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Aboliamo i genitori/6: "Dopo il '68 cattivi genitori e figli migliori"

Il ministro delle Politiche Giovanili Giorgia Meloni intervistato da Caterina Maniaci: "La nostra generazione si è riscattata"

Aboliamo i genitori/6: "Dopo il '68 cattivi genitori e figli migliori"
Prosegue sulle pagine di Libero il dibattito: "Aboliamo i genitori?". La provocazione era stata lanciata da Giampaolo Pansa ("I genitori del Duemila generano bulli") ed era stata raccolta dal vicedirettore di Libero, Massimo de'Mazioni, che aveva rilanciato: "Aboliamoli pure, i genitori, ma stessa sorte per giudici e professori". Poi Francesco Borgonovo aveva spiegatp: "Quelle dei padri sono false colpe: è nel dna dei figli creare problemi" - rispondendo a  Nicholas Farrell, che controcorrente sostiene: "Manca il coraggio di mettere su famiglia. I bimbi? Cominciate a farli...". Dopo l'intervento di Paola Mastrocola, che aveva sottolineato come la crisi dell'Occidente impedisse di crescere serenamente i figli, il Ministro per le Politiche Giovanili Giorrgia Meloni risponde alle domande di Caterina Maniaci.

Giovani bamboccioni? Sì, molti. Ma non tutti. Giovani cresciuti «senza una vera prospettiva futura», educati secondo i disastrosi «canoni del Sessantotto, che ha prodotto catastrofi, come la mistificazione del concetto di uguaglianza, gettando al vento quello del merito. Che oggi, però noi abbiamo recuperato e reso un obiettivo del governo». Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, ha certo tutti i titoli per intervenire nel dibattito-confronto aperto dall’articolo provocatorio di Giampaolo Pansa.

Genitori imbelli, ragazzi senza educazione e arroganti: chi si dovrebbe abolire?

«Giampaolo Pansa è un mito del giornalismo e dice cose sicuramente vere. Ci sono ragazzi e giovani maleducati, arroganti, sfaticati, ma esiste poi un’Italia che non si racconta, che trapela ben poco dalle cronache dei media: quella, cioè, dei giovani che studiano, che hanno due lauree e una sfilza di master, ma che non hanno paura di fare i camerieri. Appartengono ad una generazione che non ha prospettive, e, proprio come scrive Pansa su Libero, hanno avuto genitori cresciuti all’ombra del ‘68, con tutto quel che ne consegue...»

E la scuola, che colpe ha?
«La scuola ha abdicato alla propria funzione educativa, per diventare, nella maggior parte dei casi, una sorta di ammortizzatore sociale. Nonostante tutto, però, abbiamo dinanzi una generazione più forte, più culturalmente attrezzata e anche motivata».

È il caso, allora, di essere ottimisti?
«La situazione è oggettivamente difficile, ma possiamo permetterci il lusso di essere ottimisti. Intanto, questo governo sa interpretare le esigenze giovanili, senza le demagogie della sinistra. Lo dimostra il decreto di sviluppo, varato ieri dal Consiglio dei ministri, che è particolarmente attento ai giovani. Anzi, ne è praticamente il motore».

Parla del credito di imposta...
«Decisamente. È importante ed è previsto per quelle aziende che, al Sud, assumeranno a tempo indeterminato lavoratori svantaggiati e cioè disoccupati da tempo. La disoccupazione giovanile al Meridione è una vera piaga. Perciò la possibilità d’impiegare una parte dei fondi Ue per incentivare le assunzioni è una risposta concreta. Per questo ci siamo battuti e ci batteremo insieme ai ministri Tremonti e Fitto per superare le difficoltà burocratiche esistenti».

Si grida spesso allo scandalo per la fuga dei cervelli dall’Italia. Cervelli giovani, in gran parte. C’è una risposta anche per questo?

«Mi sembra un bel segnale la decisione di sperimentare un credito d’imposta dedicato alle imprese che finanziano la ricerca universitaria e pubblica. In questo modo si potrà  dare maggior ossigeno ai ricercatori italiani e riconoscere il ruolo di moderni Mecenate ai privati che decidono di investire una parte delle loro risorse per far progredire la nostra nazione. Anche il previsto Fondo per il Merito è una risposta alla devastante cultura del ’68, che ha mistificato il concetto di “uguaglianza”, spazzando via quello del merito. Un obiettivo che è stato sempre perseguito, a cominciare dalla riforma della scuola e dell’università».

