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Retroscena sulle pensioni: donne e anzianità, i nodi principali della lite

I veri problemi di finanza pubblica e il differenziale con l'Ue sono le pensioni femminili e le pensioni di anzianità

Retroscena sulle pensioni: donne e anzianità, i nodi principali della lite
L'Italia non ha bisogno di interventi particolari sulle pensioni di vecchiaia: vero che altri paesi, fra cui la stessa Germania, hanno deciso per legge di innalzare l’età per le pensioni di vecchiaia a 67 anni. Ma questo avverrà fra il 2026 e il 2029 in tutti gli altri paesi. In Italia di fatto oggi la pensione di vecchiaia arriva già a 66 anni e 3 mesi. Sulla carta scatta il diritto dopo i 65 anni. Ma con le norme in vigore la pensione effettiva inizia circa un anno dopo la maturazione di quel diritto. E dal primo gennaio 2013 le norme sull’aspettativa di vita allungheranno l’età pensionabile di ulteriori 3 mesi. Gli italiani quindi saranno in Europa a quel punto fra quelli per cui scatterà più tardi la pensione di vecchiaia.

I veri problemi di finanza pubblica e il differenziale con l’Unione europea vengono da due altri dossier: pensioni femminili e pensioni di anzianità. In tutta Europa l’età pensionabile è identica per uomini e donne sia nel settore pubblico che in quello privato. Solo in due paesi non è così: Inghilterra e Italia. Entrambi hanno messo mano all’età pensionabile delle donne. L’Inghilterra nel 2010, l’Italia questa estate per due volte. Ma il percorso italiano sulla parità è ancora troppo lento: si raggiungerà otto anni dopo gli inglesi, e deve essere ulteriormente accelerato.

Il secondo tema è quello delle pensioni di anzianità. Oggi la media è ancora vicina ai 58 anni, e non pochi vanno in pensione a 56 anni con 40 anni di contributi. È il punto chiave della possibile riforma: dare un tempo certo e breve per non consentire più pensioni di anzianità, salvo uscite anticipate di un anno dal lavoro con un anno in più di contributi rispetto alla pensione di vecchiaia. La base di partenza prevede l’accelerazione verso quota cento: 65 anni di età e 35 di contributi o 64 anni di età e 36 di contributi come punto di arrivo.

Le modifiche oltre che chieste dalla Ue servono sia ai bilanci Inps che alla finanza pubblica. Siccome il sistema previdenziale italiano è a ripartizione, il Pil che cresce di meno e i 100 mila posti di lavoro persi nell’ultimo anno hanno causato minori entrate Inps per circa un miliardo di euro, e il buco va tappato. Come sarà necessario trovare soluzioni per finanziare stabilmente con risorse anche private la cassa integrazione in deroga. L’ipotesi è stata prospettata dal governo a Confindustria per i precari della grande industria, ma Emma Marcegaglia ha risposto picche: è solidale con i co.co.co., ma le castagne dal fuoco preferisce farsele togliere dal governo.
 
di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • mpi025

    26 Ottobre 2011 - 19:07

    Non è vero che non esistono le pensioni di anzianità.In slovenia ad esempio esistono i 40 anni di contributi per gli uomini e 38 per le donne con 58 di età.é anche vero che in italia già da decenni la maggior parte dei giovani comincia a lavorare dopo la scuola superiore cioè intorno ai 20 anni.Ciò significa che la media nei prossimi anni si alzerà anche senza nessun intervento.Togliendo i 40 anni si penalizza solo una fascia di popolazione che è andata a lavorare precocemente 15-16 anni(che oggi ha 50 anni) nelle fabbriche e nei cantieri lavorando spesso con cose nocive (amianto)e che saranno fortunati ad arrivare a 60 anni.mentre gli statali avranno almeno la consolazione del posto fisso e non facendo pil anche ogni tanto pensioni anticipate(come quest'anno).Mentre noi dovremmo prima essere fortunati di avere ancora un lavoro e poi di arrivare forse alla pensione è facile per i politici ,dall'alto dei loro vitalizi far pagare chi ha sempre pagato e non ha mai lavorato in nero

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  • GALADROP

    26 Ottobre 2011 - 09:09

    Tutti i media invitano a riforme e eliminazioni delle pensioni di anzianità.Solo per citare un'area di risparmi molto più grossa rispetto alle pensioni di anzianità e cioè la struttura politico-amministrativa dello stato, non vedo la stessa ossessiva iniziativa per convincere a ridurla. Senato+Camera dei deputati costano circa 1,5 miliardi di euro all'anno, il totale dei costi di parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali, sindaci, assessori etc. è di circa 18 miliardi di euro all'anno e che, come UIL sottolinea in uno studio, un taglio di questi costi del 20% darebbe un gettito annuo doppio rispetto al più duro dei possibili interventi sulle pensioni. Ricordo poi che l'accorpamento di comuni e province è per ora lettera morta. Su questi punti non mi pare di vedere quotidiani tambureggianti, articoli finalizzati a orientare opinione pubblica e decisioni politiche e mi domando il perché. Forse che sia giusto finanziare i costi della politica con i tagli alle pensioni e non, casomai, il viceversa? Oppure che la riforma delle pensioni di anzianità faccia progredire in prospettiva il paese più che un risanamento delle prassi politico/amministrative?

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  • luquito

    26 Ottobre 2011 - 08:08

    ...perchè non diciamo che qui in Italia abbiamo gli assegni familiari più ridicoli d'europa,che gli asili nido sono pochi,costosi e che lo stato non aiuta i lavoratori genitori, mentre il nostro aiuto (anche economico) sono i nonni in pensione? Senza questa struttura sociale unica in europa, ovvero i nonni, chi costudirà i nostri figli mentre i genitori sono al lavoro, se i nonni dovranno lavorare? Come fa una famiglia con 2 figli piccoli a pagare due rette per l' asilo nido circa 900€ se molto spesso lo stipendio di una donna è sui 1000€?E' un gatto che si morde la coda; volete che le donne lavorino (giustamente) fino a 67 anni come gli uomini?Va bene, allora scucite soldi per le famiglie o pagate gli asili nido e l'orario prolungato a scuola

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