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"Lavoro solo a suon di tangenti"

Confession choc di un imprenditore romano: senza mazzetta niente appalti. "La pubblica amministrazione mi deve 48 mln, li aspetto da 4 anni"

"Lavoro solo a suon di tangenti"

Si chiama C. G., fa l’imprenditore e vive a Roma. Ha una media azienda di servizi, lavora essenzialmente con la pubblica amministrazione, ma anche con società private non solo italiane. Vanta un credito con una direzione della presidenza del Consiglio dei ministri e con società pubbliche di 48 milioni di euro. Da quattro anni. Non pagano.

Che cosa accade con i pagamenti della pubblica amministrazione?

«Sa da quanto tempo aspetto di essere pagato dalla presidenza del Consiglio? Quattro anni.  E mica mi devono noccioline, sa? Dalle amministrazioni pubbliche io devo ricevere 48 milioni di euro ancora. C’è chi non paga da 4 anni, chi da 3, chi da due. Ma io i lavori li ho fatti. E  so di non essere l’unico in questa condizione».

Ne conosce tanti altri?

«Conosco le cifre. Lo Stato deve 90 miliardi di euro ai suoi fornitori. Loro dicono 60, ma sono 90. Non ci pagano».

Lei come resiste?

«Fino a qualche tempo fa, l’unica strada era quella di portare in banca i contratti e farsi anticipare parte dei soldi per pagare gli stipendi.  Adesso comincia ad essere difficile pure quello: le banche hanno stretto i cordoni della borsa perché non hanno più soldi. E il fatto che ti debba pagare lo Stato,  che un tempo era una certezza, diventa un handicap in più: le banche hanno paura che non ti paghino più. Così non danno i soldi nemmeno a me, che sono un ottimo cliente…».

Che significa ottimo cliente?
«Che sono un cliente da tripla A. Però il direttore della mia banca allarga le braccia: noi i soldi non ce li abbiamo più. E sa perché non li hanno? Perché non se li prestano più fra di loro. Non si fidano l’uno dell’altro Però una soluzione ce l’avrei».

Quale?

«Vede, io il 10 faccio le paghe dei miei dipendenti. Poi il 16 faccio l’ F24. Se ritardo un giorno vado in sanzione e in interesse. Ma io ti posso dare a te i soldi che tu non mi paghi? E perché io devo pagare interessi se ritardo e tu non un centesimo? Finirà che io non ti pago l’ F24 e verrai a pignorarmi i crediti che ho con te. Ma perché non mi fai sottrarre i crediti che ho con te dal pagamento delle tasse?».

C’è una ipotesi: darvi Bot, almeno per una parte del dovuto.

«A me va benissimo. Però lascino anche me pagare in Bot i miei dipendenti: tredicesime in Bot, straordinari in Bot. Se no come faccio? Io ricevo i Bot e i soldi per gli stipendi dove li trovo? Allora quando mi impongono la mazzetta, la pago in Bot?».

No, la mazzetta non gliela devono imporre. Perché, accade ancora?

«Guardi, io ho vissuto cosa era la politica di prima. A Roma incassava uno solo: o parlavi con lui, o  con nessuno. Arrivavano i soldi: “questo è per te, questo è per te… e questa che è la parte più grossa è per me. E se non ti sta bene, te meno pure”».

Un po’ colorita, ma così funzionava la politica di un tempo…

«Eh, no, il tempo è mica così lontano!  Guardi, quando arrivavano ai partiti i soldi veri,  lo sapevano tutti. Fuori dalla finestra di piazza Nicosia trovavi  a farti la posta (l’ho visto con i miei occhi) qualche politico minore, che magari oggi si sente un grande leader, ad aspettare la mancia. Chiamavano il portiere, gli davano una busta con 5 milioni da portare giù al mendicante. Perché magari quel partitino non era  previsto nei grandi affari. Tutto il resto era codificato: si prendeva il 7-10% su ogni commessa e poi c’era la divisione fra Dc, Psi, Pci e laici, ognuno con quote fisse».

Però ora  non hanno più bisogno di soldi, con i rimborsi pubblici che hanno!

«Scherza? Oggi hanno bisogno di soldi più di prima. Le industrie pubbliche   li fanno arrivare a fondazioni e circoli messi su per l’occasione.  Poi ci sono gli appalti, ed è peggio di prima.  Con alcune di quelle società anche all’imbianchino tocca pagare 700 euro di tangente per avere la commessa per ripittare le mura. In alcune aziende pubbliche funziona così, con pagamento diretto. In altre invece funziona diverso: i partiti indicano quale sono le aziende di fiducia per  un appalto, poi ci pensano i vincitori a regolare il prezzo della vittoria».

