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Metta, Ariosto e Previti: Segrate, 20 anni di guerra

Lodo Mondadori, una storia iniziata nel 1990 tra cause penali e civili, ricorsi, prescrizioni e risvolti politici. Ecco tutti i protagonisti

Metta, Ariosto e Previti: Segrate, 20 anni di guerra
La sentenza d'appello della causa civile sul Lodo Mondadori è solo l'ultimo atto di una guerra giudiziaria cominciata più di 20 anni fa, da subito battezzata come la battaglia di Segrate che si è protratta a colpi di carte bollate, processi penali e risarcimenti civili. Tutto inizia alla metà degli anni ottanta quando, con la morte di Mario Formenton, presidente della Mondadori e gestore della stessa per conto della famiglia, si apre un periodo di contrasti per la successione nella gestione dell'azienda di famiglia. Nel 1988 Silvio Berlusconi acquista le azioni di Leonardo Mondadori e dichiara che prenderà un ruolo di primo piano nella gestione della società editoriale. In quel momento il gruppo Mondadori è in mano a tre soggetti: la Fininvest di Silvio Berlusconi, la Cir di Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton. Carlo De Benedetti, che era stato socio e amico di Mario Formenton, nel frattempo aveva convinto la famiglia Formenton a stipulare un contratto per la vendita delle azioni dell'azienda in loro possesso che prevedeva il passaggio delle quote alla Cir entro il 30 gennaio 1991. Ma nel novembre 1989 la famiglia Formenton cambia idea e si schiera dalla parte di Berlusconi, che si insedia come nuovo presidente della compagnia il 25 gennaio 1990. De Benedetti reagisce, forte dell'accordo scritto stabilito pochi mesi prima con i Formenton. I vari schieramenti non trovano un accordo soddisfacente per tutti e si decide così di ricorrere ad un lodo arbitrale per stabilire se il contratto Formenton - De Benedetti dovesse avere corso o se i Formenton potessero vendere le proprie quote alla Fininvest.

Inizia la guerra
- Viene quindi organizzato l'arbitrato. Il 20 giugno 1990 si ha il primo verdetto: l'accordo tra De Benedetti e i Formenton è ancora valido a tutti gli effetti, le azioni Mondadori devono tornare alla Cir. De Benedetti ha il controllo del 50,3% del capitale ordinario e del 79% delle azioni privilegiate della Mondadori mentre Silvio Berlusconi deve lasciare la presidenza di Mondadori così come i suoi dirigenti. Berlusconi e i Formenton impugnano il lodo davanti alla Corte di Appello di Roma, la quale stabilisce che ad occuparsi del caso sarà la I sezione civile presieduta da Arnaldo Valente. Giudice relatore è Vittorio Metta. La sentenza viene depositata e resa pubblica il 24 gennaio 1991, dopo 10 giorni di camera di consiglio e capovolge ancora una volta la situazione. La Corte, infatti, stabilisce che una parte dei patti dell'accordo del 1988 tra i Formenton e la Cir è in contrasto con la disciplina delle società per azioni e quindi è da considerarsi nullo, come pure il lodo arbitrale. La Mondadori torna in mano alla Fininvest. Ma i direttori e i dipendenti di alcuni giornali si ribellano al nuovo proprietario e così entra in scena il presidente del consiglio dell'epoca, Giulio Andreotti, che convoca le parti e le invita a trovare un accordo di transazione. Come mediatore tra le parti viene 'arruolato' Ciarrapico che riesce a raggiungere un accordo secondo il quale la Repubblica, L'Espresso e alcuni quotidiani e periodici locali tornano alla Cir, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest, che riceve 365 miliardi di lire come conguaglio per la cessione delle testate all'azienda di Carlo De Benedetti.

