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"Io genio? No, ero un deficiente Ma il pc è uno scemo veloce."

Lucio Dalla raccontato da Dalla: dal rapporto idilliaco con la madre a quello conflittuale con la sua persona e la tecnologia

"Io genio? No, ero un deficiente Ma il pc è uno scemo veloce."

«Mi piacerebbe sentirmi più poeta che musicista, anche se amo più la musica che la poesia. Non  vado matto per Pascoli o Carducci, perché non mi piacciono le rime».  Così Lucio Dalla era solito definire se stesso, la sua poesia musicale tronca e sincopata. Così ha parlato di sé nell’ultima intervista televisiva rilasciata il 21 febbraio scorso a Tv2000 per la serie “A tu per tu” e trasmessa ieri dal network cattolico alle 16.30 e in replica alle 23.05. Dalla non si sentiva allineato, così come Gaber, De André. «Esiste un dovere», diceva. «Quello di saper andare controcorrente. Di essere fuori moda. Bisogna avere il coraggio di andare avanti, anche se hai tutti contro, così si impara a navigare». Del suo privato ricordava: «Mia madre mi ha insegnato molto.

 Era convinta che io fossi un genietto e mi fece fare un esame psicotecnico dove invece stabilirono che ero un deficiente. Ricordo che mamma ci rimase malissimo…Il fatto di essere un cantante di piccola statura non mi ha mai ostacolato nella mia carriera. Anzi. Quando sono stato sul palco con De Gregori, mi sentivo come gratificato dall’essere un nanetto accanto a un gigante come Francesco che mi dominava da lassù. Mi ha sempre divertito questo mio difetto che ho esorcizzato giocando pure a basket. Ho suonato con Pupi Avati che per me era un mito, un maestro. È il miglior regista che abbia mai conosciuto…Ho come un bisogno fisico di mettermi alla prova. Per questo ho scritto pagine di musica lirica, ho scritto colonne sonore da film, sceneggiature teatrali e lanciato gente come Luca Carboni, Samuele Bersani. E rilanciato uno come Gianni Morandi che è per me in assoluto il miglior cantante italiano». Questo il musicista.


Ma l’uomo? Spesso amava prendersi in giro. «Non si può certo dire che io sia bello. Ma mi accetto come un regalo del cielo. Non ho mai desiderato essere un altro. La parrucca bionda me la sono fatta fare dal mio amico Cesare Ragazzi, dopo il successo di Canzone. Ho dovuto farlo: non potevo più camminare per strada o vedermi il derby di basket in santa pace». E ancora: «Provo spesso un certo senso di insicurezza. Ma mi dico: meglio così. Se mi sentissi troppo sicuro, mi sentirei anche un po’ scemo…Vado verso i 70. Ogni tanto mi fermo a pensare a quante trasformazioni del mondo ho visto con i miei occhi. L’ultima, quella della tecnologia da taschino. Oddio, il computer lo uso, ma non ne vado matto. In fondo è uno scemo veloce». 
di Fabio Santini

 

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