Lei per vincere una gara deve pagare?

«Sì, praticamente ovunque.  La novità di oggi è che devi pagare e non  hai l’appalto in tasca. Magari c’è qualcuno che ha pagato meglio di te, e ti tocca il prossimo turno».

E come paga lei, pagano tutti?

«Sì. Io nel mio settore ho   la certezza. Basta leggere un capitolato d’appalto. Ognuno  è firmato».

In che senso?

«Che è scritto in modo che possa vincere solo una impresa. È come se ci fosse sotto la firma».

E i soldi vanno ai politici, ai partiti? Lei paga i partiti?

«Io pago il manager o il dirigente di quella società. Poi si sa che lui è stato messo lì da quel partito. E se la vede lui. Certo,  può darsi che un po’ di panna finisca nelle tasche dello stesso manager».

Ma  perché i partiti hanno bisogno di soldi, visti i generosi finanziamenti pubblici?

«Sì, hanno soldi pubblici più di prima. Ma fare politica costa più dei rimborsi. Chi la paga la correntina? Chi paga le fondazioni?   Chi paga il voto che cerchi durante la campagna elettorale?».

Ma come? Le campagne elettorali quasi non si fanno più! Non c’è   voto di preferenza. Davvero c’è bisogno di comprare un voto nel 2011?

«A parte che le preferenze non ci sono solo per il Parlamento,  tutte le altre elezioni le prevedono. Ma come fai il capo corrente? Come ti tieni buone le clientele se non facendo girare soldi? Ma come crede che li facciano i tesseramenti dei partiti? Pensa che quelle tessere le abbiano pagate loro? No, le abbiamo pagate noi con le tangenti sugli appalti.   A loro bastano 30-40 mila euro per una campagna elettorale».

E agli altri?

«Nel centro nord c’è un po’ di voto di opinione. Da Roma in giù la  campagna elettorale costa una follia. Solo di buoni benzina circolano milioni di euro.  Ed è solo la base di quel che serve per la distribuzione alle clientele. Da Napoli in giù devi dare soldi e assunzioni per essere eletto. Il posto è la prima moneta di scambio. In Sicilia poi, bisogna dare il posto a tutta la famiglia. Ho un conoscente che per 30 anni ha fatto il dirigente di una miniera di sale che era già chiusa il giorno in cui fu assunto su richiesta di un politico. È andato in pensione, e la miniera di sale non è mai riaperta. In 30 anni è il solo che ha lavorato: faceva le buste paga per i 900 minatori che non hanno visto quella miniera nemmeno un minuto».

Da venti anni faccio il giornalista parlamentare. Non che siano santarellini, ma non sembrerebbe questo lo stato della politica…

«Quel che sembra non conta. Io vado tre volte alla settimana dal barbiere. Gli lascio   4.800 euro l’anno.   M’avesse rilasciato in 30 anni una ricevuta! Ecco, a lei non sembra perché davanti a un giornalista   i politici saranno come il mio barbiere. Ha capito che cazzo di Paese è questo?».

Sì, ma perché lei non gli dice: fammi la ricevuta?

«Perché dove lo trovo uno che gli telefono la sera e lunedì mattina apre solo per me il negozio alle otto? No, non lo trovo».

Adesso sì, ho capito.  Ho capito che Paese è questo.

intervista di Franco Bechis

 

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Commenti all'articolo

  • blues188

    20 Dicembre 2011 - 12:12

    Se lei ha le fette sugli occhi non sarò io a levergliele

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  • bruno osti

    20 Dicembre 2011 - 10:10

    Ho risposto a questo: "blues188 | 17/12/2011 alle 13.52 Io capisco questo signore ...Bruno Osti dov'è? Ci insegni qualcosa sul triste Nord e sul ridacchiano Sud"

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  • blues188

    20 Dicembre 2011 - 08:08

    Non c'era nessun riferimento a lei

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  • bruno osti

    19 Dicembre 2011 - 16:04

    non so a cosa ti riferisci esattamente ma posso dirti che sono abbonato alla Stampa ed al Corriere e leggo tutto quello che succede nel tristanzuolo Nord e che molte volte non viene riportato in questo giornale(?) che apro tutti i giorni.

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