Arriva la Procura - Nel 1995 la Procura di Milano apre un procedimento in seguito ad alcune dichiarazioni di Stefania Ariosto, ex compagna di Vittorio Dotti, ribatezzata come teste Omega, che agli inquirenti racconta di tangenti a giudici romani e dice che sia il giudice Arnaldo Valente sia Metta erano amici intimi di Cesare Previti, avvocato Fininvest, e che frequentavano la sua casa. Si apre così un procedimento tra i più contrastati della storia giudiziaria italiana. Due magistrati milanesi noti da anni alle cronache, Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, scoprono uno giro di bonifici, tutti estero su estero, che partono da Fininvest, transitano sul conto Mercier aperto a Lugano da Cesare Previti per poi arrivare, attraverso due conti svizzeri riconducibili a Giovanni Acampora e Attilio Pacifico (altri avvocati) a un destinatario che l'accusa identifica in Vittorio Metta, il giudice del Lodo. Previti, Metta e altri imputati vanno a processo mentre Silvio Berlusconi segue un altro percorso: accusato di corruzione semplice, grazie alle attenuanti generiche concesse dal gup Rosario Lupo in udienza preliminare, nel 2001 la sua posizione viene prescritta. Per tutti gli altri la sentenza di primo grado arriva il 29 aprile 2003 e le condanne sono pesantissime: 11 anni per Previti, 13 per il giudice Metta. Tutti accusati di corruzione in atti giudiziari per una sentenza 'comprata' con 400 milioni di vecchie lire provenienti da conti esteri riconducibili alla Finivest. Un impianto accusatorio via via confermato in tutti i gradi di giudizio fino al verdetto definitivo che arriva nel luglio del 2007 dalla Cassazione.

Via alla causa civile - Passata in giudicato la vicenda penale, i legali danno il via alla causa civile sul danno economico subito dalla Cir per un lodo arbitrale viziato, secondo l'ultima parola dei giudici del penale, da un giro di corruzione e tangenti. E' l'ottobre 2009 quando il verdetto di primo grado suscita scalpore: la sentenza del 1991 della Corte d'appello di Roma è stata una sentenza "ingiusta" e perciò Fininvest deve risarcire 749,9 milioni di euro alla Cir riconoscendole un "danno patrimoniale da perdita di chance di un giudizio imparziale". Per l'esattezza la somma riconosciuta come danno in primo grado ammontava a 749.995.611,93 euro a cui si aggiungono gli interessi legali, le spese del giudizio e due milioni di euro per gli onorari. Pochi giorni dopo la società di via Peleocapa presenta appello e ottiene, davanti ai giudici di secondo grado, la sospensione dell'esecutività della sentenza del Tribunale che viene 'congelata' almeno fino all'esito del processo d'appello con una fideiussione bancaria da 806 milioni presentata da Fininvest. Nel corso del procedimento di secondo grado interviene però una complessa perizia disposta dai giudici sulle variazioni di valore delle società coinvolte nel perimetro dell'accordo dell'aprile 1991 rispetto al giugno 1990, data in cui era stata tentata, ma non conclusa, un'altra spartizione, che il giudice di primo grado Raimondo Mesiano aveva considerato più favorevole a De Benedetti.

La perizia tecnica - I magistrati milanesi nominano un pool di esperti, guidati dall'ex rettore della Bocconi Luigi Guatri, per stabilire "se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il giugno del 1990 e l'aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei mercati dei settori di riferimento". A settembre 2010 le conclusioni dei consulenti tecnici della Corte stabiliscono che il danno subito dalla holding della famiglia De Benedetti esiste anche se, a loro avviso, è minore rispetto alla quantificazione del Tribunale. Perizia che ha 'pesato' sul verdetto d'appello che ha quantificato il danno in 560 milioni di euro.

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Commenti all'articolo

  • niran 46

    16 Luglio 2011 - 17:05

    @migpao Lascia perdere, non vedi che è come pestare l'acqua in un mortaio?

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  • blu521

    09 Luglio 2011 - 19:07

    Il segreto? Meno film a luci rosse delle segretarie del pd. Questa è una storia che dura da 20 anni:se l'hai seguita,bene, altrimenti accontentati dele ricostruzioni di fantasia. L'importante è che oggi il nano sia chiamato a rispondere. Puoi anche prendertela con le toghe rosse,gialle,verdi se questo ti aiuta ad alleviare il peso inutile che il tuo collo sostiene.

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  • migpao

    09 Luglio 2011 - 17:05

    COMPLIMENTI !! io non ho capito nulla di questa vicenda, tu invece hai capito tutto !! infqatti il saggio non sa niente, l'intelligente sa poco, l'ignorante sa tanto, il m.o.n.a sa tutto.

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  • Dream

    09 Luglio 2011 - 16:04

    intanto a umma umma il de benedetto voleva far fuori il socio.... a umma umma...

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