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Classifiche La radiografia di un'Italia corrotta Qualche verità e tante balle sul Belpaese. Facci

La graduatoria di Transparency International: bene sulle colpe della politica, ma quanti luoghi comuni sul nostro Paese

Classifiche La radiografia di un'Italia corrotta Qualche verità e tante balle sul Belpaese. Facci

Finmmeccanica, Regione Lombardia, varie ed eventuali: naturalmente è ricominciato il milionesimo dibattito sulla «nuova Tangentopoli» e naturalmente si dicono un sacco di sciocchezze, ma qualche certezza, purtroppo, c’è. Tentiamo di metterne in fila qualcuna, e perdonate se per una volta non stiamo ad accusare questo o quello. 

1) Le classifiche fornite annualmente da Trasparency International, a cui si abbeverano i lordatori sistematici di ogni costume italico, non hanno alcun valore scientifico e appaiono discretamente ridicole. L’ultimo e freschissimo aggiornamento vuole l’Italia al 69° posto, assieme alla Macedonia e al Ghana: peggio di Cuba e della Lettonia. Non ci crede nessuno, ed è una classifica fantasma che non serve a niente, anche perché l’indice di percezione della corruzione (CPI) è stabilito solo sulla base di interviste a «esperti del mondo degli affari e a prestigiose istituzioni». Quali? Boh. In compenso, se indagate su che cosa intenda Trasparency International per corruzione, scoprite che si accludono genericamente anche «la negligenza nell’eseguire i propri compiti», «la partigianeria delle istituzioni», «la distorsione dell’informazione» e altre cose che con la corruzione - pensavamo - c’entrano niente.

2) Stabilire l’ammontare della corruzione è una fatica si Sisifo: ciascuno spara la sua cifra e spesso non vengono seriamente specificati i criteri della quantificazione. Questo non toglie che ci siano fonti più e meno affidabili e serie. A parte i folgorati di Trasparency, troviamo i numeri dell’Alto commissariato Onu per la lotta alla corruzione (anche se non ha mai realmente operato) e poi la Corte dei Conti, alcuni studi fatti da centri di documentazione (tipo l’Einaudi di Torino, o la stessa Confindustria) oltre a singoli economisti, magistrati, periodici economici e organismi come  l’Alto commissario anticorruzione, il Servizio Anticorruzione e Trasparenza (SAeT) e ancora, ultima ma non ultima, l’Istat. E sono solo alcune, in una girandola di cifre troppo variabile per essere seria.

3) Ad aver favorito la corruzione, paradossalmente, c’è anche una spazientita pretesa popolare di maggior efficienza e celerità: il che da una parte ha favorito il disboscamento di leggi e leggine e regolamenti burocratici (vale per esempio per infrastrutture, grandi opere e Protezione civile) ma di converso ha irrobustito i margini di discrezionalità e quindi anche le possibilità di corruzione: che non è più «sistemica» come nella Prima Repubblica, ma pare tuttavia pericolosamente fisiologica.