Insomma, bisogna legare la scuola con il lavoro...
 «Questa la strada. Infatti un altro provvedimento approvato dal governo è quello che riguarda il contratto di apprendistato, che renderà più semplice ed efficace entrare nel mondo del lavoro per i giovani tra i 18 e i 29 anni. Sarà il contratto del futuro, che legherà la scuola al lavoro: un modo per superare la pratica dello stage perenne che, in pratica, si traduce in uno sfruttamento dei ragazzi che invece lo inseguono come un miraggio».

di Caterina Maniaci

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Commenti all'articolo

  • cybertiger

    07 Maggio 2011 - 12:12

    Lo sanno bene tutti quelli come me, che sulla propria pelle hanno sperimentato la correttezza dei risultati di un'indagine in merito, condotta a suo tempo (circa 10 anni fa) dall'Eurispes, da cui emergeva che un cittadino italiano attivamente in cerca di occupazione, che abbia superato il 30° anno di età, impiega mediamente (sul territorio nazionale) 6 anni (sei anni!) per trovare lavoro. Mentre ci sono paesi europei nei quali non si indica nel curriculum né l'età, né la data di nascita, perché questi dati non vengono nemmeno richiesti, se non tecnicamente attinenti all'attività lavorativa in oggetto. In Gran Bretagna l'unica offerta di lavoro in cui li ho visti specificare, i limiti di età richiesti erano compresi tra i 18 ed i 60. E non era un mero formalismo: con i requisiti a posto si viene assunti anche a 60 anni. Davvero. Come mai?

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  • AUG82

    06 Maggio 2011 - 21:09

    Ministro combatta per noi giovani il preponderante parassitario clientelismo che annienta lo sviluppo dell' Italia, basta aiuti a pioggia alle imprese, che assumono solo in base al requisito degli sgravi contributivi e fiscali e non investono su criteri motivazionali ed intellettuali il valore dei giovani potenziali lavoratori. Sul fronte della szelezione della nuova classe dirigente prevalga l' entusiasmo e la passione, e la voglia di trasmettere gli ideali e i valori e non la gretta logica clientelare dei notabili locali,che entrano in poltica solamente per fredde e deplorevoli ragioni utilitaristiche.

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  • cybertiger

    06 Maggio 2011 - 21:09

    Questi argomenti andrebbero trattati non con l'inciucio tra partiti e sindacati (e mi scusino tanto), ma con il coinvolgimento di chi ha competenza effettiva ed esperienza diretta in merito. Qui per lavorare occorrono libretti, timbri, permessi, decine di firme e decine di giorni, prima di approdare all'agognata "assunzione". Manco fosse l'Assunzione in Cielo. In altri paesi è sufficiente un colloquio e se il risultato è positivo si può essere assunti anche immediatamente; poi basta riempire un semplice modulo e il gioco è fatto; e tutto perfettamente in regola. Come mai? Qui si dice che il problema più grave è la disoccupazione giovanile e la difficoltà dei giovani ad ottenere il primo ingresso nel mondo del lavoro; ok. Eppure l'offerta di lavoro è tutta concentrata solo sulle più giovani fasce d'età (18-24); oltre si viene esclusi.

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  • AUG82

    06 Maggio 2011 - 21:09

    Ministro Meloni faccia qualcosa di concreto e tangibili in termini di politiche occupazionali per i giovani, l' apprendistato è strumentalizzato dagli imprenditori per assumere sì ma solo con sgravi fiscali e contributivi, oggigiorno molto pochi all' ingresso nel mondo di lavoro si occupano dei giovani, si viene tacciati di essere contenitori teorici vuoti privi di affidabilità pratica; è naturale nessuno vuole farti fare esperienza pratica per paura di pagarti oppure ti usano spudoratamente per coprire buchi temporanei di personale senza darti neanche uno straccio di rimborso spese. In generale si manifesta un grado di accesso occupazionale agevolato solo per chi da difendere il proprio status socio-economico, i figli, amici, nipoti, clienti di agiscono indisturbati, essi sono indubbiamente la spina dorsale del sistema, sono i più scaltri, intelligenti, colti, eruditi, disinteressati, generosi, e chi ne ha più ne metta; costoro manifestano solo qualità, cara Meloni denunci il

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