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Maturità classica, c'è Seneca. 32% studenti: "Copiato tutto"

Tutti si aspettavano Cicerone, che non c'è. Polemica per difficoltà del test matematica. Percentuali bulgare di copioni: oltre il 50%

Maturità classica, c'è Seneca. 32% studenti: "Copiato tutto"
Nel giorno della seconda prova di maturità, le buste dei licei classici hanno proposto una versione di Seneca. Il brano è tratto dalle Lettere a Lucillo, e si tratta dell'epistola 74. Per gli studenti del liceo scientifico, invece, la prova è in tre parti: le prime due sono studi di funzioni, la terza è un questionario che copre sostanzialmente l'intero programma dell'ultimo anno di studi.

Copiano tutti - Sono 496mila gli studenti impegnati nell'esame di maturità preparato dal ministero dell'Istruzione, che varia da indirizzo a indirizzo. L'obiettivo della seconda prova è quello di accertare che il candidato abbia specifiche conoscenze relative al corso di studi frequenatato. Peccato però che, secondo un'indagine svolta in collaborazione con Swg da Studenti.it, su un campione di 600 partecipanti, il 32% confessa candidamente di "aver copiato tutto". Il 10% ha "copiato abbastanza" mentre il 13% ha "copiato un po'": percentuali che comunque potrebbero essere livellate al ribasso per il 'pudore' di chi non vuole confessare di aver sbirciato i fogli degli altri. Appena il 27% del campione ha dichiarato di non aver avuto bisogno di copiare perché era preparato su tutto.

La polemica - Per quel che riguarda la prova dei licei classici, Seneca è ormai un habitue: dal 1960 ad oggi è stato proposto per ben 13 volte. Secondo in classifica, nello stesso arco di tempo, è invece Cicerone, che tutti si attendevano nell'esame di oggi. Attesa vana: per la dodicesima versione di Cicerone si dovrà attendere almeno un anno. La prova scienfitica, invece, è stata criticata poiché ritenuta molto difficile, soprattutto in rapporto con la versione di latine che, al contrario, è sembrata più che accessibile.

Di seguito la versione di Cicerone e la traduzione corretta

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum  putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et   quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et   incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus  ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non   illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus   indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et   relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

Se uno vuole essere felice, si convinca che l’unico bene è la virtù; se pensa che ce ne sia qualche altro, prima di tutto giudica male la provvidenza, perché agli uomini onesti capitano molte disgrazie e perché tutti i beni che essa ci ha concesso sono insignificanti e di breve durata, se paragonati all’età dell’universo. Conseguenza di questi lamenti è che non manifestiamo gratitudine per i benefici divini: deploriamo che non ci capitino sempre, che siano scarsi, incerti e caduchi. Ne deriva che non vogliamo vivere, né morire: odiamo la vita, temiamo la morte. Ogni nostro disegno è incerto e non siamo mai pienamente felici. Il motivo? Non siamo arrivati a quel bene immenso e insuperabile dove la nostra volontà necessariamente si arresta: oltre la vetta non c’è niente. Chiedi perché la virtù non provi nessun bisogno? Gode di quello che ha, non desidera quello che le manca; per essa è grande quanto le basta. Abbandona questo criterio e verranno a cadere il sentimento religioso, la lealtà: chi vuole mantenere l’uno e l’altra deve sopportare molti dei cosiddetti mali, rinunciare a molte cose di cui si compiace come se fossero beni. Scompare la forza d’animo, che deve mettere se stessa alla prova; scompare la magnanimità, che non può emergere se non disprezza come cose di poco conto tutti quei beni che la massa desidera e tiene nella massima considerazione; scompaiono la gratitudine e i rapporti di gratitudine, se temiamo la fatica, se pensiamo che ci sia qualcosa di più prezioso della lealtà, se non miriamo al meglio

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