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Una tragedia: quella di essere il figlio di Palmiro Togliatti

Il povero Aldo abbandonato dal padre nella scuola di Stalin e poi rinchiuso in clinica come un malato mentale / Lehner

Una tragedia: quella di essere il figlio di Palmiro Togliatti
All’età di 85 anni, dopo un lunghissimo ricovero a Modena nella struttura psichiatrica di Villa Igea, sabato scorso (ma la famiglia ha diffuso la notizia soltanto ieri a funerali avvenuti) è morto Aldo Togliatti, il figlio negletto di Palmiro e Rita Montagnana. Era nato a Roma nel 1925, ma l’anno dopo si trovò sballottato a Mosca, dove il padre s’incaricò di spegnere per sempre le ragioni di Antonio Gramsci, che denunciò per primo i metodi stalinisti. Antonio, recluso nel carcere di Turi, da allora fu bollato di trockijsmo, mentre Palmiro si fece complice delle carneficine di Stalin.

Il piccolo Aldo, ragazzino studioso, diligente e acuto, ma timido e introverso, tutt’altro che violento, subisce le angherie del figlio di Tito e degli altri protagonisti del bullismo regnante a Ivanovo. Là, a Ivanovo, c’era la scuola della nomenklatura comunista, dove si educavano i figli dei dirigenti a diventare perfetti stalinisti. Togliatti, mentre il figlio subisce Ivanovo, s’incarica di far eliminare oltre mille comunisti italiani, migliaia di comunisti polacchi, qualche centinaia di compagni tedeschi, infine, migliaia di anarchici spagnoli massacrati non da Franco, bensì dai commissari politici al servizio dell’Nkvd.

NELL'INFERNO DI IVANOVO
Aldo rimane solo nell’inferno dei bulli di Ivanovo e una testimone d’eccezione, Vinca, la figlia di Giuseppe Berti,  donna di grandissimo spessore, lo ricorda sofferente, vulnerabile, ipersensibile, ombroso, portato, anzi costretto, a isolarsi. Avrebbe bisogno di affetto e di attenzioni, ma il babbo è preso dai lavori in corso per far nascere l’homo novus, ammazzando preventivamente gli uomini esistenti. Una volta, papà Palmiro e  mamma Rita lo vanno a trovare e gli promettono: «Aldino, staremo via due settimane, fai il bravo, a presto». Passeranno non giorni, settimane, mesi, ma anni.

Aldo non è gratificato dall’essere «figlio del partito»,  non si sente soldatino di Stalin, desiderando solo un po’ d’amore. Intanto, i compagni di scuola lo picchiano, lo scherniscono, perché non si comporta da comunista combattente, sentendo dentro di sé tutto il male di vivere del presunto Eden sovietico. Scrive lettere in francese, affettuose e rassicuranti, ai genitori, senza ricevere risposta; allora chiede alla zia Elena Montagnana, la moglie del delatore Robotti: «Perché la mamma non torna, dov’è papà?». Non mostra i tratti del rivoluzionario di professione, bensì lo spleen di chi soffre e, allora, viene etichettato come «malato mentale».

Invece, è figlio di Togliatti e dal padre ha ripreso alcuni tratti nascosti e sottaciuti, come quando Palmiro, nel 1922-1923, nel momento in cui i fascisti picchiano duro, sceglie di sparire dal mondo, lasciando a Bordiga e agli altri compagni il destino del manganello e dell’olio di ricino. In quel Palmiro, spaventato, anzi terrorizzato dalle azioni muscolari dei fascisti, c’è in nuce il crespuscolare, dimesso, delicato Aldo. Nel Dna di Togliatti c’era, dunque, l’eventualità dell’inerme Aldo, ma quella potenzialità esplode anche perché quel bambino fu abbandonato in nome di Stalin.

LA SEPARAZIONE DEI GENITORI
Nel 1945, Aldo torna in Italia, giusto in tempo per patire il sisma passionale di suo padre per Nilde Iotti e la conseguente dolorosa separazione di mamma Rita da babbo Palmiro. Nel 1951, figlio scomodo e non più presentabile, ebreo e malato, viene rispedito a Mosca, mentre Togliatti, insieme al partito nuovo, fonda anche la famiglia nuova con la Iotti e l’adozione di una bambina. Rita, per anni obbligata a stare a Mosca, per non disturbare la famiglia togliattiana di tipo nuovo, adesso si dedica al figlio sempre più traumatizzato e sofferente. Hanno problemi per mille motivi, anche perché entrambi ebrei, in una fase in cui esplode l’antisemitismo comunista, con tanto di cacce alle streghe contro i medici e l’omicidio di Rudolf Slansky, segretario del partito comunista cecoslavacco, colpevole di essere israelita. Togliatti li ha cancellati tutti e due questi scomodi ebrei, moglie e figlio, tant’è che nel 1956, partecipando all’epocale XX congresso del Pcus, non ritiene opportuno vederli e salutarli. Rita, disperata, si rivolge all’altro stalinista Vittorio Vidali, comunque più umano di Palmiro, per chiedere aiuto. E l’aiuto consiste nella possibilità, lei prigioniera in Unione sovietica, di poter riavere il passaporto per rientrare col figlio in Italia.

