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Aboliamo i genitori/4: "Poveri padri, i pargoli creano problemi"

Borgonovo a Farrell, Pansa e de' Manzoni: "Crescere i figli è duro. Ma rinunciarci è un torto. Soprattutto a loro"

Aboliamo i genitori/4: "Poveri padri, i pargoli creano problemi"
Prosegue sulle pagine di Libero il dibattito: "Aboliamo i genitori?". La provocazione era stata lanciata da Giampaolo Pansa ("I genitori del Duemila generano bulli") ed era stata raccolta dal vicedirettore di Libero, Massimo de'Mazioni, che aveva rilanciato: "Aboliamoli pure, i genitori, ma stessa sorte per giudici e professori". Qui Francesco Borgonovo - che spiega: "Quelle dei padri sono false colpe: è nel dna dei figli creare problemi" - risponde a Nicholas Farrell, che controcorrente sostiene: "Manca il coraggio di mettere su famiglia. I bimbi? Cominciate a farli...".

Non ho figli, almeno non ancora. Diciamo che mi trovo nell’età in cui all’argomento si comincia a pensare, e seriamente. Leggendo quel che hanno scritto nei giorni scorsi Giampaolo Pansa e Massimo de’ Manzoni, però, quasi mi passa la voglia di scaricare su questa terra un altro poveraccio dal destino incerto. E se poi mio figlio finisse a frequentare i rave party, a farsi le canne fuori dalla scuola o, quasi peggio, circolasse con il cavallo dei pantaloni ad altezza selciato e le mutande ascellari in bella mostra? La riflessione di De’ Manzoni fa riflettere: per quanti sforzi compia una famiglia per inculcare (che bella parola, oggi tanto vituperata) ai ragazzi uno straccio di valore, di educazione, di rispetto per il prossimo, il mondo in cui si vanno a cacciare i pargoli è privo di appigli certi.

La scuola funziona male, trovare insegnanti capaci e motivati è facile come vincere alla lotteria. Il sessantottismo ha fatto a pezzi l’autorità dei docenti e risulta più facile ed emozionante, per un bambino, ispirarsi a Homer Simpson piuttosto che al suo professore d’italiano il quale si sforza inutilmente di fargli apprendere la grammatica, per altro resa inutile dal proliferare della tecnologia e dalla neolingua degli sms e delle email. Anche le famiglie funzionano male: genitori troppo impegnati sul lavoro, indisponibili al sacrificio necessario di rinunciare a qualche uscita serale con gli amici pur di accudire i piccolini. Viene da dire: siamo allo sfascio, lasciamo perdere la riproduzione e dedichiamoci tutt’al più  ad altre attività piacevoli che la precedono. Del resto tutto quel che abbiamo intorno ci suggerisce proprio questa soluzione.

E, mi pare, gli articoli di Pansa e De’ Manzoni confermano la sensazione di impotenza. Però poi mi viene da pensare ai miei genitori. Non avranno avuto anche loro le medesime preoccupazioni? Il mondo che la mia generazione si preparava ad affrontare era davvero migliore di questo? Non credo. Magari non esistevano i rave party, però gli adolescenti si infilavano aghi nelle braccia e morivano di overdose lungo la strada o finivano martoriati dall’aids. Oppure incontravano il professore sbagliato, leggevano i libri sbagliati e s’intruppavano in qualche gruppuscolo di militanti, dilettandosi a sprangare qualche ragazzetto di opposte tendenze politiche. E i nostri nonni? Si trovavano davanti un’Italia martoriata dalla guerra, in pezzi. Lo spettro della povertà, il pensiero di figli costretti ad emigrare in Germania per rimediare qualche quattrino e un piatto di pasta. Ogni epoca ha i suoi tormenti e quelli attuali non sono peggiori di quelli che li hanno preceduti. Poi c’è l’atavica impotenza dei genitori. Chi glielo faceva fare, ai miei, di fabbricare un soggetto che avrebbe potuto, un giorno, trascurarli e non presentarsi a casa nemmeno nelle feste comandate? Per quanto impegno, per quanta fatica e notti insonni potessero consumare, il loro bambino avrebbe percorso la sua strada, regolata per lo più dal caso e dalla sua personalità, indipendente dalla loro. Un tempo, è vero, i figli si producevano perché si doveva, senza porsi troppe domande. Ora quelle domande ce le poniamo fin troppo, col risultato che si procrea a quarant’anni e si producono discendenti viziati e iperprotetti.

Mi chiedo che cosa farei se avessi un figlio che si comportasse come mi sono comportato io. Invito i lettori a porsi la medesima questione. Credo che sarebbero in pochi a rispondersi: non soffrirei nemmeno un po’. Dunque offro una soluzione, del tutto personale, al problema. I figli bisogna farli, consci che non saranno come ce li aspettiamo, anzi, che probabilmente saranno il contrario di quel che vorremmo. Bisogna farli per amore verso i nostri genitori, i quali hanno ricavato una marea di tormenti dal nostro stare al mondo, ma ci hanno permesso di vivere qui. Con tutti gli errori che si possono commettere, con tutte le stupidaggini che si possono evitare, eppur viviamo. E molti vivono bene: i casi di cronaca sono soltanto il limite estremo, il paradosso, la fisiologica percentuale di follia che caratterizza ogni esistenza. Non sono quello che mio padre e mia madre si aspettavano, ma li ringrazio per avermi concesso la possiblità di esserci e giocarmela. A me, dopotutto, anche se è sporco e cattivo, questo mondo piace. E a voi?

di Francesco Borgonovo

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