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L'ira delle farmacie: non siamo una lobby

I gestori si difendono: il governo ci sta criminalizzando perché vuole favorire la nascita delle grandi catene

L'ira delle farmacie: non siamo una lobby

Non sono ancora arrivati alla serrata come quella dei taxi prevista per il 23 gennaio. Tuttavia i farmacisti si sentono al centro di una «ingiustificata gogna mediatica» come sostiene Maurizio Pace, segretario della Federazione dei Farmacisti Italiani (Fofi). Una campagna di odio che ha già prodotto i primi frutti avvelenati. Lo dimostrano le buste esplosive e le minacce arrivate alla Federfarma e in diverse farmacie. Una degenerazione che va bloccata immediatamente. Prima che provochi danni più gravi. Perchè non c’è dubbio:  la liberalizzazione del servizio di distribuzione  dei medicinali sta accendendo gli animi. Anche fra i nostri lettori. «Sono farmacista e figlio di farmacisti» avverte Mario Alessandro Spotti con evidente orgoglio. Descrive la delusione per essere considerato appartenente ad una casta di super-privilegiati «mentre le farmacie sono aperte ventiquattr’ore al giorno per 365 giorni fornendo servizi oltre che medicinali». Le vere lobby che danneggiano l’Italia «sono ben altre e sicuramente meno disposte a collaborare».

Francesco Marsico, invece ironizza sulla condizione della moglie che un quarto di secolo fa aveva acquistato un punto vendita in un paese di seimila abitanti, «dove insistono altre due farmacie in altrettante frazioni».  La licenza venne  pagata per metà in contanti dai loro genitori («mia suocera casalinga e mio suocero agricoltore»)  e per metà con un mutuo. «Accecato dall’amore per la mia consorte -ironizza Francesco Marsico nella lettera -   riuscivo a intravedere   solo suoi sacrifici: dalle 8.30 fino alle 21.00  in farmacia, comprese  otto ore al banco,  una settimana al mese turno notturno per assicurare il servizio». Inoltre «mi ha sempre mentito sui suoi lautissimi guadagni, poiché avrebbe potuto comprarsi una Ferrari invece di una   Fiat Grande Punto a Km zero.»

Ora il brusco risveglio. Le solite trasmissioni e i soliti giornali  «sono riusciti a convincermi che ho sposato una persona cinica, spietata, degna di essere messa alla gogna - aggiunge con un sorriso amaro il nostro lettore -  Lo merita  perché lei con la sua farmacia non ha  fatto crescere l’Italia, ha  bloccato  l’economia del nostro Paese, ha fatto aumentare la disoccupazione». Purtroppo non sempre la protesta è così soffice e ironica. In queste ore lo scontro sulle liberalizzazione si è indurito. Ha assunto toni ideologici.

Una crociata partita dai farmaci di fascia C: vale a dire quelli  che hanno bisogno di ricetta ma non vengono rimborsati dal servizio sanitario (il più famoso è il Viagra). Questi medicinali, d’ora in poi, potranno essere venduti anche fuori dalla farmacie.  Una torta che vale circa tre miliardi di euro e ha un vantaggio enorme: il cliente paga immediatamente e non c’è bisogno di aspettare i tempi lunghi del servizio sanitario nazionale. Ora però si parla di una apertura ancora più radicale. Le indiscrezioni di cui si parla dovrebbero cambiare la mappa della distribuzione del farmaco integrando l’attuale rete distributiva con oltre 7 mila aperture di farmacie e parafarmacie. Un boom di pillole, sciroppi e supposte che dovrebbe  generare oltre 30 mila posti di lavoro, e ben 120 milioni di euro di risparmi per i cittadini.

I farmacisti, però, non ci stanno. Secondo il segretario della Fofi, Maurizio Pace  c’ è troppa insistenza “strumentale” sul carattere  di monopolio del servizio farmaceutico: «Si denuncia un blocco di diciottomila persone, che diventerebbero molte di più se si adottassero le nostre proposte». Nessuno, però, si è mai interrogato su quanto accade nei Paesi dove la liberalizzazione è stata portata molto avanti. «Dalla Norvegia alla Gran Bretagna, le farmacie sono finite nella quasi totalità nelle mani di due o tre grandi gruppi» spiega Paci. «E questo che cosa sarebbe? Azionariato popolare?» Forse è questo che si vuole,il prevalere del grande capitale sull’iniziativa dei singoli.  «Il che spiegherebbe il silenzio di molti settori dell’economia solitamente prodighi di critiche e consigli ai governi».

Ma soprattutto vale il confronto europeo. Nella media Ue esiste una farmacia ogni 3.200 abitanti contro una media italiana di 3.300. Dunque siamo allineati. Proprio per questo Pace chiede di abbassare i toni: «Nei giorni scorsi avevamo chiesto un incontro anche al Presidente della Repubblica chiedendogli  di intervenire per ristabilire un clima più sereno». Poi sono arrivate le minacce e le buste esplosive: «Mi auguro che almeno ora si passi a un confronto diverso».

di Nino Sunseri

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