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Pronto soccorso? Va a rilento. Infarto: attesa di 451 minuti

Tutte le ambulanze al rallentatore. In media si aspettano 200 minuti. Record negativo ad Abruzzo. Crisi in Saredegna / Bonface

Pronto soccorso? Va a rilento. Infarto: attesa di 451 minuti
Se ti capita un infarto o un ictus è meglio non trovarsi in Abruzzo. Il terremoto c’entra assai poco. Il problema sono i pronti soccorso degli ospedali. Per gli Eas regionali (dipartimenti di emergenza ad alta specialità) il tempo medio di attesa per tutti i codici è 241 minuti. Un’eternità. Ma se ti va male, è propri negli Eas abruzzesi che si può sperimentare l’inferno: 451 minuti di attesa. Non è il record più alto di Italia. Perché quello ce l’ha la Sicilia, limitatamente alle emergenze cuore nei Dea (dipartimenti di emergenza e accettazione) degli ospedali regionali: 595 minuti.

A rivelarlo non è un’indagine statistica da prendere con le molle, ma sono stati gli stessi ospedali italiani rispondendo a un lungo e interessante questionario che aveva loro inviato la commissione sanità del Senato presieduta da Antonio Tomassini (Pdl). Una raffica di domande poi elaborate dalla stessa commissione nel rapporto finale della indagine conoscitiva sul trasporto degli infermi e sulle reti di emergenza ed urgenza, che verrà presentato ufficialmente il prossimo 28 giugno e che Libero è in grado di anticipare.

Il quadro è drammatico, tanto da fare immaginare che in buona parte d’Italia in caso di emergenza sanitaria è più sicuro farsi il segno della croce che rivolgersi ad altri tipi di croce, rossa o verde, per essere trasportati nei pronti soccorso. La stessa presenza di strutture di emergenza e ricovero è un ostacolo e indica la totale assenza di logica e programmazione. “Appaiono immediatamente evidenti alcune lacune di sistema”, scrive il rapporto finale della commissione, “a cominciare dai dati sui bacini di utenza dei Dea, che vanno da un minimo di un Dea ogni 14 mila abitanti per Toscana ed Abruzzo fino ad uno ogni 1,2 milioni di abitanti nel Lazio e uno ogni 1,3 milioni di abitanti della Lombardia, con una forbice evidentemente inaccettabile. Anomala è anche la distribuzione dei Dea sul territorio nazionale, con un eccesso di strutture specializzate in alcune regioni, come Emilia Romagna, Campania e Puglia”.

La distribuzione territoriale dell’emergenza è priva di logica. Così come i dati forniti nel questionario dalle stesse strutture ospedaliere indicano come il primo criterio della loro stessa esistenza sia la più assoluta casualità. Magari c’è stato il politico, o il sindacalista che ha spinto per avere quell’ospedale nella zona in cui non era necessario, magari è stata incapacità tecnica di programmazione. Nel questionario si chiedeva se “la programmazione sanitaria, in merito alla distribuzione delle specialità e delle superspecialità sul territorio, sia stata realizzata tenendo conto di dati territoriali, demografici ed epidemiologici”. La risposta secondo il rapporto della commissione è stata senza dubbio sincera, ma “drammatica: su base nazionale solo il 47 per cento dei Dea è stato realizzato tendendo conto di tali dati. Alcune regioni, come Calabria e Campania, rispondono negativamente nel 100 per cento dei casi. Questo significa che molto frequentemente la programmazione sanitaria non viene effettuata in base ai reali bisogni, bensì in funzione di altri fattori che si possono purtroppo agevolmente immaginare”.

E a rimetterci c’è naturalmente il cittadino. Perché ci sono parti di Italia con una concentrazione inutile di strutture di emergenza, perché nessuno vi si rivolge. E altre dove non c’è posto per chi ha davvero bisogno. Così con infarti e ictus - per non parlare di traumi - dal momento in cui viene lanciato l’allarme inizia spesso una lunga peregrinazione di ospedale in ospedale prima di ricevere le cure necessarie.

E si rischia la vita. Scrive la commissione: “l’anello debole della catena dei soccorsi è però indubbiamente e preoccupantemente il livello intraospedaliero, fondamentalmente con due dati sconvolgenti: i 241 minuti d’attesa media nei Dea, con la punta di 451 minuti in Abruzzo, ed i percorsi privilegiati per gli accertamenti diagnostici per i pazienti di pronto soccorso, pressoché inesistenti, salvo sporadiche realtà. Lo stesso dicasi per le procedure specifiche integrate per patologia, presenti - nelle regioni più performanti - solamente nel 50 per cento dei Dea, fino a giungere all’assenza assoluta in Basilicata, Sicilia e Molise”. Per i traumi invece “troppi pazienti vengono trasportati in ospedale, come si evince dai tempi medi di stazionamento delle ambulanze, che in qualche caso come in Lazio e in Puglia arrivano a sfiorare le tre ore, sottraendo fra l’altro risorse per i soccorsi territoriali”.

