.

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  • lucia elena

    01 Aprile 2011 - 17:05

    non ti voltare.Incenerisci i furbi,presuntuosi e quantaltri stanno gabbando gli ingenui.Lucia Elena

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  • tigrin della sassetta

    01 Aprile 2011 - 12:12

    non si fa sfuggir l’occasione di tentar l’imbroglio delle tre carte: Berlusca e il Senatùr erano forse compagni di partito e correligionari come Paietta e l’Astutissimo o solo alleati politici in rottura? E poi dove starebbe la coerenza fra i due fatti oltre che nel tuo chiacchiericcio?

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