4) Le colpe della politica - o di ciò che ne rimane - sono indubbie. I partiti della Seconda Repubblica sono nati dalla reazione al finanziamento illegale della Prima, ma al di là di una farraginosa legge - che fa prendere ai partiti un sacco di soldi, comunque - gli stessi non sono stati capaci di alleggerirsi e di chiedere soldi con un’attività di lobbyng alla luce del sole, come negli stati normali. Chiedere e dare soldi, si pensa, non sta bene. Ecco perché i partiti seguitano a intrufolarsi negli appalti (vedi Finmeccanica) e a taglieggiare le aziende pubbliche. Ovvio che non è tutto qui. Le statistiche giudiziarie  dell’Istat evidenziano che i denunciati per corruzione sono circa il triplo del periodo immediatamente precedente a Mani pulite, e però la corruzione cambia: non solo nel senso ben evidenziato dal magistrato Piercamillo Davigo secondo il quale «noi magistrati svolgiamo la stessa funzione che in natura svolgono gli animali predatori: miglioriamo la specie predata, eliminiamo i corrotti meno furbi»; a episodi di clientelismo o di piccola corruzione locale (si ricordi  il caso di Milko Pennisi a Milano) si sono affiancate infatti grandi corruzioni finanziarie: Parmalat, Cirio, la scalata di Antonveneta, quella di Unipol a Bnl e le maxi speculazioni immobiliari. Più altre ancora. Poi, e non è meno grave, ci sono prassi sconcertanti come quella che sembra aver preso piedi in Regione Lombardia, laddove - lo rimarcava Andrea Scaglia ieri - un consigliere su cinque è variamente coinvolto a dispetto della splendida e contemporanea apatia del governatore Roberto Formigoni. Per dirla male, anzi malissimo: se un tempo c’erano dei politici che si finanziavano illegalmente e talvolta erano dei ladri, oggi abbiamo dei personaggi che non è chiaro se siano dei politici - magari li hanno eletti nel listino - ma sicuramente sono dei ladri, come la flagranza del caso di Franco Nicoli Cristiani potrebbe dimostrare. Ma la corruzione non è, anche se nessuno lo ricorda mai, solo una questione politica, anzi: svaporato il sistema partitico, si è rinsaldata la corruzione della famigerata società civile coi suoi professionisti, i suoi tecnici, i funzionari pubblici, storie di incarichi e appalti e licenze ed esami comprati e rimborsi gonfiati e sanità saccheggiata. La base della corruzione, altro dato che si tende a rimuovere, è sempre l’evasione fiscale.

5) Manca un attore, sul proscenio: la magistratura. A parte i giudici corrotti - ci sono anche quelli, e forse sono i più difficili da scovare - in fin dei conti gli unici dati certi riposano sulle denunce ma soprattutto sulle condanne definitive per corruzione e dintorni. Ebbene: è stato proprio Piercamillo Davigo, che viene sempre citato per bastonare la classe politica, a evidenziare dei dati sorprendenti nel suo libro «La corruzione in Italia», Laterza 2007; l’ex pm spiega infatti che negli ultimi vent'anni la maggior parte delle condanne per corruzione sono intervenute a Milano, Torino, Napoli e - distanziatissima - Roma, che pure ha una giurisdizione vastissima; mentre in ben tre corti (Cagliari, Caltanissetta e Reggio Calabria) il dato è inferiore a dieci condanne. «Stando alla rappresentazione giudiziaria», si legge, «la corruzione in alcune regioni d’Italia non esiste e non è mai esistita, e ciò mentre si susseguono, al riguardo, denunce circostanziate e precise». Il che, forse, evidenzia due cose. La prima è che «la corruzione giunge a conoscenza dell’autorità in misura molto più ridotta quando risulta gestita dalla criminalità organizzata». La seconda è che la magistratura, oltreché della soluzione, fa parte del problema. Fa parte dell’Italia.

di Filippo Facci

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Commenti all'articolo

  • maurnarg

    04 Dicembre 2011 - 10:10

    Già.......ma il decreto anticorruzione paventato un anno fa, dopo la vicenda della "cricca" , staziona in un segreto cassetto del Parlamento. Una legge per chiudere in galera e buttare la chiave per gli evasori non la fa nessuno. Una vera legge che controlli il denaro circolante, a danno di evasori, spacciatori , camorristi e delinquenti comuni non la fa nessuno.

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  • rosablulibero

    03 Dicembre 2011 - 23:11

    Trasparency International a chi serve? Chi sono i suoi dirigenti? Chi stila le classifiche dei Paesi corrotti? Chi sono i protettori di questa organizzazione? Un esempio: nella graduatoria 2010 l'Italia era considerata Paese più corrotto della Tunisia. Bene, questa é la prova dell'inesattezza spudorata della classifica stilata da Trasparency International. Infatti la rivoluzione in Tunisia ha portato alla conoscenza di un sistema di corruzione assoluto, che ha permesso ad un dittatore come Ben Alì ed al suo clan famigliare di saccheggiare un intero Paese. Non mi sembra proprio che in Italia sia la stessa cosa. E allora come la mettiamo? Chi ha frequentato la Tunisia sa che all'arrivo alla Goulette, il porto di Tunisi, per passare la dogana bastava sganciare una "mancia". E ci sarebbe ancora tanto e tanto da dire..... Ma allora chi é veramente Trasparency International, cosa nasconde? Credo che sarebbe bene chiedere al Parlamento Europeo di aprire un'inchiesta in merito.

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