Secondo il questionario il tempo medio di attesa fra triage (procedura per stabilire quale è il problema del paziente) e soluzione (visita o intervento) in un pronto soccorso italiano è di 100 minuti al Nord, ma di 451 minuti massimi (e 241 minuti medi) negli Eas di Abruzzo “che sembrano essere eccessivi”. Il questionario poi chiedeva anche quale fosse il tempo medio di attesa delle ambulanze in codice verde (non grave). Secondo la commissione dovrebbe essere di 30 minuti il tempo “accettabile”. Ma non è così frequente: “per i Dea in Liguria la media è di 46 minuti; in Sardegna di 60 minuti. Improponibili invece i picchi che si registrano in alcuni Eas, quali 127 minuti per il Lazio e 152 minuti per la Puglia, in cui i pazienti sostano quasi 3 ore sulla barella dell’ambulanza”.

Guai in caso di attacco al cuore: “Buona parte delle patologie di natura cardiaca”, scrive la commissione, “sono tempo-dipendenti. Non potere usufruire di una rete integrata per la gestione di queste problematiche significa non potere offrire al paziente una corretta e tempestiva cura. Il 39,1 per cento dei Dea e il 71,4 per cento degli Eas del Sud dichiara l’inesistenza di una rete integrata di trattamento per le patologie di natura cardiaca. L’Abruzzo presenta una situazione poco edificante: 42,9 per cento dei Dea e 33,3 per cento degli Eas ne sono privi. Grave la situazione di Campania, Molise, Puglia e Sicilia. In Umbria un Dea su cinque non può contare sulla rete integrata”. Figurarsi il tempo di attesa fra esame emodinamico e intervento per problemi di cuore. “Nella vista nazionale i 198,8 minuti medi di attesa dichiarati dagli Eas del Sud risultano veramente eccessivi, quasi inaccettabili, poiché, sommando i tempi, il paziente deve prima prendere coscienza del tipo di dolore, poi rivolgersi al 118 o andare direttamente in ospedale, dove viene valutato. A tutto questo, se si aggiungono 3 ore di attesa, si è oltre qualsiasi ragionevole trattamento di urgenza. Particolarmente preoccupante è il dato - pari a 595 minuti - dichiarato dagli ospedali della Sicilia”: Laggiù, se hai un doloretto al petto, devi sperare solo che sia falso. Altrimenti all’intervento non arrivi vivo.

di Chris Bonface

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Commenti all'articolo

  • metallurgico

    02 Febbraio 2012 - 19:07

    Mi spiegate cosa significa la frase pronto soccorso ? in teoria significherebbe un soccorso immediato a chi ne ha bisogno ma in realta' di immediato non c'e' proprio nulla, anzi a leggere le cronache si rimane estremamente impauriti da quello che accade nei pronto soccorso italiani, roba da terzo e quarto mondo.

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  • raucher

    22 Giugno 2011 - 15:03

    Lei che appare informato, sa dirmi cosa funziona al Sud? Invece di parlare sempre di ciò che NON funziona, saremmo più sbrigativi ad elencare le cose che vanno bene. Clima a parte, naturalmente. Saluti.

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  • liberal1

    22 Giugno 2011 - 10:10

    Triste chi si ammala alla politica di TE non glie ne frega niente puoi anche morire

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  • liberal1

    22 Giugno 2011 - 10:10

    ma se continuano a tagliare a c... di.. cane nel lazio tolgono l'indennità di patologia agli infermieri magari danno più soldi ai privati lievitando i costi fanno un policlinico dei castelli che non serve a niente per buttare 150 milioni di euro pagano gli affitti per il 118 non danno i buoni pasti danno l'indennità da infermiere anche a coloro che dal reparto se ne sono andati a fare i ragionieri e chi è rimasto a fare i turni lavora senza personale e lavora per tre. Tagliano posti letto inutili e va bene ma chiudere strutture già esistenti che potrebbero diventare specialistiche con annessi pronti soccorsi e relative ambulanze sul posto e magari fare di questi mezzi delle terapie intensive di modo che nessuno muore durante il tragitto ma a chi governa non gli ne frega un c.... Vedete a volte il pubblico non funziona per colpa di chi ci lavora eallora il privato va a compensare quella malasanità dovuta a medici ed infermieri che lavorano più con passione tanto c'è già chilavora

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