Vidali e, credo, Krusciov, che di Togliatti ha un’opinione pessima, fanno sì che i confinati Rita e Aldo possano finalmente tornare a Torino. Là Rita, che è ormai tutto il mondo di Aldo, si dedica al figliuolo sino al 1979, quando un ictus la porta via dalla valle di lacrime. Aldo torna così ad essere forzatamente «figlio del partito». Dopo un breve periodo in cui è ospite alle Frattocchie, il Pci modenese, nel 1981, lo fa internare in una locale casa di cura, stanza 227, quindi 429, incaricando il compagno Onelio Pini di fargli visita e di portargli la “Settimana Enigmistica” e le sigarette Stop senza filtro, uniche gioie, insieme agli scacchi giocati da solo, del povero Aldo. A parte Onelio e le cure amorevoli del dottor  Nino Costa, saranno i parenti ebrei gli unici a fargli sentire di essere ancora un uomo e non una cosa di cui vergognarsi. Non risultano da parte di Nilde Iotti e neppure della sorellastra, Marisa Malagoli, che pure mi pare sia specializzata in psichiatria, particolari attenzioni per la condizione di Aldo.

BLOCCATO DUE VOLTE DAI POLIZIOTTI
Aldo ebbe un solo sogno, comunque non comunista, quello dell’ebreo errante, anarco-individualista, di navigare sulla rotta delle caravelle di Cristoforo Colombo, verso un mondo diverso, nuovo, verso la Statua della libertà. Ci provò due volte a imbarcarsi per New York e per due volte i poliziotti di Togliatti gli tarparono le ali, bloccandolo. Solo ora, quell’uomo intelligente e delicato, prigioniero di Stalin, è davvero libero.

di Giancarlo Lehner

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Commenti all'articolo

  • Garrotato

    24 Giugno 2015 - 11:11

    Comunque la si voglia rigirare, questa faccenda, testimonia il senso dell'umorismo di chi appioppò a Palmiro Togliatti il nomignolo "Il Migliore"...

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  • francoruggieri

    13 Luglio 2011 - 11:11

    Ma come fa l'anonimo blankfrank62, a parlare con saccenza solo del periodo dal 1964 in poi, dimenticando gli anni precedenti? L'articolo di Lehner dovrebbe essere un pugno nello stomaco per tutti coloro che hanno la stella rossa tatuata sul cuore e che vanno in deliquio religioso ogni volta che passano per una qualche via o piazza togliatti (l'iniziale minuscola non è un typo): le autentiche disgustose vergogne del palmiro (idem) sono quelle commesse da vivo e appena accennate da Lehner. Ricordarle tutte richiederebbe ben più che un articolo. Il nostro problema è che alle nuove generazioni questi fatti sono ignoti e ai vari blankfrank62 fa comodo dire solo le mezze verità che convengono "per il bene della causa" (titolo di un racconto di Solzenitsin) e che, come ho messo nel titolo, sono bugie intere. Ma quali "Post-comunisti": questi sono trinariciuti al 100%.

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  • blankfrank62

    12 Luglio 2011 - 20:08

    Togliatti muore nel '64. La moglie nel '79. Chi ha "abbandonato" il povero Aldo, ormai cronico, all'età di 55 anni? Chiunque sia anche vagamente informato sull'iter psichiatrico in Italia sa che quella è l'età in cui, purtroppo, molti malati rimangono senza assistenza famigliare e si rende necessario la sistemazione in una struttura sanitaria. Pezzo strappalacrime peloso e sciacallo, buono appena per far indignare isacocceri e altri anticomunisti viscerali disinformati.

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  • isaccoceri

    12 Luglio 2011 - 18:06

    Non ci sono parole per commentare un gesto simile, Aldo è senzaltro un martire insieme a sua madre, gli altri due che non oso nominare sono i carnefici di questa brutta storia italiana.

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