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Suicida il vice di Don Verzè Retroscena: l'ultimo screzio

San Raffaele-choc. Mario Cal voleva salvarlo senza l'intervento dei pm, il prete ha preferito il Vaticano / SCAGLIA

Suicida il vice di Don Verzè Retroscena: l'ultimo screzio
«Era l’uomo-ospedale, lui era l’uomo-ospedale. Il don a ispirare, Mario Cal a rendere possibile». Così ne parla un collaboratore, è turbato e non lo nasconde. Il capufficio stampa lo definisce addirittura «l’ombra, l’alter ego di don Luigi». Una vita per il San Raffaele, settantadue anni e più di trenta da amico e braccio destro insostituibile di Verzé - dopo gli anni nella Guardia di Finanza e il periodo da magistrato. Era lui il regista delle finanze della Fondazione Monte Tabor, l’ente che controlla l’istituto. Il vicepresidente operativo. Ecco, sì, era l’operativo. Sempre a metterci la firma e la faccia, anche nelle situazioni più spiacevoli.  E il suo carattere bonario tendeva a sdrammatizzare - apparentemente? - persino quella notte in cella, a San Vittore. Novembre ’94, lo arrestò Di Pietro, lui e il direttore amministrativo Vincenzo Mariscotti. Per una faccenda di erario e controlli ammorbiditi.
E chi ci ha lavorato per più di dieci anni sottolinea anche quella sua capacità di mediare. Cal era capace di ricucire: dopo le sfuriate del “capo”, eccolo. Discussioni fra loro sì, naturale, ma neanche tante. In realtà proprio non ci riusciva, a dire “no” al don, e anche di fronte alle richieste più azzardate rispondeva «ma come faccio a dirgli di no, a dire di no a un uomo che dal niente ha fatto nascere questa cosa?». Poi guardava l’ospedale.

L’avvocato Minniti, il suo avvocato, rimarca come «la difficoltà del momento era per lui un pensiero costante, secondo me è stato il crollo di un sogno». La “sua creatura” che annaspa in 900 milioni di debiti, 440 nei confronti di fornitori, i decreti ingiuntivi già in arrivo. Lo spettro del fallimento, la convocazione in Procura come persona informata dei fatti - il legale precisa che «no, la tragedia non c’entra con quella convocazione, e poi non era nemmeno indagato». Il nuovo assetto societario made in Vaticano e «grazie e arrivederci», lui che fa gli scatoloni e sbaracca l’ufficio. «La sua stagione da vicepresidente operativo è finita», così scriveva il Corriere della Sera quattro giorni fa.
E per la verità l’ultima discussione con Don Verzé - e non pensate a uno scontro verbale, piuttosto una diversità di valutazione, e però su una questione sostanziale - ecco, risale proprio alle operazioni di salvataggio finanziario del San Raffaele. Nel senso: le strade praticabili parevano due. Una con capofila Giuseppe Rotelli, potente imprenditore della sanità nazionale. Il quale, molto semplificando, si candida a rilevare l’istituto per pochi euro, salvo farsi carico dei debiti. Per uscire dalle secche, perlomeno nell’immediato, servono 250 milioni cash, sull’unghia: Rotelli ce li vuol mettere, parlandone con i creditori così da  arrestare la caduta verso il fallimento. Un’operazione di ristrutturazione debitoria, come da articolo 32 bis, che peraltro non comporta l’intervento d’ufficio della Procura. E però il padrone sarebbe diventato lui, Rotelli, altro che Fondazione. Mario Cal parteggia per questa soluzione, non ne fa mistero.

Evidentemente anche don Verzé, all’inizio, non è così contrario. Anche se dall’altra parte il Vaticano impone la sua potente mano sull’istituto. La Santa Sede, in accordo con le banche, preferisce un altro itinerario: accordo in tribunale con i fornitori e amministrazione straordinaria decisa dal consiglio, con inevitabile interessamento dei pm. Verzé e Cal danno ascolto, ma sotto traccia proseguono la trattativa con Rotelli. Tanto che - e qui lo scontro diventa pubblico - proprio i banchieri Ennio Doris e Carlo Salvatori, consiglieri della Fondazione Monte Tabor, indirizzano una lettera al don - e per conoscenza anche al Prefetto e al ministro della Sanità - in sostanza accusandolo di fare il doppio gioco. «Invitiamo il Presidente [don Verzé, ndr] e il dott. Cal a voler desistere dal compimento di atti in contrasto con lo statuto». Erano venuti a sapere, «con vivo stupore», dell’esistenza di una bozza di lettera in cui la Velca spa, società di Rotelli, veniva autorizzata dal cda della Fondazione stessa a contattare i creditori per impostare l’accordo di ristrutturazione del debito. «Affermazioni che non corrispondono a verità» rimarcano Doris e Salvatori. Anche perché a loro l’offerta di Rotelli proprio non piace, poiché «prevede di lasciare alla Fondazione solo il 5-10 per cento della società che deterrà l’azienda ospedaliera». Senza contare che l’opzione in questione non è gradita nemmeno agli altri imprenditori privati della sanità, così come al livello più propriamente politico.
Scatoloni pronti
La lettera sortisce l’effetto. Don Verzé cassa definitivamente la proposta di Rotelli, dando il via libera alla cordata vaticana. La settimana scorsa, come detto, Cal viene ascoltato dai magistrati. «Ma lo screzio era rientrato - ci assicurano -. È sempre stato così: Verzé decide, Cal esegue».
Ieri Mario Cal è arrivato in ufficio. Gli scatoloni erano lì, già ammonticchiati, li aveva preparati venerdì  scorso. Chissà che cosa ti passa per la mente, in quei momenti, magari la causa non è una sola, magari le angosce si sommano. Parole inutili, nessuno può sapere davvero. Ha scritto solo poche righe, alcune per la moglie, altre per la fedele segretaria. Nessun altro.

di Andrea Scaglia

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Commenti all'articolo

  • Al-dente

    19 Luglio 2011 - 14:02

    Questo "suicidio" puzza di bruciato. Non si sa perchè ma quando ci sono di mezzo i soldi del Vaticano c'è sempre gente che si "suicida". Tempo fa è toccato al finanziere Calvi trovato impiccato sotto un ponte di Londra, storia noir per cui si sospettava l'omicidio e sembra alla fine che sia stato così, ma dei colpevoli non si sa niente tuttora. Adesso da Calvi siamo passati a Cal (senza la vi finale), ma il risultato è sempre lo stesso. Si vede che i cognomi dei senza capelli non sono graditi a San Pietro per andare da San Pietro.

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  • teomondo scrofalo

    19 Luglio 2011 - 11:11

    Qualcosa non mi quadra. Come si fa a raggiungere 1 miliardo di euro di debiti senza pensare per tempo a raddrizzare la baracca? Li hanno fatti in un anno? in 10? in 20? Perchè nessuno si è mosso prima? Chi ha permesso a Don Verzè (strano prete, fautore della sanità privata e dell'istruzione privata, alla faccia di chi merita ma non ha un centesimo, grandissimo esempio di carità cristiana) di operare con una politica suicida? O, piuttosto, qualcuno gli aveva fatto credere che avrebbe goduto di particolari protezioni, magari scaricando sulla collettività i suoi debiti? Il San Raffaele si è rivelato un gigante dai piedi di argilla. Sarebbe interessante sapere chi lo ha tenuto all'impiedi per decenni e dopo lo ha mollato di colpo.

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